Lo Slalom del 8 settembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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#1 giorno ai quarti di finale di Eurobasket

     

►  La NAZIONALE femminile di pallavolo ha vinto i Mondiali in Thailandia battendo in finale la Turchia al quinto set [25-23, 13-25, 26-24, 19-25, 15-8]. Il titolo mancava da 23 anni. L’estate scorsa era arrivato l’oro olimpico

◇  Quella maschile di basket è stata invece eliminata dagli Europei in Lettonia alla prima partita della fase a eliminazione diretta, gli ottavi di finale con la Slovenia [84-77]

 ◇  Carlos Alcaraz ha vinto gli US Open di tennis. Ha battuto in quattro set Jannik Sinner [6-2, 3-6, 6-1, 6-4] e ha pure riconquistato il numero #1 della classifica mondiale. È il sesto Slam della sua carriera. 

◇  Max Verstappen ha vinto il GP di Monza davanti alle due McLaren di Norris e Piastri. La prima Ferrari è stata quella di Leclerc, al quarto posto. 

◇  Alex Marquez ha battuto suo fratello Marc e ha vinto il GP di Barcellona. Era in testa anche sabato alla Sprint Race prima di cadere. Con questo risultato Marc non potrà essere campione del mondo già fra sette giorni a Misano. 

◇  La Vuelta vive oggi il suo ultimo giorno di riposo dopo che la tappa di ieri è stata vinta da Mads Pedersen, non allo sprint ma con un’azione da lontano. “Mads è un faticatore vecchio stile che farebbe la gioia di qualunque team [Marco Bonarrigo, Corriere della sera].Jonas Vingegaard è sempre in maglia roja. 

 

   

«Ai giovani io dico: voi dovete cercare di vincere il più possibile, ma non credete a chi dice che il mondo si divide in vincenti e perdenti. Io credo che il mondo si divida soprattutto tra brave e cattive persone

Julio Velasco

  

L’Italia più bella di sempre

Chi ce l’ha fatta prima di loro sta dentro pagine ingiallite dal tempo oppure su pianeti meno popolati. Non ci sono molte Italie che hanno vinto un oro olimpico e un oro mondiale. Il calcio lo fece con Vittorio Pozzo negli anni Trenta del Novecento. Il Settebello con Ratko Rudic a metà degli anni Novanta. 

La prima è un’impresa da preistoria, pre-televisiva, un’impresa accaduta nell’età dei cantori, quando i testimoni erano pochi e spesso ti raccontavano quel che volevano, comprese le fandonie. La seconda è avvenuta nell’acqua e in uno sport dove l’eccellenza fuori dall’Europa non esiste, dove nessuna delle 66 medaglie assegnate in 22 edizioni dei Mondiali è uscita dal nostro vecchio recinto, con soli 9 paesi interessati a questo gioco in mezzo secolo, compresi quelli che non esistono più; mentre la pallavolo ha avuto 17 nazioni sul podio tra gli uomini e 16 tra le donne, un mondo dai confini larghi, estesi verso est fino alla Cina, il Giappone e le due Coree, a ovest fino agli USA, a Cuba, a tanto Sudamerica: l’Argentina, il Brasile, il Perù. Prima o poi aspettiamo che arrivi il Medio Oriente con l’Iran, tre volte campione del mondo Under-21 tra gli uomini dal 2019 al 2025. 

Di fatto il doppio oro della pallavolo femminile in tredici mesi non ha precedenti alla sua altezza. Bisogna frugare fra le stelle dello sport individuale per trovare delle figure da mettere accanto a Paola Egonu e Miriam Sylla, Alessia Orro e Anna Danesi, Kate Antropova e Monica De Gennaro. Una squadra sdraiata su tutto il paese, da ovest a est, da nord a sud isole comprese, una squadra composta da due venete [Paola Egonu, Eleonora Fersino], quattro lombarde [Anna Danesi, Benedetta Sartori, Stella Nervini, Loveth Omoruyi], una napoletana [De Gennaro], una siciliana [Miriam Sylla], una sarda [Alessia Orro], una bolognese [Gaia Giovannini], una toscana [Carlotta Cambi], una piemontese [Yasmina Akrari], una ragazza nata in Islanda da genitori russi [Kate Antropova] e un’altra in Germania [Sarah Fahr]. Bisogna frugare tra le fiorettiste e gli sciatori, gli Zeno Colò e i Gustav Thoeni, i Piero Gros e gli Alberto Tomba. A Sofia Goggia manca il Mondiale, a Federica Brignone l’oro olimpico. Ori olimpici e mondiali sono arrivati dalla boxe [Benvenuti e Oliva], dall’atletica [Tamberi e Cova], dal nuoto [Pellegrini e Ceccon, Rosolino e Paltrinieri]. 

