Lo Slalom del 4 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

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# 1 giorno a Manchester City vs Borussia Dortmund

     

►  STA PER saltare la terza panchina in serie A. Dopo Tudor alla Juventus e Vieira al Genoa, l’amore che strappa i capelli tra Pioli e la Fiorentina è perduto ormai. Oddio l’amore. Diciamo che è stata un’avventura estiva. 

◇  Neppure più sul numero degli esoneri il calcio italiano riesce a primeggiare. In Inghilterra sono arrivati a quattro – maledizione. È saltato pure Vitor Pereira al Wolverhampton. Ma poi con quanta fantasia si muovono, quanta esuberanza, quanto sono diventati latini ‘sti britannici. Li perdi di vista un attimo, fanno la Brexit e si sentono tutti Cellino. Il Nottingham ha mandato via Nuno Espírito Santo e ha preso Ange Postecoglou. Allora il West Ham ha mandato via Graham Potter e s’è preso Espírito Santo. A quel punto il Nottingham non poteva richiamarlo più in servizio e quando neppure Postecoglou andava bene ha ingaggiato Sean Dyche, mentre Potter è già diventato Ct della Svezia. Questo succede a dare le proprietà italiane in mano ai fondi di investimento e agli stranieri. Non ci sono più i Preziosi di una volta. 

◇  Ogni tanto la scossa produce frutti. Il Genoa dell’interim Criscito ha vinto in casa del Sassuolo. Il turno della serie A si è concluso con la vittoria della Lazio sul Cagliari e la mirabolante risalita di Sarri all’ottavo posto, a due punti dal celebrato Como, a tre dal quinto di Bologna e Juventus. 

◇  Sara Errani e Jasmine Paolini hanno perso il secondo match del girone eliminatorio nel torneo di doppio al Masters di Riad. Le avversarie erano Hsieh e Ostapenko: finaliste a Melbourne e Wimbledon. Oggi Jasmine si gioca la permanenza nel torneo di singolare contro Cori Gauff. 

◇  O Lorenzo Musetti vince il torneo di Atene oppure non ci sarà posto per lui al Masters di Torino. Novak Djokovic ha fatto sapere che si presenta, nessuna chance di ripescaggio. Sinner intanto è già a Torino, il Corriere della sera scrive che si è rilassato al volante.

◇  Il CONI ha celebrato la consegna dei Collari d’oro al merito sportivo. Sono stati consegnati a 83 campioni e campionesse del mondo, a tecnici, società sportive e personalità che si sono distinte. Poi forse ne avanzava uno e l’hanno dato pure a Gabriele Gravina, il presidente della federazione calcio. Sul serio: non è Lercio. Gliel’hanno dato. Oh, se non ci credete controllate. C’è il suo nome nella stessa riga di Carlo Magri, il presidente della federazione pallavolo, quel signore con due Nazionali campioni del mondo. ex presidente della federazione pallavolo con due Nazionali campioni del mondo.

◇  Giorgio Chiellini è entrato in consiglio federale al posto di Francesco Calvo, passato dalla Juventus all’Aston Villa. Damiani Sticchi del Lecce si è ritirato dalla corsa quando è arrivata la candidatura dalla Continassa, spiegando di aver offerto la sua disponibilità solo nel caso in cui la Juventus non avesse voluto rivendicare quel posto. Boh. È buffo. Damiani Sticchi fraintende. Chiellini va a ricoprire in consiglio federale un posto dal quale rappresenta la serie A non la Juventus. Promette di sostenere una visione moderna del movimento – e in effetti all’ultimo festival di Chora Media ha detto cose belle e controvento sui giovani. Senza rifugiarsi nel cliché dei telefonini, gli smidollati, i difensori di una volta che non ci sono più. Buon lavoro. C’è bisogno di qualche idea divergente. 

 

   

Sono già cotto un’altra volta

Luciano Spalletti

 

  

Il ritorno di Spalletti in Champions

  La quarta finestra di Champions stasera è un golden gala. Non solo vanno in scena due partite che sarebbero delle Classiche secondo la grammatica di Brera – due partite fra squadre che hanno il loro nome nell’albo d’oro. Le due Classiche sono anche state delle finali di questo torneo: Liverpool vs Real Madrid tre volte, PSG vs Bayern nell’anno del covid e della bolla di Lisbona [la Lisbolla]. L’unico sommo fastidio è che si giocano insieme. Se ne avessero piazzata una domani sarebbe stato perfetto. Ci daremo anima e corpo a Diretta Gol. 

