La prima scena di Spalletti, i lampi di Zaniolo, i rigori di Milinkovic-Savic | Il film del campionato

 

regia   La prima scena  di Luciano Spalletti

Luciano Spalletti ha consumato solo l’uno e mezzo percento del suo tempo alla Juventus, tre giorni su un  massimo di 213 – fino al 31 maggio della finale di Champions. Dopo gli rimarrà ancora un mese di contratto vuoto e malinconico, perché giugno è il mese in cui si va ai Mondiali. Cosa sarà giugno per Spalletti è per adesso un terreno di incognite, al massimo di supposizioni. Se la Juventus non ha considerato l’obbligo di rinnovo neppure nel caso di qualificazione alla Champions, significa che vuole tenersi dentro la manica un asso o qualche vecchio pallino.

Ma intanto. In questo uno e mezzo percento del suo tempo Spalletti si è già inventato una delle cose più interessanti di questo campionato piatto e spento. Koopmeiners centrale di sinistra nella linea a tre – un braccetto nel dizionario contemporaneo – è il primo svolazzo di genialità, una scossa elettrica, una ventata sexy in una gita parrocchiale. 

Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera ha scritto: Viene il sospetto che sia davvero un mago (di Certaldo), Luciano Spalletti che, da subentrante, non aveva mai vinto: 87 secondi e la Juve si ritrova davanti — e già questa sarebbe una notizia — con centro di Kostic poi, che non segnava da 958 giorni. Roba da calendario Maya. Appunti sparsi, anche dopo un solo allenamento: Kalulu e Koopmeiners, piazzato da centrale di sinistra, molto coinvolti in costruzione, Loca lucido e verticale, McKennie nuovamente istintivo invasore e Vlahovic sempre «cattivo».

Fabio Licari sulla Gazzetta ha proprio scritto che è McKennie la chiave, il McKennie un po’ imborghesito degli ultimi tempi che trova d’improvviso motivazioni e soluzioni tecniche dimenticate: Spalletti lo sistema trequartista di destra, con la missione di rientrare in mezzala. L’americano interpreta alla perfezione il ruolo, sempre al posto giusto nel cucire la circolazione della palla e dettare i filtranti.

Emanuele Gamba su Repubblica trova buona anche la scelta di riproporre in attacco la coppia Vlahovic-Openda: non si sa se fosse stato lui a suggerirla a Brambilla, che l’ha presentata contro l’Udinese, o se ne abbia fatto copia-incolla. Il belga non è una delizia di tecnica, però si muove di continuo, è rapido, sfibra le difese e ieri ha tirato anche quattro volte verso la porta, peraltro senza mai centrarla.

Antonio Barillà su La Stampa dice: Se Allegri scongiurerà la fuga di Gasperini, si prospetta dunque una grande ammucchiata al vertice, dinanzi alla quale ci pare già d’intravvedere il ghigno sornione del matematico Spalletti: l’apertura allo scudetto, sbandierata alla presentazione e confermata nel prepartita, non era farneticazione né presunzione né propaganda imbonitrice, ma calcolo, forse ottimistico ma non fragile, fondato su distanze risibili, equilibrio imperante e mancanza di squadre-padrone.

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montaggio  La Spalletti cam

Nerozzi lo ha visto così: Non sta seduto un attimo, sempre in piedi, completo impeccabile, ai bordi dell’area tecnica. Eppure, al gol, resta a lungo immobile, come un maestro zen, con chissà quanti pensieri per la testa. Sarà più sensibile agli errori, quando qualcuno non segue il progetto comune, sbagliando un movimento o una scalata. Nella ripresa s’infurierà per il raddoppio sbagliato e per una rimessa. Capita allarghi le braccia, ma è un attimo, perché poi riparte a chiamare, a dare consigli, a indicare tagli. Dopo gli urli, per la gola, chiederà in soccorso una caramella

A Maurizio Crosetti su Repubblica, Spalletti è apparso emozionato, non riesce a infilare il telefono nella tasca. Ha espresso il consueto linguaggio fisico, la bocca spalancata per fare uscire da lì una giusta quantità di ordini (e di ordine) bianconeri. Non male la prima hit di Lucio, pensieri e parole, nella città di Mina.