Questo è il pantheon in cui ieri sera è entrato un gruppo di ragazze che per un mucchio di tempo abbiamo considerato delle incompiute, incompiute anche immature perché sorridevano dopo un errore, si tenevano per mano in campo e sorridevano. Quella loro maniera leggera di vivere l’agonismo è stata considerata superficialità, scarsa consapevolezza, mancanza di concentrazione. Non sono cambiate e con lo stesso atteggiamento sono arrivate dove sono. 

In cima al pantheon dovremmo forse mettere quest’uomo che ha fatto il viaggio dei nostri avi all’incontrario, tornando dall’Argentina verso la terra dei suoi antenati e sempre-sempre-sempre pronunciando parole controvento: prima contro la cultura dell’alibi, poi contro l’ossessione dei processi, di recente contro la demonizzazione degli adolescenti, contro questa idea così sballata e così diffusa che i nostri vent’anni siano stati migliori dei vent’anni di oggi, esattamente come dicevano i vecchi di noi e come diranno i ventenni di oggi dei prossimi. 

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«Si parla sempre male dei giovani. Come facciamo a rapportarci con i giovani se continuiamo a dirgli “noi eravamo meglio di voi” “noi giocavamo col cavallo di legno e voi state sui social”? Se me lo avessero detto a 18 anni li avrei mandati a quel paese. I giovani sono diversi perché vivono in un mondo diverso. Io ho sempre avuto fiducia in loro, nelle mie figlie, nei nipoti, nei giocatori: anche nella mia squadra ammiro la capacità d’adattamento e la voglia di lavorare.

JULIO VELASCO a Repubblica

| Walter Veltroni sul Corriere della sera ha scritto che Velasco appare spesso malinconico come un tango della sua terra, quella danza che sarà pure «un pensiero triste che si balla». Ma preferisco la definizione di un grande maestro di quel ballo, Carlos Gavito: «Il tango è saper camminare abbracciati». Così hanno fatto le ragazze, guidate da Julio Velasco, maestro di sapienza civile e sportiva.

| Valentina Desalvo su Repubblica dice che la svolta dopo i Giochi è stata cambiarsi subito il vestito, sapendo che il peso della conferma può diventare una condanna. Velasco ha trasmesso gli anticorpi, la capacità di reagire alle sventure, persino a quella di buttar fuori una palla. Poi c’è stato, insieme al potenziale tecnico, alla polifonia della squadra, l’effetto quasi ipnotico del doppio opposto: siamo l’unica nazionale al mondo che ha due come Egonu e Antropova. Velasco ha resistito alla tentazione di buttarle in campo insieme e ha saputo convincerle dell’alternanza.

| Giulia Zonca su La Stampa considera che Velasco potrebbe rientrare dalla Thailandia con la camminata di Sorrentino al Festival di Cannes diventata simbolo della convinzione: con la faccia compiaciuta, il passo lento e sicuro, il sorriso beffardo di uno che non può essere toccato da nulla e avrebbe gioco più facile del regista da Oscar. Velasco interpreta lo sport come l’insieme di tanti piani che si incrociano, sociali, ambientali, umani ma non sovrappone mai le sfide del campo a quelle della vita. Insegna pallavolo con parametri che escono dalla tattica e dalla tecnica, eppure non mescola il privato con la sfida e non usa termini agonistici per definire situazioni quotidiane.

Julio, il magnifico Julio, adesso si è messo davvero nei guai. Questo doppio oro in tredici mesi con una serie irreale di 36 vittorie ufficiali consecutive rischia di passare come la normalità. Invece prima o dopo tutto questo finirà, e come scrive in chat la guida spirituale di Slalom rispunterà da qualche parte la parola delusione, e un titolo si domanderà: Velasco, che succede?