  Ci daremo a Diretta Gol anche perché la quarta finestra di Champions è pure la prima per Luciano Spalletti – e qui a Lucianone gli si vuol bene. La prima dopo due anni e qualcosa, due anni e qualcosa dalla sera in cui Spalletti provò a portare il Napoli in semifinale, dopo averlo già accompagnato oltre le colonne erculee mai varcate degli ottavi. L’occasione era grossa. Il Napoli era finito in quella porzione di tabellone che l’Inter avrebbe cavalcato meravigliosamente per spingersi in finale. Invece il Milan vinse 1-0 all’andata e difese quel vantaggio con un 1-1 al ritorno. 

Molte cose son cambiate per Spalletti da quella sera. Aveva Kvaratskhelia e ora non ce l’ha [lui lo rivede un po’ in Yildiz – che in effetti nei gesti somiglia di più a un Enrico Chiesa]. Poteva andare in panchina senza camicia a maniche lunghe e non potrà più [satira politica]. Arbitrava Marciniak e stasera no [satira politica / 2 – quei maliziosi dei napoletani dicono che il vicepresidente dell’UEFA era Boban: i soliti vittimisti]. 

Lucianone si è già inventato un nuovo hashtag per la Juventus  [da #finoalla fine a #oltrelafine] e insomma l’ambientamento procede in modo magnifico, d’altra parte deve sbrigarsi, non ha molto tempo per ambientarsi perché fra poco meno di otto mesi il contratto scade e fra sette finiscono le partite. Senza alcuna certezza che ce ne saranno altre. Nel frattempo il suo arrivo ha smosso le coscienze. La Gazzetta racconta con Guglielmo Buccheri che esiste un piano per trattenere Vlahovic e che David potrebbe partire a gennaio

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Le altre partite di stasera [non tutte]

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  L’attenzione sulla partita rischia di concentrarsi su un giocatore che potrebbe anche non scendere in campo. Trent Alexander-Arnold, partito questa estate dal club della sua infanzia per la Spagna, è reduce da due panchine consecutive per  infortunio, non è detto che Xabi Alonso voglia rischiarlo. Quando è entrato dalla panchina contro l’Arsenal a maggio, il pubblico di Anfield lo ha fischiato, si sono lasciati così, e non sorprenderebbe se la storia si ripetesse. Alexander-Arnold diventerebbe il secondo inglese a giocare contro i Reds in Coppa dei Campioni da ex. Prima di lui c’è stato Larry Lloyd nel 1978.

Chris Bascombe per il Telegraph racconta  questo ritorno in cui non ci sarà nulla di romantico: la riconoscenza per i suoi servizi non sarà in programma. Il pubblico, il Kop, non è pronto a perdonare. 

Per il Real Madrid la situazione difensiva è complicata: sono assenti David Alaba, Dani Carvajal e Antonio Rüdiger, la squadra non ne ha risentito più di tanto, ha vinto sei delle ultime sei partite e ha preso due gol. In Champions ha vinto tre partite su tre e quando è successo in passato ha alzato la Coppa nel cinquanta per cento dei casi. 

Il Liverpool si presenta con il morale rinfrancato dal 2-0 sull’Aston Villa, un risultato che ha interrotto una serie di quattro sconfitte di fila in Premier League. Slot ne è uscito ignorando quasi il mercato fantastimilionario dell’estate. Nove titolari della partita facevano parte della rosa campione dello scorso anno. Le sue scelte saranno limitate dagli infortuni di Alisson Becker, Jeremie Frimpong, Alexander Isak e Giovanni Leoni, mentre Curtis Jones è tornato ad allenarsi. I Reds hanno ottenuto in Champions 20 vittorie nelle ultime 22 partite in casa, incluse le ultime 12 consecutive.

Mbappé è in stato di grazia, con il 53% dei suoi gol fatti in trasferta e il Real Madrid ha prodotto più tiri nello specchio che qualunque altra squadra quest’anno [37, almeno 10 in tutte e tre le gare]. Mai i Reds hanno battuto il Real senza subire almeno un gol. Il percorso dei precedenti incroci è inzuppato di storia e di rivalità: il Liverpool ha vinto la finale di Coppa dei Campioni 1981 e nel 2009 eliminò il Madrid con un 5-0 complessivo. Poi il dominio è passato agli spagnoli: sette vittorie e un pareggio negli otto incontri successivi, con due finali di Champions vinte nel 2018 e 2022. L’ultimo confronto ad Anfield è finito invece 2.0 per i Reds con gol di Alexis Mac Allister e Cody Gakpo, entrambi probabili titolari anche stavolta.

  Dopo 11 giornate di Ligue 1, Dembélé, Doué e Kvaratskhelia hanno messo insieme appena 12 presenze complessive da titolari. I centrocampisti Fabián Ruiz e João Neves occupano rispettivamente la 16esima e la 19esima posizione nella classifica dei minuti giocati in campionato. In difesa Marquinhos e Willian Pacho hanno iniziato una partita insieme solo due volte. Se Luis Enrique se la sta cavando lo stesso, lo deve alla profondità della rosa che consente di dare spazio ai migliori di recuperare. 

