Lo Slalom del 2 settembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

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#1 giorno a Italia vs Polonia, quarti ai Mondiali femminili di pallavolo

     

►  JANNIK SINNER ha battuto nella notte Bublik a New York lasciandogli tre game in 81 minuti di partita. Ai quarti di finale ci sarà il derby con Musetti. “Sarà una partita speciale” ha detto il numero uno al mondo. Lorenzo è per la prima volta ai quarti di Flushing Meadows, pure lui reduce da un successo netto sullo spagnolo Munar.

◇  Il calciomercato si è chiuso ieri sera, così da stamattina possiamo cominciare a parlare delle riparazioni necessarie a gennaio. Certo ci sono tre mesi di fastidio, solo partite giocate, ma ce la caveremo. Donnarumma è andato al Manchester City, il Milan ha preso Rabiot, l’Inter Akanji e la Juventus Openda e Zhegrova. Zaniolo ricomincia da Udine. Hojlund alla fine ce l’ha fatta a coprire i km che separano Manchester da Napoli. 

◇  Agli Europei di basket la Germania campione del mondo ha dato 63 punti di scarto alla Gran Bretagna, senza tuttavia riuscire a insidiare alcuni risultati venuti fuori nel fine settimana ai Mondiali femminili di rugby: Francia-Brasile 84-5, Inghilterra-Samoa 92-3.

◇  L’Italia di atletica leggera porterà in gara 90 fra atlete e atleti. Tamberi deciderà nei prossimi giorni se rispondere o no alla convocazione. I nomi sono tutti qui

◇  Con un video sui social, la Ferrari lascia intendere che avrà una livrea speciale per il GP di Monza,. Jean Alesi sul Corriere della sera ha scritto che non era pronta ad accogliere una star come Lewis, così pesante ed esigente. Nel 2026 le cose potranno andare molto meglio

 

   

Non resta che aprirsi come un loto per scoprire cosa si nasconde dentro di noi

Henry Miller

 

la copertina

Naomi Osaka è rifiorita

Prima di tutto il riassunto, a che punto siamo dopo tre giorni di buio fra treni, alberghi, viaggi, fogli di giornale. I quarti di finale maschili sono: [1] Jannik Sinner vs [10] Lorenzo Musetti, [2] Carlos Alcaraz vs [20] Jiri Lehecka, [4] Taylor Fritz vs [7] Novak Djokovic, [8] Alex de Minaur vs [25] Felix Auger-Aliassime. I quarti di finale femminili sono: [1] Aryna Sabalenka vs Marketa Vondrousova, [4] Jessica Pegula vs Barbora Krejcikova, [11] Karolína Muchová vs [23] Naomi Osaka, [2] Iga Świątek contro [8] Amanda Anisimova. Per Anisimova è la prima volta in carriera ai quarti di finale degli US Open. La prossima partita è la rivincita – oddio la rivincita – diciamo che è la rivisitazione della finale di Wimbledon persa 6-0 6-0 contro Iga Świątek. Un 60 l’ha dato ieri lei a Beatriz Haddad Maia. 

Non c’era mai stata una Naomi Osaka così forte e tanto avanti in un torneo dello Slam dopo Melbourne 2021, quando catturò completamente il cuore del mezzadro di codesto terreno chiedendo nel discorso di ringraziamento dopo il match all’avversaria Brady: «Preferisci essere chiamata Jenny o Jennifer?». 

C’era in quel passaggio tutta la Naomi imbevuta di cultura giapponese per parte di madre, la Naomi che china tre volte il capo a rete dinanzi a Serena Williams dopo averla stracciata. C’era tutta la campionessa di cultura liberal americana, cresciuta in Florida e a Long Island, di padre haitiano, andata oltre sé stessa e il suo ombelico quando aveva vinto gli US Open indossando in per ogni partita una mascherina nuova, sette diverse con sette nomi di vittime afro-americane della violenza: Breonna Taylor, Elijah McClain, Ahmaud Arbery, Trayvon Martin, George Floyd, Philando Castile, Tamir Rice. Sul New Yorker, di lei lo scrittore americano Gerald Marzorati scriveva a quel tempo: La sua disponibilità a cimentarsi con la complessità è un dono per il tennis in un momento difficile. Ci ricorda che lo sport non può e non deve essere semplicemente una fuga, ci ricorda che l’eccellenza è rara e può essere nobile