 

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Il podcast    ▬▬▬▬▬▬▬

L’uomo che ci insegnò prima a perdere, e dopo a vincere

Per molto tempo perdere è stato comodo. Era un dolore senza troppa pena. Non c’era alcun imbarazzo. Per molto tempo, in Italia, perdere – eh – succedeva. Succedeva perché l’arbitro aveva sbagliato a vedere o a non vedere, era stato ingiusto, qualcuno gli dava del corrotto. Era stato lui. Colpa sua. Oppure si perdeva per sfortuna, perché avevi preso il ferro all’ultimo secondo anziché mettere la palla nel canestro, perché avevi preso il palo interno su calcio di rigore, perché una palla era caduta un centimetro oltre la riga. Accadeva sempre qualcosa di incontrollabile. Non dipendeva da noi, si perdeva prodigiosamente perché il campo non era perfetto, perché c’era troppo vento, perché non ce n’era affatto, si perdeva perché avevamo tanti assenti, perché il pubblico ci aveva innervosito, si perdeva perché qualcosa, perché qualcuno, perché gli altri. 

Fino al giorno in cui è arrivato un misterioso straniero sul dorso di un cavallo bianco, come nelle migliori città fantasma dei film western, un tipo con lo  sguardo acuto e tagliente. Taceva, ascoltava, aveva una risposta a tutto. Aveva la risposta perfino alla più indicibile delle domande. Hombre, perché ci battono veramente? Ecco. Il giorno in cui nella pallavolo italiana è arrivato Julio Velasco da La Plata, abbiamo capito che esisteva un modo più giusto di perdere. Un modo più esatto. Più sincero. E all’improvviso – da quel momento – abbiamo cominciato a vincere. 

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 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨   In Spagna, in Francia e in Inghilterra la celebrazione di Carlos Alcaraz, nuovo numero 1 del tennis dopo il successo a NY – In Italia le prime pagine sono per la Naziionale femminile di pallavolo campione del mondo

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Palazzetti e dintorni

L’età dell’oro della pallavolo coincide in modo sinistro con il ventennio grigio della pallacanestro. L’Europeo dell’Italia è finito con la separazione da Pozzecco. Walter Fuochi su Repubblica dice che i saluti erano scontati da un pezzo. Il favorito a succedergli è Luca Banchi, che lascerà la Lettonia, a sua volta deludente e delusa. Il Poz s’è defilato a sconfitta ancora calda. Doncic ha fatto i punti che doveva e che si temeva avrebbe fatto [42], il piano tattico disposto dal Ct è stato criticato da Andrea Meneghin.Mario Canfora sulla Gazzetta dice che esiste pure la suggestione Scariolo, ma se il basket sta al calcio come Pozzecco sta a Gattuso [fino a ieri mattina, da oggi non lo dirà più nessuno], allora Buffon sta a Gattuso come Datome sta a chissà chi. 

Le sorprese degli Europei

La più grossa è arrivata sabato sera, la sconfitta della Serbia con la Finlandia. Lauri Markkanen ha lasciato il segno con 29 punti, Elias Valtonen ha fatto l’eroe con tre triple (aveva un 2 su 12 nel torneo). Nikola Jokic ha chiuso invano con 33 punti e 8 rimbalzi, ma pure con 5 tiri liberi sbagliati su 19. 

Crash a Riga titola invece stamattina L’Equipe sulla foto di Sylvain Francisco accasciato per il dolore su un cartellone pubblicitario a bordo campo. Il dolore è per il 3 su 11 personale da tre ma soprattutto per l’eliminazione della Francia argento olimpico agli ottavi di finale, battuta dalla Georgia. “indegno del loro rangopunta il dito Yann Ohnona scrivendo che “il disastro di Riga sarà ricordato per mancanza di leadership, intensità insufficiente e scarsa qualità, un fiasco epocale

Toko Shengelia ha fatto tutto questo [ha piantato i chiodi sulla bara dice il quotidiano sportivo], con 24 punti, 8 rimbalzi, due triple, e così il tabellone che si era aperto per la vittoria della Finlandia sulla Serbia si è chiuso come un’ostrica. È solo la seconda volta nelle ultime dodici edizioni che la Francia resta fuori dai quarti di finale. Quando era successo nel 2017, la sconfitta indusse a un ricambio generazionale, con l’uscita di scena della generazione di Tony Parker. Questa volta Nicolas Batum e Nando De Colo hanno già fatto un passo di lato. I trentatreenni Fournier e Gobert non erano in squadra, gli infortuni hanno sottratto Wembanyama e Lessort alla spedizione, prima di condizionare la squadra anche durante il torneo [Sarr]. Stavolta non c’è una squadra da mandare in pensione, stavolta c’erano undici giocatori, anche se indeboliti, anche se inesperti, che brandivano la loro giovinezza e la loro spensieratezza come una bandiera. Sono caduti, sono stati soggiogati da una banda di vecchi che hanno saputo guidare una partita al rallentatore e hanno giocato essenzialmente con quattro giocatori. Settanta degli 80 punti georgiani sono arrivati ​​dal quartetto Shengelia (24), Baldwin (24), Mamukelashvili (14), Bitadze (8).