Il PSG è una specie di esperimento socio-calcistico. Non ha fatto precampionato. Ha giocato la finale di Supercoppa europea come prima partita stagionale, senza nemmeno un’amichevole e con sette giorni di allenamento nelle gambe. Le conseguenze dei Mondiali dei club. Si sta avvicinando a una condizione vera solo adesso. Contro il Nizza nel weekend è sembrata più vicina alla squadra della scorsa stagione, anche se il gol vittoria di Gonçalo Ramos è arrivato al 94°. Il Bayern Monaco è nella solita forma straripante che possiede di questi tempi, quando va in fuga in testa alla classifica e nessuno lo raggiunge più. Kompany ha vinto le prime 15 partite stagionali in tutte le competizioni, la più lunga striscia d’Europa nei cinque campionati dell’élite. Anche contro un Leverkusen imbattuto in 37 trasferte, Kompany ha potuto far riposare Kane, Olise, Díaz e Upamecano: 3-0 prima dell’intervallo.

Sul Guardian c’è Philipp Lahm che scrive di Harry Kane, trovandolo perfetto per il Bayern Monaco. È fatto su misura per la Bundesliga, che da anni è il campionato più importante d’Europa in termini di gol segnati. Il calcio tedesco è caratterizzato da scambi di colpi, con la palla che si muove avanti e indietro e numerose occasioni da entrambe le parti; e il Bayern si trova in area di rigore più spesso di qualsiasi altra squadra. Grazie alla sua sicurezza e precisione sotto porta e alla capacità di sfruttare la sua altezza e i suoi colpi di testa su calci d’angolo e punizioni, Kane segna come nessun altro.

 

 

Banco di prova

Questa sfida è dunque un banco di prova per entrambe – sempre che si dica ancora banco di prova. Chi lo sa, bisognerebbe chiedere all’Amico Geniale di Slalom che tiene in ordine lessico e nuvole, la mutazione della lingua del calcio. Ha certificato la scomparsa definitiva del piede sinistro. È stato sostituito ora e per sempre da mancino. Una volta era mancino un calciatore, adesso basta la parte per il tutto. L’Amico Geniale alle figure retoriche ci tiene. Dice che è sparita pure barriera, adesso si chiama muro. Così quando a Berlino giocano l’Union e l’Hertha, quando al limite dell’area gli danno una punizione contro, ritorniamo in piena guerra fredda. No, non questa. L’altra. Quella novecentesca. 

Senza il piede sinistro e senza la barriera, il calcio contemporaneo tira avanti lo stesso. Certo, senza una punizione a due come quella di Diego [se ne parlava ieri qui], ma comunque si tira a campare, dai. Casomai sarà un problema quando qualcuno deciderà di far sparire dal dizionario pure la porta. Suggerimenti per un nuovo nome: 1] il varco — evoca un passaggio, un destino. 2] la bocca – richiama il pericolo, la fame di gol. 3] il cancello – fa molto provincia e calcio di strada, così tornano a crescere i campioni. 4] la gola della notte o il ventre della luce – questo per i più poeti. Che meraviglia sarebbe una palla all’incrocio delle tonsille nella gola della notte. 

    Michael Butler per il Guardian racconta la storia di Youssoufa Moukoko, l’ex wonderkid del Borussia Dortmund ora al Copenhagen, come monito per tutti gli emergenti nel calcio. Moukoko era considerato uno dei talenti più brillanti al mondo: già a 13 anni dichiarava di voler vincere il Pallone d’Oro e a 16 debuttava in Bundesliga. Poi le presenze si sono ridotte, le prestazioni si sono affievolite, un prestito deludente al Nizza in Francia, infine la partenza per Copenaghen per circa 4,3 milioni di euro. Furono chiamati in causa infortuni, mancata fiducia, interviste dell’agente che puntavano  i riflettori sulla crisi del giocatore. Malgrado qualche segnale di risveglio — una tripletta in coppa e una rete in campionato — il pezzo lo descrive come una storia di talento in attesa

COSA SUCCEDE IN CITTÀ  L’inferno di Sadiq Khan Era dal 23 ottobre che Jonathan Liew – il vostro amico Jonathan Liew – non scriveva un pezzo. A un certo punto in codesto podere s’è pensato: oilloco se n’è andato dal Guardian, si è aperto un bed & breakfast. Invece no. Scrive ancora. Fiuuu. Però niente calcio. Stavolta ha scritto di Londra, la città di Londra. Di Londra e di politica. Questo va a finire che ce lo tolgono dalle cose del pallone. Comunque. Liew ha consegnato un reportage che lui dice dalle fauci dell’inferno. Un inferno fatto di caffè al nord di Londra, lampadine nude e cinnamon buns a 3 sterline e 80, dove Liew si rifugia dai presunti orrori della “no-go hellscape” di Sadiq Khan. Un bambino che piange nel passeggino, una bici Lime che sfiora un semaforo rosso, la Blackstock Road vista da lontano: Sembra schiumare di sangue, anche se forse è solo un panino al pastrami abbandonato. Lo avete riconosciuto, lo so. È lui. 