Sei anni fa a NY era la campionessa in carica e Cori Gauff una quindicenne scossa dalla sconfitta. Naomi andò dall’altra parte della rete a consolarla, un gesto di sorellanza prima che di sorellanza avesse bisogno lei, trovando invece spesso derisione e ostilità. La nuova vittoria della nuova Osaka di ieri sera sarebbe da celebrare come una rinascita. È arrivata nel giorno dei giorni del punto-e-a-capo, un lunedì, un 1° settembre, colonna sonora di Adriano Pappalardo. Ricominciamo. Sarebbe una circostanza da celebrare con solennità, se già troppe altalene non fossero intervenute, cambi di coach, bellissime partite seguite da inciampi fragorosi. 

Noi aspettiamo. Charlie Eccleshare e Matthew Futterman su The Athletic si sbilanciano: “Naomi Osaka è tornata. Desiderava ardentemente giornate come queste. da quando è rientrata in circuito all’inizio della stagione 2024, dopo la nascita di sua figlia. E in un caldo pomeriggio, in un Arthur-Ashe Stadium gremito, davanti a 24.000 spettatori e al mondo intero da casa, ha ottenuto la prima vittoria. Potrebbero essere tante. Nelle quattro precedenti occasioni in cui Osaka ha raggiunto i quarti di finale di un torneo Major, lo ha poi vinto.

L’altra faccia della partita di ieri è la frustrazione di Gauff. Per lei – dice The Athleticla sconfitta doveva avere un elemento di inevitabilità. Ha scelto la soluzione nucleare di rimodellare il suo servizio scricchiolante con l’esperto di biomeccanica Gavin MacMillan alla vigilia del torneo più importante dell’anno per lei. Si è esposta con un colpo che è ancora in fase di sviluppo. Sapeva che questo tipo di processo avrebbe rischiato di farla apparire poco preparata per gli US Open, ma era un passo che sentiva di dover fare. Senza rimpianti. Gauff non sopportava di continuare a commettere gli stessi errori, doppi falli su doppi falli. Spera che un sacrificio doloroso a breve termine possa trasformarsi in un guadagno a lungo termine

 ZIbald-Ace  

 Il derby italiano nei quarti

Arriviamo a Musetti-Sinner dopo due partite in cui hanno lasciato agli avversari 7 game complessivi in 6 set. Il Tennis Italiano dice che Sinner-Bublik è un match che di fatto non è esistito, complice il rendimento eccelso del giocatore italiano e un kazako decisamente sottotono e meno efficace del solito al servizio. Dopo la prima sconfitta nel 2021 Bublik disse che Sinner non era umano. Ieri lo ha chiamato IA, intelligenza artificiale. Nel suo commento su Ubitennis Ubaldo Scanagatta dice: Ah se Musetti fosse capitato nel quarto di de Minaur e Aliassime! Avremmo assai probabilmente avuto due italiani contro in semifinale anziché nei quarti. Come si fa a non pensarlo? Sette game persi dai due azzurri in 6 set. Roba da non credere. Proprio da matti. Certo neppure il più inguaribile degli ottimisti avrebbe potuto prevederlo. Mi sbaglierò, ma secondo me chi vincerà il derby azzurro andrà in finale.

  Cervara racconta come si è lasciato con Medvedev

Da domenica scorsa è finita, ma lavorare otto anni con Daniil Medvedev è stato eccitante, piccante, gioioso e anticonvenzionale. Così dice il coach francese Gilles Cervara , che sta cercando un nuovo tennista con rimettersi al lavoro. Nel frattempo racconta a L’Equipe come sono state queste stagioni e come sono arrivati a questa conclusione sempre più inevitabile nelle ultime settimane.

«Non è stata la turbolenta partita con Bonzi – spiega – a farci arrivare a questo punto. L’immagine che avevo quando parlavo con Daniil era quella di Agassi, con le sue numerose carriere nella sua carriera. Vista dall’esterno, questa separazione sembra quasi inesorabile. C’era la sensazione che fosse necessario altro. Era da un po’ che ci riflettevo, in particolare dopo Wimbledon. Pensavo che Daniil avesse bisogno di cambiare dinamiche ed energie. Avevo provato delle cose, in particolare integrando Gilles Simon nello staff. Ci sono stati dei segnali nel tempo che purtroppo hanno portato a questa fine. Daniil è un ragazzo speciale, richiede un allenamento speciale. Sono felice di averlo potuto supportare e avere avuto la competenza per farlo. Le vittorie ci hanno permesso di durare a lungo, ma i risultati esistono finché esiste una complicità professionale e personale. È una lezione che ricorderò. Mi sono sempre chiesto cosa fosse meglio per lui, non ho mai provato rabbia chiedendomi perché si comportasse in un certo modo. Non l’ho mai presa sul personale. Credo di essere riuscito a capire la distanza da mantenere» 

