I Mondiali di calcio e le Olimpiadi come arma di ricatto politico
Se fate i cattivi, vi tolgo i Mondiali e le Olimpiadi. Ecco. Oddio, diciamo. Donald Trump sa benissimo che non può togliere niente a nessuno [ehm, boh, ormai qui è saltato tutto], ma usa l’arte dell’intimidazione a livelli altissimi. Dopo Seattle e San Francisco, anche Boston è finita nel mirino del presidente americano, che ha dichiarato di voler esercitare pressioni sulla FIFA per «togliere loro le partite» se la città non risolverà i suoi problemi di sicurezza. Non pago, ha esteso l’avvertimento a Los Angeles per i Giochi del 2028, evocando «potenziali questioni di sicurezza» come motivo del suo intervento.
Come spiega Alexander Abnos sul Guardian, Trump non ha alcun potere legale per imporre un cambio di sede, ma può tentare di condizionare la FIFA o il CIO. Le sue parole sono arrivate durante una conferenza stampa con il presidente argentino Javier Milei, a Washington, convocata per l’annuncio di un piano di salvataggio da 20 miliardi di dollari per Buenos Aires. Un giornalista gli ha chiesto se i disordini scoppiati di recente a Boston – uno street takeover culminato con l’aggressione di agenti e un’auto della polizia in fiamme – potessero spingerlo a chiedere la revoca delle partite Mondiali previste al Gillette Stadium di Foxborough.
«Potremmo portarle via», ha risposto Trump. «La loro sindaca non è brava… è una radicale di sinistra, e si stanno prendendo pezzi di Boston. È una dichiarazione piuttosto forte, no?».
Gli street takeover sono raduni notturni organizzati sui social, con acrobazie d’auto e folle che bloccano le strade. Sono un fenomeno diffuso nelle grandi città americane, ma raramente legato alla politica. Trump li ha usati come prova di una amministrazione fallimentare. «Se qualcuno non fa il proprio lavoro e ci sono condizioni pericolose, chiamerei Gianni [Infantino]… e gli direi di spostare tutto altrove», ha aggiunto. «Lo farebbe facilmente. Non gli piacerebbe farlo, ma lo farebbe».
Come ricorda Abnos sul Guardian, il presidente della FIFA ha coltivato negli ultimi anni un rapporto di stretta vicinanza con Trump: apparizioni congiunte alla Casa Bianca, viaggi condivisi in Medio Oriente e persino i due trofei dei Mondiali – per club e per nazionali – ormai parte fissa dell’arredo nello Studio Ovale. “Eppure tutto questo non ha impedito a Trump di minacciare la FIFA stessa”, scrive Abnos, ricordando che lo scorso settembre Seattle e San Francisco erano già state definite «città governate da pazzi radicali di sinistra che non sanno cosa stanno facendo».
La risposta non si è fatta attendere. «È un torneo della FIFA, sotto la giurisdizione della FIFA, e le decisioni spettano alla FIFA», ha replicato da Londra il vicepresidente Victor Montagliani, il quale ha tutta l’aria di essersi stufato di Infantino. «Con tutto il rispetto per i leader mondiali attuali, il calcio è più grande di loro e sopravviverà ai loro governi e ai loro slogan».
Nello stesso incontro con la stampa, Trump ha allargato il tiro alle Olimpiadi del 2028 dicendo: «Se pensassi che Los Angeles non è pronta, la sposterei altrove. Per quella dovrei chiedere un altro tipo di permesso, ma lo faremmo». Quel permesso – come lo chiama lui – dovrebbe arrivare dal CIO di Kirsty Coventry, che non ha ancora avuto incontri pubblici con Trump ma ha espresso il desiderio di un colloquio futuro. Il presidente ha criticato il governatore della California, Gavin Newsom, per la gestione degli incendi che hanno devastato Los Angeles negli ultimi mesi. «Se non collabora, dovremo essere molto duri», ha detto. E infine, l’avvertimento più diretto: «Boston farebbe meglio a darsi una mossa», ha concluso. «È tutto ciò che posso dire».