È questo lo scenario in cui Ricky Gervais, comico e imprenditore di sé stesso, si è detto indignato per la decisione di Transport for London di rifiutare la sua campagna pubblicitaria per una vodka: Welcome to London, don’t forget your stab vest. Una trovata mai realmente proposta a TfL, ma concepita per i social, dove ogni menzogna – dice Liew – trova un credente. Quando si parla della capitale, puoi dire qualsiasi cosa — qualcuno, da qualche parte, ti crederà, scrive sul Guardian.

Dopo vent’anni in viaggio per l’Inghilterra calcistica, racconta, la scoperta più sorprendente è l’ostilità con cui il resto del Paese guarda Londra. È forse l’unico luogo d’Inghilterra dove appena dici da dove vieni, chi ti ascolta si sente autorizzato a spiegarti quanto faccia schifo. «È una grande città, però…», attaccano prima di lamentarsi del traffico, del prezzo dei biglietti a teatro, della cacca del cane che una zia ha pestato nel 1998. A tutto questo si accompagna una leggenda: vivere a Londra significa appartenere a una casta dorata, che la vita a Londra sia facile, da viziati. C’è chi è convinto che tra la capitale e Brighton passino tre autostrade, chi giura che gli autobus di Londra siano gratis — davvero, cercatelo su Google ironizza Liew. E in questo inferno di Khantutto è troppo caro e allo stesso tempo tutto è sovvenzionato: Una specie di trucchetto nazionale a spese degli altri.

Liew scrive che nel mondo dei social tutti sono convinti che Londra riceva più fondi del dovuto, ed è anche per questo che i londinesi della classe operaia, chiusi in seggi sicuri, sono oggi tra i gruppi più politicamente disillusi del Regno Unito. È lo stesso clima che obbliga un sindaco come Khan — mite, anodino — a viaggiare sotto scorta. Ogni episodio di cronaca viene risucchiato nella narrativa del declino urbano. Anche se avviene a miglia e miglia di distanza dalla città perché Londra è diventata un simbolo, un totem da colpire

È un’ossessione globale, scrive l’editorialista del Guardian, comune alle destre di mezzo mondo. Trump parla di invasione dall’interno per giustificare l’invio di truppe federali nelle città democratiche. In Germania, Friedrich Merz ha fatto dello Stadtbild — la fisionomia urbana — una parola d’ordine che evoca paura senza mai nominare gli immigrati. E quando Nigel Farage nel 2022 definì Londra, Birmingham e Manchester delle città a minoranza bianca, non faceva che dire a voce alto ciò che altri preferivano lasciare in sottotesto. L’anti-urbanesimo è il cugino del suprematismo bianco, scrive Liew, entrambi si alimentano dell’idea che esista un’autentica patria tradita dalle città. E non serve opporre numeri: la statistica dice che i crimini con coltello a Londra sono aumentati dell’1%, contro il 19% nel Dorset e il 51% nel Suffolk, ma non importa. Perché il bersaglio non è il crimine, è la complessità. Le città sono imperfette, disordinate, umane. Luoghi di fluidità, libertà e possibilità; di caos e collaborazione. Non sempre funzionano, ma continuano a essere vive, come un cuore che non si può fermare. 

Nonostante la pandemia, la crisi e la retorica, la popolazione urbana del Regno Unito cresce ancora dell’1% l’anno. Sognare di purificare la città, di riportarla a un mito d’autenticità, è come tentare di separare una torta nei suoi ingredienti scrive quel meraviglioso scrittore che è Liew. Allora, dice, fate tardi nel traffico. Uscite con qualcuno di un’altra etnia. Mangiate tutto. Perdetevi nell’inferno di Sadiq. Come sempre è stato, e come sempre sarà, il più grande avvocato della città di Londra resterà Londra stessa.