 

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 E guardo il mondo da un oblò: lo sport mentre succede

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I temi del giorno

 

 la Premier League 

I piedi di Donnarumma in una squadra di Guardiola

    Il mercato si è chiuso con il record dei record. La spesa complessiva della Premier League ha toccato i tre miliardi di sterline, a causa di quella che il Times giudica una tempesta perfetta di fattori e condizioni. Il primato precedente era di 2 miliardi e 400 milioni di sterline. Risaliva a due anni fa. Il sorpasso c’è stato con il trasferimento di Alexander Isak dal Newcastle al Liverpool per 125 milioni di sterline. Quando l’altro ieri era arrivato in bianconero Woltemade dalla Germania, si era capito che sarebbe andata a finire così. I sauditi si sono piegati alla volontà del loro centravanti. La saga è finita: andate in pace.

Cosa ha scatenato questa ultima ondata di investimenti? Quasi certamente – analizza il Times – è dovuta a una combinazione di fattori: il successo in Europa e in altre competizioni internazionali per club; alcuni importanti accordi commerciali; garanzie sugli introiti televisivi; una maggiore spesa sul mercato interno – circa il 40% del totale; minori timori per le regole su Profitto e Sostenibilità (PSR). È entrato in in vigore un nuovo accordo televisivo nazionale e sebbene si tratti di un aumento solo del 4% rispetto all’accordo precedente garantisce comunque un reddito fisso ai club per i prossimi quattro anni: prima d’ora, gli accordi televisivi erano validi solo per tre. Inoltre, il Manchester City e il Chelsea hanno portato a casa 40 e 80 milioni di sterline dalla partecipazione ai Mondiali dei club. Kieran Maguire, esperto di finanza calcistica presso l’Università di Liverpool, ricorda inoltre che Liverpool e Manchester City hanno stipulato accordi vantaggiosi con Adidas e Puma per l’abbigliamento. Si dice che l’accordo del City valga un miliardo di sterline spalmato in dieci anni, quello quinquennale del Liverpool prevede una cifra base di 60 milioni all’anno, più bonus legati alle prestazioni.

Parigi è una pagina voltata. Donnarumma ha firmato per il Manchester City. Diventa il primo calciatore italiano allenato da Guardiola, il più improbabile di tutti per chi è convinto che Pep sia rimasto uguale a sé stesso in  tutti questi anni, l’allenatore che ha enfatizzato il gioco coi piedi dei portieri prende un portiere mandato via dal PSG perché coi piedi boh, insomma. 

La realtà è sempre più complessa della sua riproduzione. Come il mondo di Jimmy Fontana, Guardiola non si è fermato mai un momento, e pure Donnarumma non è così male con i piedi. Ian Hawkey sul Times si chiede però perché il City sia passato da Ederson a lui, in un campionato nel quale i portieri si stanno lamentando dei nuovi palloni, più difficili da valutare e da trattenere [la Premier è passata da un prodotto Nike a uno Puma]. 

Benvenuto, Donnarumma – scrive il Times – in un mondo di scuse e alibi. Benvenuto, soprattutto, in un club dove i tiri di un portiere sono esaminati attentamente, dove puoi essere il numero 1 del tuo paese, amato dai tifosi, ma essere comunque considerato fuori posto, se il tuo gioco con i piedi non si adatta al piano di gioco.

È un enigma, scrive il Times, attribuendo a Guardiola molti dei dogmi ideologici del suo amico Luis Enrique e ricordando come già nove anni fa Pep aveva accolto in squadra un portiere [Bravo] scartato da Luis Enrique a Barcellona. 

L’ultima apparizione pubblica di Donnarumma da giocatore del PSG sarà ricordata per le lacrime versate al Parco dei Principi, alla fine di una vittoria sull’Angers diventata  occasione per un saluto alla folla. Prima della partita vinta sabato a Tolosa con due rigori parati da Chevalier e due rovesciate di Joao Neves in 14 minuti, Luis Enrique ha ripetuto che la cosa migliore era che si trovasse un’altra squadra. La cosa migliore per tutti. Per il PSG, per il portiere, per Rino Gattuso. 