Basta a spiegare cos’è successo?  La verità è che non lo sappiamo, non lo sappiamo quasi mai. La Francia ha tirato 23 volte più di georgiani [71 a 48], ha dominato nei rimbalzi offensivi e dunque nelle seconde occasioni [18 a 4], ma tirando con 25 su 71 non si va da nessuna parte. Un eclissi lunare è la definizione per le cifre nel tiro da tre punti dell’intero torneo: 55 su 193 in totale, il 28.5%. È la 14esima percentuale sulle 16 squadre avanzate alla fase finale. 

Ora. Potrebbe essere stato un inciampo in un ciclo d’oro che presto si aprirà, potrebbe essere il primo risultato di una catena che chiameremo una maledizione”, ma il mestiere esige una risposta, adesso, stamattina, subito, allora L’Equipe si domanda se per caso ai giocatori non sia stata concessa troppa libertà dentro e fuori dal campo. Ci si aspettava troppo da giovani guardie – Maledon, Risacher, Coulibaly – in cerca di maturità?

È evidente che con Wembanyama sarà tutta un’alara squadra. La qualificazione per la Coppa del Mondo 2027 in Qatar si avvicina. Una competizione che garantirà i biglietti per le Olimpiadi del 2028 a Los Angeles. Tuttavia, per avere qualche speranza di trionfare, come annunciato la scorsa estate da Victor Wembanyama e dai vincitori della medaglia d’argento olimpica, dovrà prima guadagnarsi il diritto di partecipare scrive L’Equipe in preda all’amarezza. 

Nelle cattivissime pagelle in cui spiccano gli 8 per Shengelia e Baldwin, hanno preso un memorabile 3 Maledon, Cordinier e Coulibaly. La sola sufficienza è andata a Jaiteh.

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I temi del giorno

 

      

Come Sinner si è sciolto a New York

Aveva ragione Mats Wilander. La sua previsione alla vigilia della partita pareva figlia di un gusto, non di un’analisi. A Wilander piace più lo stile di Alcaraz che quello di Sinner. Non è il solo. Appartiene a una maggioranza che in Italia non vediamo e che tendiamo a giudicare come una tribù di bizzarri. Così, quando ieri pomeriggio ha detto che Alcaraz era favorito perché se gioca al massimo vince sempre – mentre per Sinner questa cosa non vale – ecco: quando si è espresso in questo modo pareva che stesse parlando con un ottimismo fuori dal mondo. Certamente fuori dal nostro mondo, il mondo nel quale ci raccontiamo che Sinner su cemento è ingiocabile più che altrove. 

Aveva ragione Mats Wilander. Il servizio è stato il colpo che ha indirizzato la partita. Si sono presentati alla finale con un bilancio di ace da 44-38 per Sinner, ma con la prima di servizio Alcaraz era stato più stabile: 62,9% di volte in campo contro 56,5% di Jannik. Prima della partita di ieri sera, dal turno d’apertura alla semifinale con Djokovic, Alcaraz aveva segnato 84 punti su 100 negli scambi iniziati con una prima di servizio, Sinner 82. Non pareva un solco così largo, ma c’è una differenza nel giocare contro il trenta-e-passa del mondo e contro il numero 2-quasi 1. Sinner è stato surclassato 2-10 negli ace. Ha commesso 4 doppi falli contro nessuno. Ha vinto solo il 69% dei punti sulla prima di servizio [contro l’83%], ma soprattutto di prime ne ha messe veramente poche, 54 su 112, pari al 48%. 

Colpisce con un sorriso, aiuta la sua vittima intontita ad alzarsi e poi gli dà un bel colpo sotto il mento per finire il lavoro. È la metafora adoperata da L’Equipe per il gioco di Carlos Alcaraz, un ragazzo che distribuisce le sue castagne col sorriso, solleva i suoi avversari, i trofei e ricomincia. La definizione felice di Quentin Moynet è l’assassino esteta

Ha vinto il suo sesto titolo Slam ed è il secondo più giovane nell’era Open a raggiungere il traguardo, all’età di 22 anni e 125 giorni, mentre Bjorn Borg ci arrivò a 22 anni e 125 giorni. Ha lasciato il segno su quella che viene giudicata la macchina fredda e imperturbabile di Sinner, 24 anni, giunto alla fine della sua serie di 27 vittorie consecutive nei Major sul cemento, spezzato da l’artista spagnolo – ancora parole de L’Equipe – l’unico uomo che gli ispira un senso di paura e impotenza