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I temi del giorno

 

    

Cori Gauff e la faticosa ricerca del servizio

Per un attimo, nel cuore del suo duello con Jessica Pegula, sembrava che Coco Gauff avesse trovato la via giusta. Aveva faticato nel primo set, ha ribaltato lentamente la partita, ha raggiunto il set point sul proprio servizio sul 6-5 del secondo. Poi ha messo in campo tre doppi falli consecutivi, perché ognuno di noi alla fine casca sempre negli stessi errori. Ha restituito la parità a Pegula senza che l’altro dovesse neanche toccare la palla. Quella sequenza ha illustrato perfettamente le difficoltà di Gauff in una stagione curiosa e altalenante  ha spiegato Tumaini Carayol sul Guardian

La carriera procede in modo splendido: il secondo titolo del Grande Slam al Roland-Garros di giugno ha dimostrato che il successo nel primo a NY non era un caso, ma gli ultimi cinque mesi sono stati tra i più complessi della sua carriera. E le difficoltà possono essere ricondotte in gran parte a un colpo: la seconda di servizio. Solo che se devi far ricorso alla seconda di servizio, significa che non funziona neppure la prima. Ecco. 

Pur avendo sempre avuto una spiccata tendenza al doppio fallo, negli ultimi due anni la crepa si è aperta in modo più profondo. Secondo Tennis Abstract, la percentuale di doppi falli di Gauff è la più alta tra le prime 50 giocatrici: tocca il 9,9%. La seconda peggior performer tra le migliori-10 è Amanda Anisimova con il 6,2%. In uno sport dove i margini sono sottili, Gauff regala un decimo dei suoi punti di servizio fa notare Carayol.

Sul campo, però, ha moltissimi altri attrezzi nella cassetta. Difesa e atletismo sono impareggiabili, il rovescio a due mani sublime, l’intelligenza tattica accompagnata da un gioco completo. Con il 46,8% di punti vinti in risposta e il 68,6% sui primi servizi, Gauff guida la classifica in alcuni parametri chiave, ma il problema resta quello – maledizione. 

Dopo una serie estenuante di prestazioni memorabili al servizio, all’incontrario, tipo 23 doppi falli contro Danielle Collins a Montreal, Gauff ha preso una decisione drastica: separarsi dall’allenatore Matt Daly pochi giorni prima degli US Open, scegliendo il biomeccanico Gavin MacMillan per lavorare. Modifiche significative alla tecnica, dalla flessione delle ginocchia alla tendenza a chinare la testa, hanno trasformato il gesto atletico ma è ancora instabile. Lo scopo è tentare di generare velocità della racchetta senza perdere equilibrio.

Una campionessa di vertice che cambia allenatore prima di uno Slam? Praticamente senza precedenti fa notare Carayol. A New York la settimana è stata difficile: pianti in campo durante la vittoria al secondo turno contro Donna Vekic, pressione costante dei media, la sconfitta al quarto turno contro Naomi Osaka. Questa decisione, però, racconta molto della mentalità di Gauff, secondo il Guardian. Ha solo 21 anni, ma capisce che il futuro conta più dell’immediato – ma in sostanza è tutto quello che fanno i 21enni quando una sera non escono per restare a studiare sotto esame. Comunque. Nonostante la sconfitta contro Pegula, può ancora passare il girone al Masters, dove difende il titolo. Tuttavia è il suo sviluppo nei prossimi anni che definirà davvero la sua carriera. Sabalenka offre un chiaro parallelo: incapace pure lei di controllare la seconda di servizio tre anni fa, adesso ha una percentuale di doppi falli del 3,1%, la terza più bassa tra le prime -50. Se il lavoro con MacMillan produrrà risultati simili, gli Slam per Gauff non mancheranno. Il tempo dirà se questi aggiustamenti trasformeranno le difficoltà in dominio, ma la stoffa c’è dice il Guardian.

Con Jasmine Paolini il bilancio è di tre vittorie a testa, ma le aveva perse tutte [Madrid, Stoccarda, Roma] prima di invertire la rotta nella semifinale di Wuhan. 

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Le analisi

 

Cosa significa il titolo mondiale di cricket per le donne indiane

Non molto tempo fa, a Mumbai, Harmanpreet Kaur divideva le sue giornate tra un lavoro da impiegata ferroviaria e le estenuanti sedute di allenamento come giovane componente della nazionale indiana femmnile di cricket. Lontana dalla famiglia e dalla sua città in Punjab, le giornate iniziavano all’alba e andavano avanti tra allenamenti mattutini, lavoro e sedute serali. Il pranzo era un boccone sul treno, la sua più grande ansia era non finire l’allenamento prima dell’ora di punta, rischiando di perdere l’ultima corsa e affrontare una camminata di novanta minuti per tornare a casa.

Quando però Kaur è salita sul palco della stessa città dopo la partita di domenica, ben oltre la mezzanotte e dopo che l’ultimo locale fosse già partito, francamente se n’è infischiata. Stava andando a ritirare la coppa dei Mondiali da capitana dell’India dopo aver battuto il Sudafrica in finale, il primo titolo nella storia della squadra e del paese. Il boato di quarantamila persone ti fa scordare di aver perso il treno. 