A Parigi era l’ottavo giocatore più pagato della rosa, il Manchester ne ha pagati 35 al PSG e ne pagherà 18 di ingaggio. È l’intero paradosso di questo caso che lascia l’italiano in uno stato di incomprensione ha scritto stamattina L’Equipe. Marco Gaetani su Undici ha scritto che questo trasferimento dimostra che Donnarumma è un fuoriclasse e che in Italia è sottovalutato. O forse dimostra solo che nessuno in Italia può permettersi di pagare 18 milioni di stipendio. Undici dice che evidentemente, Guardiola non ne può più di andare ai cocktails con la pistola. Così come aveva rinunciato allo spazio nel ruolo di centravanti, rinnegando il falso nueve per scegliere il numero nove più vero che ci fosse sul pianeta, adesso fa marcia indietro sul portiere

 


 le prime pagine  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨   In Inghilterra il passaggio di Isak al Liverpool – In Francia il bilancio del calciomercato – In Spagna il punto sulla Liga dopo il mercato – In Italia i colpi di Inter, Juventus e Milan

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Le analisi

la Bundesliga

Perché è saltato ten Hag dopo tre partite

Sulla panchina del Bayer Leverkusen, Erik ten Hag è durato tre partite: una vittoria in Coppa contro una squadra di serie D, una sconfitta in casa e un pareggio in trasferta nelle prime due giornate di Bundesliga. Come se in Westfalia ci fosse Massimo Cellino, si è alzato la cartella e si è fatto il viaggio. Simon Rolfes, direttore sportivo, ha detto che la decisione non è stata facile. In compenso è stata rapida. Ten Hag era stato esonerato dal Manchester United nell’ottobre del 2024, ma se non altro gli avevano dato due anni e qualcosa di tempo – durante i quali peraltro la squadra ha vinto una Coppa di Lega e una Coppa d’Inghilterra. I soli trofei dal 2017 in poi. 

Forse il punto in questa storia è provare a capire che cosa si chiedeva a ten Hag. È arrivato dopo uno storico risultato di Xabi Alonso e una stagione successiva decisamente più grigia. Non solo. Ha ereditato una squadra che nel frattempo aveva perso Florian Wirtz, Jeremie Frimpong, Granit Xhaka, Lukas Hradecky, Amine Adli. Perché tre partite sono state sufficienti per mettere fine all’esperienza? Sebastian Stafford-Bloor su The Athletic spiega che la squadra non aveva accettato lo stile di allenamento e di gestione degli uomini di ten Hag. La decisione di staccare la spina ora è il riconoscimento da parte del Leverkusen che è stato commesso un errore e che sarebbe meglio correggerlo prima possibile. Non è una situazione che mette in buona luce nessuno, né il club né ten Hag, ma questa decisione affrettata non è necessariamente sbagliata.

Die Zeit in Germania aggiunge considerazioni più o meno analoghe. Questo licenziamento iperveloce non è una coincidenza – scrive Oliver Fritsch – ten Hag non è l’unico a fallire in questa storia. È difficile non essere d’accordo con chi accusa il calcio professionistico di mancare di pazienza. Tuttavia è vero che ten Hag non fosse l’uomo gusto per il difficile compito di sostituire Xabi Alonso

 

il calcio italiano

I commenti sulla fine del mercato

«Non arriva più nessuno», aveva detto Marotta due giorni fa. Hanno preso Akanji. «Non ho mai bocciato Nico Gonzalez, sono contento che sia qua» aveva detto Tudor. Lo hanno sbolognato all’Atlético Madrid. «Non ho mai chiesto Vlahovic» ha detto Max Allegri, e nel gioco delle dichiarazioni diplomatiche a lui è andata male. Vlahovic non è arrivato, però al Milan c’è Nkunku – una bella presa. Il calcio si è divertito spesso a fare strani giri, a far diventare decisiva una soluzione che pareva di ripiego. Rabiot è una bella compensazione per Max. Il paradosso è che gli capita tra le mani una squadra che sta messa meglio davanti che dietro. Si vedrà. 