Effetti visivi  Gli esperimenti di Massimiliano Allegri

L’altro antico alchimista d’Egitto di questa serie A si chiama Massimiliano Allegri. Incredibile, sì, vero. Non è per arruolare il più conservativo degli allenatori italiani fra i progressisti: non ne ha bisogno Allegri e non hanno bisogno i progressisti. Ma in codesto latifondo si guarda sin dall’inizio con curiosità al suo esperimento di fare di Leao un attaccante più puro. Il Leao dello scudetto restava nella retina per le sue selvagge escursioni a prato aperto, imprendibili, inafferrabili, la reincarnazione di Gullit, anzi la reincarnazione di contro il povero Bigliardi. Ma anche Gullit alla Samp ebbe un passaggio da numero nove – e in ogni caso quando Allegri sperimenta, arruffa e scarmiglia tanti presunti geni della lampada. Nel presentare l’inedita coppia Leao-Nkunku, ieri ha messo sulla pubblica piazza una frase interessante: «A volte nel calcio si trovano combinazioni che non ti aspetti». E se non le vai a cercare, nessuno bussa al citofono per proporle.

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attore protagonista   Quanto vale lo Zaniolo di oggi

Un’anima da trequartista e l’impeto della seconda punta dentro un corpo da mezzofondista. Zaniolo è l’erede imperfetto e affascinante di quella stirpe di giocatori che cercavano la luce correndo dentro l’ombra. Ha gesti che propongono confronti indicibili e spaventevoli, versioni più fisiche e verticali di certi centrocampisti che venticinque anni fa erano detti moderni. Si tacciono i nomi per amore di prudenza e di pudore. Ma quando sta bene, nel fisico e nella mente, Zaniolo vale – almeno – una maglia da titolare in Nazionale. In questa Nazionale, poi, non ne parliamo. Non cuce, strappa. Vive di potenza, di palla al piede, di ricerca istintiva del gol, più che di fantasia o di tocchi corti. Dove un tempo i suoi prototipi si muovevano come una lama, Zaniolo scava con una corsa meno elegante ma carnale, piena, come se ogni metro conquistato fosse una prova di forza. Il gol che ha piegato l’Atalanta per la prima volta in campionato è un raggio che arriva fino a Gattuso. Dice: esisto. Dice: guardami. 

L’altro udinese che si fa guardare è Atta, uno che cammina nei corridoi centrali come un predatore silenzioso in attesa. Il pallone lo chiama e lui risponde con un dribbling. I compagni devono considerare i suoi piedi una specie di rifugio. Il suo passo lo conduce porta spesso oltre la linea del pressing. Tanti disagi della difesa udinese nascono forse – anche – dal suo impetuoso disequilibrio. Non ieri. 

bloopers  Le scene sbagliate dell’Atalanta

Non dovrebbe essere la stessa cosa giocare con Krstović o con Scamacca al centro dell’attacco. Uno fa il cacciatore in area, vive di immediatezza e intensità. L’altro sa muoversi da nove vero e da nove e mezzo, ha visione, controllo orientato, calcio in movimento. Krstović è più essenziale, meno elegante e più immediato. Scamacca partecipa al gioco, cerca il gol costruito, qualche volta il colpo da fuori. Se con l’uno o con l’altro è la stessa cosa, allora quella squadra ha un problema. Quale sia, Ivan Jurić non l’ha detto. Speriamo per Bergamo che sia solo reticenza. Quando ha tolto dal campo sia Scamacca sia Sulemana, l’uno e l’altro avevano toccato meno palloni di Carnesecchi. Non è raro che accada a certi portieri in certe squadre, ma se accade a chi è il 14esimo su 20 in serie A, allora quella squadra ha un problema. E siamo a due. 

Pietro Serina sul Corriere dei Bergamo sottolinea che non c’è stato neppure un tiro in porta contro la peggiore difesa del campionato. Cosa farebbe se il suo cognome fosse Percassi è evidente e lo scrive: Juric ha perso il confronto sul piano tattico perché considera un dogma la difesa a tre, ma questa gara andava affrontata con il 4-2-3-1. L’ha fatto negli ultimi 10 minuti, ma — a differenza di una settimana fa a Cremona — stavolta non è bastato. Certo, era meglio commentare una vittoria. Ma l’essenziale era avere risposte chiare: il bianco o il nero, per non rischiare di morire di grigiore. La risposta è in 12 voti insufficienti ai 12 giocatori di movimento giudicabili, più il portiere migliore in campo. Beh, di certo la proprietà — mai incline a passi avventati — analizza nei dettagli ogni momento. Ma, oggi, non riflettere più del solito su cosa sta succedendo sarebbe molto sorprendente.