Il giornale francese scrive che Alcaraz ha giocato con la bava agli angoli delle labbra e che non aveva mai iniziato così forte contro Sinner, il quale ha scoperto il ruolo del sacco da boxe dopo aver trascorso due settimane indossando guantoni e tirando pugni. Ognuno ha un piano finché un altro piano non ti colpisce, e in un solo set l’italiano ha preso più schiaffi di quanti ne avesse in cassati in due settimane. Quando il primo colpo non bastava – si legge – Alcaraz rallentava, tirava una palla profonda e arcuata o un rovescio tagliato, per poi accelerare violentemente spostandosi sul dritto. Non ha mancato praticamente mai il bersaglio e si è permesso di fingere una o due palle corte per tirarne una lunga e bassa, come faceva Roger Federer. Sinner ha perso il controllo e la compostezza.

Nicolas Escudé, ex numero #17 al mondo che oggi commenta il tennis per Eurosport France, dice che Carlos Alcaraz ha fatto quel che fa di solito, ha tirato il suo primo colpo sul dritto dell’avversario, dove Sinner è meno solido, era l’annuncio di quello che lo avrebbe atteso. «Alcaraz lo ha schiacciato su quel colpo, con una risposta di qualità che ha fatto la differenza. Solo nel secondo set Sinner è riuscito a giocare la diagonale di rovescio, che gli si addice di più. Non è stato un Sinner grandioso, ma quando Alcaraz gioca ad altissimo livello, Jannik ha delle difficoltà a diventare un gigante. Sinner era molto irritato dopo l’errore che gli ha procurato il break all’inizio del terzo set. Poco dopo, addirittura, ha tirato via la racchetta. Qualcosa di incredibile per lui. Da quel momento in poi il set era morto. Soprattutto perché Alcaraz si è assicurato ancora una volta di inchiodarlo sul dritto più possibile, tirando forte da quel lato. E nel quarto set ha concluso con una qualità pazzesca al servizio. Sinner non ha mai avuto le chiavi del camion».

Ventiquattr’ore dopo la sua previsione, Mats Wilander su L’Equipe sottolinea quanto sia stato ampio il divario, a Wimbledon era successo il contrario, e avverte che non bisogna sempre aspettarsi di vivere partite combattute ed epiche come al Roland-Garros. Non sempre Sinner e Alcaraz giocano bene allo stesso tempo, e appena uno dei due è un po’ al di sotto del suo meglio è morto. Sono entrambi troppo forti perché uno possa battere l’altro senza giocare al meglio. È quello che è successo a NY.

Nelle due settimane a Flushing Meadows, Alcaraz non ha commesso quasi mai errori sui punti importanti, come Novak Djokovic sapeva fare ai suoi tempi migliori; gioca un tennis percentuale. Quando è esploso, tutti gli osservatori dicevano che doveva giocare così, rimanere concentrato, non provare troppe palle corte o colpi folli. Quando ci riesce, vince facilmente. Essendo molto più avanti fisicamente, si muove meglio degli altri. È così veloce che è quasi impossibile fargli male. Dando l’impressione di avere un mucchio di tempo a disposizione anche quando ne ha pochissimo, mette sotto pressione l’avversario e lo costringe a correre dei rischi. Sembra tutto facile per lui, come per Roger Federer in precedenza. L’altro va nel panico. Il panico si trasforma in errori. Con la sua facilità visiva, Alcaraz induce a commetterne. Sinner si difende in modo incredibile, ma non diffonde la stessa facilità, la stessa morbidezza dei colpi; si difende in modo più violento di Alcaraz, con appoggi e scivolate dure. Questa è la grande differenza tra loro. Carlos è un campione puro, quello che ogni sport sognerebbe di avere. È l’ambasciatore per eccellenza, siamo incredibilmente fortunati ad averlo. Anche Sinner è un grande campione, ma Carlos è una superstar, è magnetico. È super gentile, sempre naturale, sempre sorridente, in campo e nelle interviste. È una fonte d’ispirazione per me. Quando vedo un ragazzo che sembra divertirsi così tanto nella sua vita, mi ispira.