Come osserva Mujib Mashal sul New York Times, è stata una vittoria personale contro ostacoli un tempo insormontabili, ma anche un segno della trasformazione in atto nello sport femminile in India, in linea con l’entusiasmo globale per le discipline femminili. Il cricket, scrive, è enormemente popolare in un paese di 1,4 miliardi di persone, e il fatto che le donne inizino finalmente a condividere una piccola parte di questa ricchezza potrebbe avere ripercussioni molto più ampie, in un paese che ancora fatica a definire il loro ruolo pubblico.

Harmanpreet Kaur, 36 anni, sottolinea che «per molti anni abbiamo pensato di giocare bene, ma che era necessario vincere un grande torneo. Perché senza quello, la rivoluzione, il cambiamento che vogliamo, non sarebbe arrivato». La vicecapitana Smriti Mandhana spera adesso che il trionfo possa accelerare una mutazione culturale: «Il sogno finale è vedere una partita di cricket in strada con due squadre femminili, tante ragazze hanno iniziato a giocare da professioniste, per amore del gioco. Una vittoria ai Mondiali sarà certamente un passo avanti».

Mashal ricostruisce il percorso: contratti regolari dal 2017, investimenti miliardari nella Women’s Premier League, un crescente pubblico televisivo e digitale, fino al record di oltre 300 milioni di visualizzazioni per la finale. La giornalista sottolinea come la gestione dello sport debba ancora affrontare il sessismo profondamente radicato presente nell’organizzazione e nella trasmissione delle partite: «Si dice ancora ragazze, e non donne». Il paese intero intanto le celebra, dagli spot televisivi ai social. Perfino i tassisti hanno fatto turni notturni per assistere alle partite. 

 

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Dai campi

 

 

 

sole sul tetto dei palazzi in costruzione  I sauditi non hanno trasformato il Newcastle

   Eddie Howe non è un uomo da sceneggiate. Non alza la voce, non cerca lo scontro. Per questo, la conferenza stampa dopo il 3-1 subito dal West Ham è sembrata per i suoi standard una cosa furiosa. Il Newcastle era passato in vantaggio, poi è stato travolto prima dell’intervallo: un palo, un rigore tolto dalla VAR, la sensazione di essere finiti sott’acqua. All’intervallo, Howe ne ha cambiati tre. «Potevo toglierne chiunque», ha detto. «Non credo mi fosse mai capitato, da quando sono qui. Ma la squadra aveva bisogno di una scossa».

In effetti. Gordon, Woltemade e Krafth fuori, un po’ di equilibrio ritrovato ma nessuna vera reazione. Il Newcastle non affonda, ma neppure galleggia: 12 punti in dieci partite, la classifica corta, le sabbie mobili. «Non può chiudere tredicesimo, non dopo tutto questo», scrive Jonathan Wilson sul Guardian. Tutto questo significa: il fondo saudita PIF che possiede l’80% del club. Il più ricco del mondo. Quando sono arrivati i sauditi a Newcastle sembrava l’alba di un’altra mutazione genetica, come con Abramovich al Chelsea o Mansour al City. Ma il tempo dei miracoli di spesa è finito, nota Wilson. Con le regole del fair play finanziario, nemmeno i miliardi bastano a cambiare il destino di una squadra. Eppure, aggiunge, il Newcastle avrebbe potuto spendere di più e restare lo stesso dentro i limiti. La prudenza della proprietà, più che le norme, sembra essere il vero freno.

L’unico modo per allargare i margini di spesa sarebbe agire sull’infrastruttura: ma lo stadio, quel St James’ Park stretto tra edifici vincolati, non si può ampliare. Si è parlato di un nuovo impianto a Leazes Park, ma la proposta si è spenta nel nulla, insieme al raffreddamento dell’entusiasmo saudita per tutti i progetti fuori dal regno. Il disimpegno del PIF da vari fronti si riflette perfettamente nel loro atteggiamento verso il Newcastle, scrive ancora Wilson. Dentro questa tensione nasce il caso Isak: venderlo avrebbe significato liberare fondi per investire altrove, la dirigenza ha tentennato. Il risultato è stato un’estate moscia direbbe Dybala, nonostante gli arrivi di Woltemade, Wissa, Ramsey, Thiaw ed Elanga. Cinque partite in quindici giorni, tra Premier, coppe e Champions, e Woltemade — sempre titolare — sembrava svuotato. È il calcio moderno, dice Wilson: il logorio del continuo, l’obbligo della rotazione..