In risposta al Milan, Cairo ha comprato delle vocali in più e ha portato Nkounkou al Torino. Aldo Grasso sul Corriere ne celebra il ventennale di passione, nel senso di ardore non di Golgota. Cairo – si legge – ha salvato il Toro, ha investito nel Toro, crede nel Toro. Se c’è qualcuno che pensa di poter fare meglio si faccia avanti. Questo è un Paese in cui tutti vogliono un posto da timoniere, ma nessuno poi ha la minima intenzione di far viaggiare la barca.

La Juve ha portato a Torino uno dei cinque attaccanti europei con almeno 50 gol e 15 assist negli ultimi tre anni [Openda], mentre il Corriere della sera parla di stamattina incompiuta a proposito dell’Inter. La sconfitta di domenica con l’Udinese ha scheggiato il racconto della squadra di Chivu. Paolo Tomaselli scrive che per adesso è il gioco dell’oca. Si torna subito alla casella di partenza: il 28 luglio Cristian Chivu aveva inaugurato il ritiro annunciando una squadra «più imprevedibile, ibrida, verticale». Se non una rivoluzione, nella testa dell’allenatore c’era un’evoluzione netta rispetto all’era Inzaghi. Che servisse tempo per lavorarci, non c’era dubbio. Ma servivano anche degli innesti che non sono arrivati. La sintesi: mancano Lookman [o un Lookman] e un mediano in un centrocampo con tanti 10 o pseudo-10. 

L’attacco stellare della Juve adesso fa paura” è il giudizio di Massimiliano Nerozzi, mentre nell’analisi finale di Paolo Condò il voto più alto è andato al Napoli (8) perché alla conquista del miglior svincolato in circolazione (De Bruyne) e al sensibile allargamento qualitativo della rosa, ha aggiunto il blitz su Hojlund per rimediare alla perdita di Lukaku: mossa che non vale solo per l’immediato, ma prefigura il futuro del ruolo.

  Corriere della sera: Codice Ringhio per gli azzurri. Meno tattica e più leggerezza.  

Repubblica: Follia alla partita dei ragazzini. Genitore picchia un tredicenneQuando il padre ultrà affossa i sogni del figlio”  ➔  Gabriele Romagnoli ha scritto: Il sospetto è che non sbaglino per eccesso d’amore, ma che vogliano stringere un patto generazionale che poco ha a che vedere con l’affetto e niente con la legalità. Difendere per essere difesi. Assolvere per essere assolti. La famiglia come piccola associazione criminale. E a chi non dà loro ragione, gliele danno.

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Interpreti

 

   

Godefroot, una vita all’ombra di Merckx

Walter Godefroot aveva la sua faccia dentro quelle biglie di plastica che i bambini degli anni Settanta hanno fatto in tempo a colpire e far rotolare sulla sabbia, certe volte col pollice, altre volte con l’indice. Si vendevano dentro delle retine verdi, non tutti i gruppi erano uguali, così si potevano scegliere, di bello c’era che potevano correre uno contro l’altro campioni di epoche diverse. Godefroot andava forte su certe dune di Licola, ma pure a Scauri era bravino a evitare le buche, bravo almeno quanto lo era stato nel vincere due volte il Giro delle Fiandre, una volta la Roubaix e una Liegi. Tutto ai tempi di Eddy Merckx, quando una vittoria portata via al Cannibale andrebbe moltiplicata per due, forse per tre. 

Godefroot è morto ieri all’età di 82 anni. Ha trascorso gli ultimi anni nella sua casa di Gand alle prese con una malattia degenerativa, viveva di sedativi racconta stamattina L’Equipe, aggiungendo che la sua condizione non gli impediva comunque di continuare a ricevere i veterani del ciclismo, il suo mondo per quasi quarant’anni. 

Aveva parlato un’ultima volta col giornale francese alla vigilia del Fiandre del 2021, definendo Mathieu van der Poel «non un Van der Poel ma un vero Poulidor. Quando vedo il suo modo di correre, mi ricorda tanto suo nonno. A volte mi sembra di tornare indietro di cinquant’anni». Spese parole bellissime per la sua rivalità con Merckx. «Al funerale di un amico in comune, Eddy è venuto con suo nipote. Mentre mi presentava, gli ha detto: – Questo è il corridore che mi ha battuto più spesso. Era un bel complimento. È stato carino, ma non credo che senza di me avrebbe vinto molto di più. Al massimo una Parigi-Roubaix e una Liegi-Bastogne-Liegi, solo in quelle due occasioni è arrivato secondo dietro di me. Io non avevo il carattere di un campione come Eddy. Se avessimo giocato a calcio, lui sarebbe stato il centravanti e io sarei rimasto all’ombra a centrocampo, per organizzare il gioco. Di certo mi mancava l’egoismo, a differenza di Eddy o Roger De Vlaeminck che volevano vincere tutto. È una questione di carattere. Anche prima di diventare direttore sportivo, pensavo di avere l’anima di un manager. Quando ero in Peugeot o Salvarani ero il capitano. Il capitano sulla strada, non il leader. Questa è stata la differenza tra Eddy Merckx e me».