Oh, secondo Wilander bisogna disporsi a vederli in finale ancora tante volte. Sono così avanti a tutti che non mi pare ci sia nessuno, tranne forse a medio termine Ben Shelton, in grado di impensierirli. Sarebbe fantastico per il tennis se un terzo uomo si insinuasse tra loro e trasformasse questo duo in un trio, per aggiungere un po’ di pepe. La domanda che ci porremo ogni anno da ora in poi è se uno dei due raggiungerà il Grande Slam. Immagino che ne siano capaci entrambi. Oggi preferirei puntare una moneta su Carlos, ma penso che Sinner sarà il favorito in Australia

        

Come l’abbiamo presa in Italia

|   Gaia Piccardi, Corriere della sera: Jannik avrebbe bisogno di staccare per qualche giorno ma ha un impegno contrattuale con lo sponsor delle crociere di recente acquisizione nel portfolio. Poi tornerà a Montecarlo, dove potrebbe occuparsi del problema irrisolto del fisioterapista, l’anello mancante nel team dopo la rottura con Panichi (rimpiazzato dall’ex Ferrara) e Badio. Lui rimpiange i tre match point di Parigi — se una di quelle palline di feltro si fosse fermata nel campo di Alcaraz, oggi parleremmo di un 2025 ai confini della realtà —, rivendica la propria unicità. e continuerà a regolare la sua bussola con le care, buone, leggi della montagna. Andare a letto prima che faccia buio pesto («Le ore di sonno che mi riposano sono quelle prima di mezzanotte»), la privacy difesa con understatement altoatesino ma anche la certezza di essere il figlio di una regione a statuto speciale e, come tale, speciale lui stesso.

|   Stefano Semeraro, La Stampa: Su Flushing Meadows piomba Donald Trump e a pagare dazio stavolta è Jannik Sinner. Che è vestito di rosso ma non ha il solito fuoco dentro. Che prova a lottare ma subisce le folate di Alcaraz. Che non ha abbastanza nervi per trovare un lumicino in fondo al tunnel, e soprattutto non abbastanza servizio (68 % di punti sulla prima contro l’86 di Carlitos, appena il 49 % di prime contro il 60) per aggrapparsi ad una speranza; e qui forse c’entra qualcosa il fastidio agli addominali rimediato contro Aliassime in semifinale. Carlitos manovra il diritto in cross come un maglio, ma scava anche angoli da geometra psichedelico; quando ne ha bisogno tocca a rete con magnificenza, gattona acrobatico per rimettere l’impossibile, e sprinta come una gazzella.

|   Gabriele Romagnoli, Repubblica: Non è difficile trovare intollerabile il modo in cui Alcaraz sta in campo, il suo abbigliamento, il suo ghigno soddisfatto, il continuo tentativo di sedurre la sorte o di prenderla con la forza, ma questo non è il suo segreto, è la sua dote evidente. Se non puoi imitarla, non puoi infischiartene, devi farci i conti. Puoi perfino dileggiarla, mai trascurarla. E devi fare quel passo avanti, anche se non è in te, perché con quel che è in te puoi soltanto arrivare secondo.

Cosa stanno scrivendo in Spagna

|   Manuel Jabois, El Pais: Carlos Alcaraz, Jannik Sinner, Arda Güler e Lamine Yamal. Quattro nomi che dieci anni fa non comparivano sulle pagine di un giornale. Quattro nomi che occuperanno ogni pagina nei prossimi dieci. Il loro aspetto stridente trasforma il periodo in cui non esistevano in pura vigilia. Tutti e quattro hanno qualcosa in comune: non sono specialisti in nulla, non sono giocatori di servizio e rete, né giocatori di fondo campo, né ali da palleggio, né centrocampisti offensivi da passaggio finale. Sono tutto e niente, assurdamente fluidi. È curioso come stia arrivando un tempo nuovo. Vedi Carlos Alcaraz giocare e hai l’impressione di assistere al tennis che ci si aspettava tra dieci o quindici anni. Forse il futuro è questo: atleti giovani e imprevedibili che si sforzano di superare i limiti prima del loro tempo. Qualcuno si aspettava Messi dopo Messi così presto? Ci sono voluti 20 anni perché Messi apparisse dopo Maradona. Allora si capisce che quello a cui stiamo assistendo non è ancora il combattimento, ma la vigilia. La vigilia di uno sport diverso, di una nuova lingua che deve ancora essere nominata. [segue qui]

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Le analisi

 

   