 

e neve e polvere che tira vento    Le mezze gogne d’Inghilterra

C’è un piccolo rituale entrato negli stadi inglesi: i giocatori che applaudono i tifosi dopo una sconfitta. Noi abbiamo la gogna, loro forse ci arriveranno. Quanto senso ha quell’applauso quando il pubblico ha appena espresso – diciamo così – il suo disappunto? Se lo domanda Jacob Whitehead, per The Athletic, osservando il gesto di Djed Spence e Micky van de Ven, reduci dalla paccheriata presa dal Tottenham contro il Chelsea. Se i giocatori applaudono in uno stadio pieno di fischi, quell’applauso fa davvero rumore?.

I tifosi viaggiano, spendono e si arrabbiano. La regola non scritta vuole che il loro impegno venga almeno riconosciuto. A volte ci sono delle variabili che influenzano le decisioni. Whitehead nota per esempio come all’Olympic Stadium del West Ham la distanza tra giocatori e spalti influenzi la percezione del gesto: Sono circa 50 yard, mentre in molti stadi di League One solo cinque: questo ha qualche correlazione con la sincerità delle scuse?. E ancora scrive: Una mano alzata, il capo chino: valgono come mea culpa?.

Il Tottenham ha vissuto una delle peggiori serate della stagione, con una squadra poco brillante e fischi finali assordanti. Così Thomas Frank, uomo che ama gli applausi, ha indicato i due difensori con un gesto teatrale, invitandoli a muoversi il pubblico, ma loro erano già in marcia per conto loro, con le spalle curve, visibilmente arrabbiati. Whitehead riflette sulla duplice natura del gesto: Applaudire i tifosi è un tacito modo di dire che ci importa del club. E c’è sempre l’altra faccia della medaglia. Vitor Pereira, ex Wolves, aveva provato a rendere omaggio ai tifosi dopo una sconfitta col Burnley, ma il suo applauso si era trasformato in confronto diretto, trattenuto dallo staff. L’episodio mostra quanto il gesto possa essere frainteso e quanto sia sottile la linea tra la sincerità e la formalità.

Whitehead sottolinea la complessità della questione: lil piccolo applauso rischia di trasformarsi in un obbligo contrattuale. C’è un futuro nel quale i micro-comportamenti saranno scritti nei contratti, dove l’applauso diventa non solo un’aspettativa, ma una richiesta. Davvero porta a un ecosistema più sano intorno allo sport?. I calciatori, dice, devono decidere se essere uno specchio dell’energia dei tifosi o se imporre il fatto che nessuno possa misurare davvero l’autenticità dei loro sentimenti. Whitehead conclude con un tocco ironico e leggero, quasi rituale: Risponderò diligentemente ai commenti arrabbiati — a ciascuno — con diverse emoji di mani che applaudono. Dal cuore. Divisioni sanate. Problema risolto. Lavoro fatto

 

Non aver pauradi tirare un calcio di rigore  Quelli che calciano e si fanno male

In serie A ne sono stati sbagliati finora 7 su 29. I portieri si specializzano sempre di più nella parata. E soprattutto: in 2 casi su 29 chi ha tirato si è sfasciato. Prima De Bruyne e poi Dybala. Ne ha scritto Andrea Sereni su Repubblica. «Un peso ce l’ha la lunga attesa a cui sono costretti i calciatori prima di tirare: raffreddare un muscolo influisce sulle lesioni, come il voler calciare il più forte possibile, quel movimento secco», ha detto il professor Pier Paolo Mariani, chirurgo ortopedico della clinica Villa Stuart a Roma. 

Un tema chiave – scrive Sereni – tra il check con il Var, le proteste e l’eventuale revisione al monitor passa un tempo infinito in cui il rigorista è fermo, preda delle provocazioni degli avversari. In Milan-Napoli l’arbitro Chiffi ha fermato il gioco al minuto 53”20 e De Bruyne ha calciato il rigore al 59”26, oltre sei minuti dopo

«Mentre aspetti i muscoli sono tesi per l’adrenalina, c’è una tendenza maggiore a infortunarsi», è il parere di Guido Nanni, preparatore dei portieri. Per prevenire i problemi muscolari i giocatori «potrebbero muoversi sul posto, per non raffreddarsi troppo», aggiunge Mariani.