Ne parlava con leggerezza e da quel suo racconto pareva essere stato più lui un’ossessione per Merckx che il contrario. «Io non ero entusiasta di vincere. Un grande campione invece pensa solo a quello. Ecco perché non mi sono mai considerato uguale a Eddy Merckx. La cosa non mi rendeva affatto geloso. Quando lo vedevo alla partenza di una gara, ero fatalista, non c’era altra scelta. Ovviamente la sua presenza mi ha privato di alcune vittorie. Aveva una forza di reazione che spezzava le ali. Ricordo la Roubaix nel 1973, quando stavo inseguendo Eddy con Roger Rosiers. Ci diede il tempo di rientrare su di lui e proprio in quel momento accelerò di nuovo per piantarci lì, senza forze. Ma io ero secondo ed ero felice. Non ho mai provato più felicità battendolo».  

Godefroot non ricordava il loro primo incontro, ma raccontò che lo ricordava bene Merckx e anzi una volta gliene parlò. «Me lo ha ricordato non molto tempo fa. È stato a una corsa locale, al momento dello sprint mi ha chiuso la strada e io ho evitato per un pelo la caduta. Sono andato da lui dopo il traguardo e gli ho detto che era solo uno sport, che non eravamo lì per abbattere gli avversari. La mia reazione deve averlo colpito perché se la ricorda ancora, e non eravamo ancora professionisti. Ho sempre corso per me stesso senza preoccuparmi di lui. Non ho mai avuto un complesso per Eddy. Ma credo anche che lui preferisse essere battuto da me anziché da un altro, come ad Harelbeke nel 1972. Eravamo scappati con Hutsebaut, Eddy mi guardava prima del traguardo come se fosse una formalità che io vincessi lo sprint. Conoscevamo appena Hutsebaut, ma quel giorno è stato il più veloce. Questa cosa lo sconvolse. Essere battuto da uno sconosciuto e non da Godefroot».

Il giorno dopo la vittoria di Godefroot alla Liegi del 1967, un giornale fiammingo titolò: Merckx è stato tradito, perché non conosceva abbastanza il traguardo. «Sotto – racconta Godefroot – c’era un piccolissimo articolo: Godefroot vince a Liegi. All’inizio mi fece arrabbiare, ma dopo mi sono abituato a vivere all’ombra di Eddy, non me ne importava niente». 

Raccontano che l’idea di aggiungere il Koppenberg al percorso del Fiandre sia venuta a lui. Lo aveva scoperto allenandosi e ne parlò agli organizzatori. 

Aveva gli occhi azzurri, gli occhi – scrive stamattina  Philippe Le Gars – di un personaggio forgiato a fatica in queste profonde Fiandre, dove il ciclismo era soprattutto un modo per sfuggire alla miseria del dopoguerra. Negli ultimi anni diceva di non essere più un vero fiammingo, perché usciva di casa solo se c’era il sole. Senza Merckx – ha riassunto una volta Pierre Chany sempre su L’Equipe – Godefroot sarebbe stato un altro Van Looy.

Lo avevano chiamato il Bulldog di Drongen per la sua forza naturale e per la sua posizione in sella, ma non è stata meno esposta la sua carriera da direttore sportivo, prima all’Isboerke, poi alla Lotto e alla Weimann, prima di guidare la squadra tedesca della Telekom nei primi anni ’90, la squadra di Jan Ullrich sciolta in seguito all’Operacion Puerto del 2006. Fece un periodo con l’Astana per aiutare Alexandre Vinokourov. Segnato dalle continue vicende del doping, fece un passo indietro, continuando a seguire il ciclismo da lontano. «Ho avuto anni fantastici – diceva – adesso posso vivere tutto questo trambusto da lontano». Quando sei stato una biglia sulla sabbia, tutto il resto è niente, è fumo, è rumore. È trambusto da lontano. 