Eurogol

Il PSG non allenta affatto la pressione sulle istituzioni dopo gli infortuni di venerdì a Ousmane Dembélé e Desire Doué nella partita con l’Ucraina. Il primo starà fuori dalle 6 alle 8 settimane [coscia], l’altro dalle tre alle quattro [polpaccio]. Il club ha scritto una lettera alla federazione e una alla FIFA in cui manifesta “profonda preoccupazione per la gestione dei suoi giocatori. In una nota ieri ha rilanciato e ha parlato di fatti gravi ed evitabili chiedendo con urgenza un nuovo protocollo di coordinamento medico-sportivo tra club e nazionali, più trasparente e collaborativo

Nasser AL-Khelaifi è anche il presidente dell’ECA. Il PSG è irritato perché sostiene di aver trasmesso alla federazione alcuni elementi medici prima dell’inizio degli allenamenti della Nazionale, sul carico di lavoro sopportabile dai suoi giocatori e sui rischi di un infortunio, così adesso deplora che queste raccomandazioni mediche non siano state prese in considerazione dallo staff medico della squadra francese e che ci sia stata una totale assenza di sollecitazione e consultazione con l’équipe medica

Barcola e Dembélé si erano infortunati anche a giugno in Nazionale, Zaire-Emery a settembre del 2024. La federazione però smentisce la versione dello scambio di informazioni. Il bersaglio si chiama Franck Le Gall, responsabile dello staff medico della Francia, abbastanza impopolare da qualche anno a questa parte, da quando nel 2022 dovette gestire un infortunio alla coscia di Karim Benzema prima e durante i Mondiali del Qatar.

Domani la Francia rigioca con l’Islanda, le scelte di Deschamps saranno sotto osservazione, come pure le convocazioni per la prossima finestra di ottobre. Così almeno avverte L’Equipe. L’altro tema di discussione è il ruolo di portiere titolare. Per ora il passaggio di Chevalier dal Lille al PSG non intacca la posizione di Mike Maignan. 

Che si fa con gli under-21 francesi in fuga verso l’Arabia Saudita

L’altro dibattito al centro della scena del calcio francese in queste ore riguarda le convocazioni per la Under-21. Per la prima volta nella storia, la nazionale giovanile ha chiamato tre calciatori che giocano in Arabia Saudita. Una situazione inedita che solleva interrogativi dice L’Equipe. Passata in qualche modo inosservata – si legge – la lista di Gerald Baticle per gli impegni di settembre è entrata nella storia della nazionale francese

I tre sono Nathan Zeze, Saimon Bouabre e Valentin Alangana. Il fatto che i club sauditi, impegnati in un frenetico sviluppo del calcio locale, siano interessati ai giovani giocatori non è una novità. Ma fino a questo momento, la Francia era stata poco o per niente interessata all’offensiva. Grazie al sostegno di un intermediario noto da anni in Francia – Adam el-Fayed – e a un colossale potere finanziario – Zeze guadagna 3 milioni netti all’anno – i sauditi hanno convinto le tre promesse avviando una vera evoluzione nel modo di pensare il loro campionato. Prima c’era una sorta di disprezzo nella percezione del campionato saudita, oggi esiste un effetto valanga rispetto ai primi che se ne sono andati

La presenza di allenatori francesi in Arabia spinge a partire. “Il football francese dovrebbe preoccuparsi? Convocare N’Golo Kanté o Theo Hernandez, con dieci anni di carriera alle spalle in Europa, è una cosa. Convocare giovani giocatori che stanno lanciando la loro carriera professionistica a 18-19-20 anni in Arabia Saudita è un’altra.

 

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Dai campi

 

LA malinconia per Leclerc di fronte a un Verstappen così

Con cinquantatré giri percorsi alla velocità media di 250,706 km/h, ieri è caduto il record stabilito da Michael Schumacher al GP d’Italia del 2003 [247,586 km/h]. È stata la corsa di F1 più veloce di sempre, nel posto che l’automobilismo chiama il Tempio della Velocità. Eppure nella stagione del dominio McLaren, il record porta la firma di Max Verstappen, 66 successi, tre nel 2025, il terzo a Monza. 