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Sceneggiatura    Le trame di Milinković-Savić

Dopo essere franato con tutti i suoi chili e le sue braccia spalancate sulle gambe di Álvaro Morata in piena area di rigore, Milinković-Savić si è subito rivolto verso l’arbitro professandosi innocente. In effetti nell’impatto non aveva lesionato nessun organo vitale. Non è che gli ha preso il fegato, il cuore, i polmoni, neppure la testa.

Qualche minuto più tardi è stato chiaro tutto. Il rigore più netto degli ultimi cinque campionati, la più insulsa fra le uscite dai tempi di Schumacher su Battiston, era stata progettata per smania di protagonismo. Per poterne parare un altro dopo quello di Lecce. Dopo il giovane Camarda, si è prestato il tenero Álvaro, mesto come un altare senza candele. 

L’epilogo passa per una parata. In realtà  il tenero Álvaro gliel’ha tirata addosso. Ma insomma. Con la parata Milinković-Savić si è fatto perdonare, altrimenti Vanja avrebbe dovuto inventarsi un’altra azione risarcitoria, tipo mettersi al telefono con suo fratello Sergej e convincerlo a lasciare l’Arabia Saudita per unirsi a lui nel Napoli, colando il vuoto lasciato da De Bruyne. 

Oh, in fondo non è una cattiva idea. In fondo Sergej ha solo trent’anni e non deve spaventarsi all’idea di tornare in un campionato più esigente. Primo: forse non lo è. Secondo: si tratta di giocare due-tre partite, al massimo quattro, poi sicuramente si fa male e si ferma per un infortunio muscolare. Nel Napoli di Conte ieri ce ne sono stati altri due. Sono usciti Gilmour e Spinazzola. Lobotka si è scaldato ma una chiacchiera veloce con Conte ha stabilito che fosse rischioso. Così il Napoli è rimasto per tutta la partita senza regista, qualcuno ha fatto addirittura un pensierino a Mario Martone. 

Pierfrancesco Archetti sulla Gazzetta ha scritto: Partenza, cadute, rinascita, frenatina. Il Napoli della prima porzione di stagione resta enigmatico, non trova la linea della continuità, in qualsiasi competizione. Pare più un’occasione perduta per il Como, andato al San Paolo con lo spirito di quei personaggi di Monsters & Co., gli Spaventatori che fanno bù ai bambini ma non ci credono. Si sono messi a palleggiare e palleggiare come in un’antica melina, non come nel tiki-taka che Fabregas conosce, tanto che i tiri in porta sono stati due [uno era il rigore], Nico Paz non riesce a far sfavillare le qualità, la mossa che incanta i difensori e il pubblico resta nascosta [ancora Archetti] e il portiere Butez pareva Pat Bonner a Italia ‘90. Nel primo tempo non si è giocato mai. Strano non siano stati dati 45 minuti di recupero. 

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costumi   Cristiano Giuntoli

Due separazioni consensuali in serie A. Il Genoa si è lasciato con Vieira, la Fiorentina con Pradé: nessuno dei due ha dei tatuaggi. Fiuuu. Anzi, il Grifone si è consegnato anima e corpo a un suo vecchio capitano, Domenico Criscito, promosso dalla Under-17. Il Giglio non si sa perché la faccenda è più complessa e delicata, la città è piena di striscioni che se la prendono con tutti. La Fiorentina è la squadra più distante dall’idea che di ogni squadra avevamo in estate, e forse senza Pradé si è fatta più debole pure la posizione di Stefano Pioli. Al posto del d.s. Gira il nome di Cristiano Giuntoli, probabilmente in queste ore dentro gli uffici di una quelle società che offrono servizi di cancellazione e deindicizzazione dei contenuti da Google. Era un dirigente della Juventus da un quarto d’ora quando volle far sapere che da bambino «facevo otto ore di pullman per vedere la Juve».

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