Il pugile che rispose a Muhammad Ali

Joe Bugner era invece la figurina Panini numero 311 dell’album Campioni dello sport, anno 1973. Era nato in Ungheria,. Era emigrato con la famiglia dopo la rivoluzione del 1956 in Gran Bretagna, col tempo avrebbe preso la cittadinanza australiana. Era diventato campione europeo, ma ancora più famoso per due sconfitte con Muhammad Ali e una con Joe Frazier. Una delle celebrità dell’epoca d’oro della boxe così lo saluta stamattina il Times parlando di un pugile sottovalutato, sul ring 83 volte in 32 anni di carriera, 69 match vinti, “pur non essendo mai stato veramente innamorato del suo mestiere ha scritto Rick Broadbent. Si guadagnò comunque l’enorme rispetto di Ali, un buon metro di giudizio per un uomo che si trasferì in Australia nel 1986, dicendo di essere stato cacciato dal Paese da una stampa ostile. Di Ali diventò vicino di casa a Los Angeles. Il loro primo match era stato anticipato dal solito show. «Lascia che ti dica una cosa, ragazzo bianco. Sei brutto.Tua madre deve aver pianto quando ti ha avuto». E Bugner rispose: «Lascia che ti dica una cosa, Ali. Non hai ancora visto mia sorella». Ali si sarebbe presentato sul ring avvolto in una tunica regalata da Elvis Presley. Disse che lo avrebbe buttato giù in sette riprese, Bugner arrivò fino alla fine e due anni dopo si meritò un’altra chance con il titolo mondiale in  palio. È il match che Ferdie Pacheco, il medico di Ali, avrebbe desiderato fosse stato l’ultimo. 

Bugner è morto all’età di 75 anni e nell’ultimo periodo, dice il Times, non era più in grado di riflettere su una carriera che gli ha offerto ricordi ricchi e variegati, da quelli belli e gloriosi a quelli deludenti e controversi. Le disavventure economiche lo avevano portato a darsi al cinema. Ha avuto una parte in Cinderella Man e aveva recitato il ruolo del cattivo in Io sto con li ippopotami, contro Bud Spencer e Terence HIll. 

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Oggi

 

Jordan Loyd

Jordan Loyd è l’ultimo dei giramondo americani del basket che all’improvviso ha sentito forte dentro di sé il richiamo di una nazione diversa.  Capita. Gioca nel Monaco, ha la residenza a Monte-Carlo e nel frattempo ha preso un passaporto polacco. Gliel’hanno dato prima che cominciasse l’Europeo giocato dalla Polonia in casa nella fase eliminatoria, prima dell’eliminazione diretta di Riga. 

I compagni di squadra lo chiamano Loydinski, il pubblico di Katowice più semplicemente lo chiama MVP a ogni partita, e in effetti una volta in campo lui cerca di essere all’altezza. Contro la Slovenia di Luka Doncic ha mandato in scena uno show da 32 punti [vittoria per 105-95], poi ha segnato un canestro decisivo dopo un rimbalzo contro Israele [27 punti, vittoria per 66-64] e ha di nuovo tirato la nazionale fuori dai guai domenica contro [26 punti – 84-75] garantendo un posto agli ottavi di finale. Stasera con la Francia è in palio il primo posto nel girone e dunque L’Equipe stamattina si occupa di lui e della sua storia da globetrotter finito a giocare a pallacanestro a Tel Aviv dopo l’anello NBA vinto a Toronto, scappato da Israele due mesi dopo l’inizio della guerra. Mateusz Ponitka, suo compagno di squadra quattro anni fa in Russia, allo Zenith di San Pietroburgo, lo ha circuito e ha lavorato con la federazione per convincerlo a giocare sotto la bandiera a fasce biano-rossa. La Polonia non sale sul podio degli Europei dal 1967. Loyd non immaginava di poter giocare in nazionale, in nessuna nazionale, «ma l’opportunità si è presentata» racconta adesso e «l’ho immaginata come un’esperienza gratificante». Anche se dalla curva opposta a quella dei tifosi polacchi, il coro in risposta a MVP è U-S-A, U-S-A. La Francia dovrà mostrare un altro volto rispetto a quello visto con Israele scrive il quotidiano sportivo: domenica è stata battuta 82-69.

 ➣   Ma lei, Fontecchio, 39 punti li aveva mai messi assieme in una partita?

«Da bambino al minibasket, forse, nemmeno me lo ricordo. È stato tutto sorprendente».  intervista di cosimo cito, la Repubblica

 


     

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