 

l’allenatore sembrava contento  Stefano Pioli a Firenze

Questo in estate. Solo in estate Stefano Pioli a Firenze sembrava contento. Adesso stanno cercando una formula per lasciarsi. Lui non vuole dimettersi, al Fiorentina non vuole rimetterci. Ma le cose stanno così, secondo Undici e molti altri: Nessun gioco, nessun mordente, nessuna reazione degna di questo nome nemmeno nel momento più nero. Il nulla pervenuto sul campo. Domenica dopo domenica. Un’agonia che nessuno avrebbe mai potuto pronosticare alla vigilia del campionato. Pioli era tornato al Franchi con le stimmate dello scudetto vinto al Milan, con l’allure di chi aveva appena allenato Cristiano Ronaldo – sia pure in Arabia. Eppure, di questa squadra, sembra non averci ancora capito nulla, in qualunque reparto di gioco (fatta salva la porta del povero De Gea). In difesa la sua Fiorentina si è incaponita in un opinabile assetto a tre, del tutto stonato rispetto al calcio aggressivo dell’allenatore. Da qui derivano i primi problemi di una squadra lenta nell’impostazione della manovra e non affidabile in fase di non possesso – per usare un eufemismo: è la peggior difesa della Serie A, con la seconda peggior differenza reti. L’analisi prosegue qui e la confusione di Pioli è manifesta soprattutto nella gestione dei centrocampisti, molti, e con profili assai diversi uno dall’altro. Kean in attacco è involuto, e la cosa peggiore di tutte è che dentro la Fiorentina circola la certezza che tanto prima o poi la squadra si riprende perché siamo la Fiorentina. Federico Castiglioni su Sportellate parla di nodo gordiano di problemi che Pioli ha contribuito a creare, invece che a districare e suggerisce dieci allenatori al posto di Pioli. No, non in quel senso là. Non devono prenderne dieci. Ne basta uno. Enzo Bucchioni sulla Gazzetta dice che la Fiorentina pare un’opera di Pirandello. Solo che Pirandello è sicliano. Già in Toscana hanno soffiato alla Sicilia la primogenitura della produzione poetica e il poster dell’amor cortese, mo’ gli sfilano pure il povero Pirandello. 

 

I miracoli di Sarri alla Lazio

Simone Renza per Sportellate ha scritto: Sarri che sta prediligendo l’assestamento difensivo a fronte di una fase offensiva lasciata alla fantasia dei singoli e, nello specifico, delle due ali Zaccagni e Isaksen. Il prezzo di tutto ciò oggi lo paga Dia, che non essendo un nove classicamente inteso ma piuttosto una seconda punta, non riceve quasi mai palloni in campo largo o in profondità nell’attesa dell’ennesimo dribbling dei due suoi compagni. proprio colui che è stato considerato un salmodino applicatore e un fondamentalista del modo di giocare, sta cogliendo questa occasione per sondare nuovi terreni e strade tattiche. La filosofia dietro ogni preparazione di partita, sulla base del diktat del reparto medico, fa emergere un nuovo Sarri pronto a divertirsi nell’individuare varianti e variabili che pensava (quasi) sconosciute e se questo toscano ispido e burbero trova divertimento c’è di certo che chiunque lo sostenga debba trovare stesso giovamento nello scovare gli easter eggs che sparge sul campo ogni domenica.

 

un pallone che sembrava stregato   Dove sono i gol degli attaccanti

Il capocannoniere del campionato è quel signore turco che gioca nel centrocampo dell’Inter. Dietro Calhanoglu vengono in ordine sparso Orsolini, Paz, Anguissa, De Bruyne. E i numeri nove che fine hanno fatto? Sono in fuga dal gol – dice il Corriere della sera che stamattina apre così la sezione. Gli attaccanti veri sono in crisi di astinenza, si tira di meno, si tira male, si segna da calcio d’angolo, da lontano e su calcio di punizione. In tutto da fermo, scrivono Carlos Passerini e Paolo Tomaselli, siamo arrivati al 38 percento. Segnano perfino quando gli allenatori [Chivu per esempio] sono contrari a certi schemi temendo il contropiede. Così ha detto l’allenatore rumeno illuminando inconsapevolmente il vero grande tema del calcio italiano contemporaneo: la paura di farsi cogliere scoperti. È la madre [o il padre] di tutti i problemi: quelli che non puntano l’uomo [per paura di perdere palla e innescare un contropiede], quelli che fanno girare la palla in orizzontale per passaggi e passaggi [per cercare lo spazio sicuro, certo, senza rischi], quelli che tornano dal portiere per ricominciare l’ipnosi daccapo. 

È molto interessante un dato che Passerini e Tomaselli offrono alla lettura: Il nostro resta un torneo con partite molto spezzettate, con 9 squadre nelle prime 20 (sempre sulle 96 di Italia, Inghilterra, Spagna, Germania e Francia) come numero di falli commessi: le punizioni abbondano, anche se tra dirette e indirette hanno prodotto solo 14 reti, per assenza di veri specialisti. Milan-Roma è stato lo spot migliore della A. Del suo equilibrio. E della latitanza dei centravanti.

 

     

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