L’Equipe ha scritto che a volte ci si stanca di un piatto, anche se è eccellente. E poiché l’insalata di papaya dei McLaren era chiaramente carente di condimento, vi sveliamo la ricetta di un piatto delizioso, nel cuore di questa stagione dai sapori d’arancia. Per impedire a Lando Norris o Oscar Piastri di vincere, come in ogni buona cucina, servono ingredienti eccezionali. E alla Red Bull ce n’è uno maturato molto bene. Come in ogni buona cucina – prosegue il paraustiello francese – servono anche buoni utensili. E alla Red Bull c’è pure un coltello affilato, una mente brillante che ha preso il posto di Adrian Newey, quando molti pensavano che la partenza del britannico avrebbe lasciato un vuoto enorme. Questo tecnico è francese, si chiama Pierre Waché, ed è salito sul podio accanto al pilota olandese

Pare che siano stati decisivi i suoi interventi sul settaggio della macchina, un cambiamento radicale sulla rigidità delle sospensioni e la pressione degli pneumatici, ma questo non basterà a far tornare Verstappen in sella per difendere il suo titolo

Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera non può fare a meno allora si soffermare lo sguardo su Charles Leclerc, preso dalla Ferrari per essere l’anti-Max, l’antagonista, e invece sempre molto distante da quel che doveva essere, da quel che potrebbe essere.

Terruzzi scrive che voler bene davvero a questo fuoriclasse senza corona, inchiodato in una delusione cronica, porta a pensare che gli serva cambiare aria. Il pensiero è intimo ma pressante, circola nella testa di chi, per Charles, conserva stima, ammirazione; di chi, a Charles, tiene. Insomma, di chi pensa che un pilota come lui debba cercare uno spariglio per provare a conquistare ciò che merita. Salvare il soldato Leclerc: il tema, del resto è esposto, non c’è nemmeno bisogno di star qui ad elencare responsabilità, errori, scelte che non hanno funzionato. Più affettuosamente, trattasi di trovare un modo per un rilancio emotivo prima che agonistico. Di trattare Leclerc come un amico che, magari, potrebbe stare meglio affrontando un divorzio doloroso.

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Oggi

 

 

Ai Mondiali di rugby si poteva fare di più?

La Nazionale femminile è uscita di scena ieri con la terza e ultima partita del girone, una vittoria per 64-3 sul Brasile del tutto ininfluente dopo le due sconfitte precedenti con la Francia e soprattutto con il Sudafrica – lo scontro diretto per passare ai quarti. World Rugby ha giudicato la partita delle azzurre, una prestazione in contropiede degna della fase a eliminazione diretta, una partita che lascia le Azzurre a chiedersi cosa sarebbe potuto succedere ai quarti di finale.

Il Brasile si era portato in vantaggio con un calcio piazzato di Raquel Kochhann e poi l’Italia ha dilagato. Migliore giocatrice: Isabella Locatelli. Il c.t. Fabio Roselli ha preferito guardare al futuro, ha detto che il suo percorso è iniziato meno di sette mesi fa, molto a ridosso del Sei Nazioni e in fondo solo ora inizia davvero un nuovo viaggio. Si è detto «molto orgoglioso, in squadra c’erano tante giovani giocatrici alla loro prima partecipazione alla Coppa del Mondo». Solo che il numero di trasformazioni riuscite all’Italia è stato pari al 16,6%, forse a dimostrazione di una mancanza di spietatezza – dice World Rugby – che avrebbe potuto portare le azzurre alla fase a eliminazione diretta. Se calci col 17% hai voglia di aspettare il futuro. Anche quando arriva, ne devi sempre aspettare un altro. 

Il gwijo delle sudafricane per non stressarsi

Con la vittoria nello scontro diretto dell’altra settimana sull’Italia, le Springbok Women si sono assicurate per la prima volta un posto nei quarti di finale. Hanno celebrato l’occasione con il gwijo, un’antica forma di espressione culturale ancora oggi diffusa, un rituale in cui i guerrieri Xhosa cantavano insieme per raccogliere le forze e calmare i nervi prima di una battaglia. Si canta, si balla, ci si mostra sicure e felici. Serve a diffondere energia e fiducia. Il canto Gwijo manda un messaggio di unità e speranza. Nombuyekezo Mdliki è una delle leader del canto all’interno della squadra e dispone di un repertorio di circa 20 pezzi. Dice che «aiuta a gestire il nervosismo, a non fissarsi sulla partita che sta per iniziare. Permette di non pensare a tutto ciò che ti circonda, a tutte le cose che ti stresseranno. Il Gwijo è un modo per distrarsi. Aumenta la tua sicurezza». 

È lo straordinario ribaltamento di un totem del pensiero sportivo: la concentrazione prima dell’evento. Le canzoni sono strillate o sussurrate, hanno un ritmo mosso oppure placido. Mdliki dice che le scelte dipendono dall’ambiente e dall’umore. Lo definisce «un canto educato».

     

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