Il Grande Fratello vi guarda
George Orwell, 1984
#3 giorni alla finale di Champions League
È arrivata la VAR nella marcia
C’è nel rugby, c’è nel football, c’è nel basket. S’è convinto finanche il mondo assai conservatore del calcio, seppure con qualche perenne riluttanza e il tentativo puntuale degli estremisti di tornare indietro. Adesso la VAR arriva anche nella marcia, l’unica specialità dell’atletica che tiene conto di un giudizio, il valore soggettivo del parere di un giudice sulla tecnica di un-una atleta.
C’è spazio allora per affidarsi alla tecnologia e recuperare una quota di oggettività. Al Gran Premio Internazionale di Madrid di domenica debutta il Race Walking Electronic Control System, un piccolo dispositivo che pesa meno di 15 grammi, si aggancia ai lacci delle scarpe e rileva ciò che l’occhio umano fatica a vedere: se un atleta perde il contatto con il terreno durante la falcata. In quel caso scatterà un avvertimento del giudice.
«Una tecnologia efficace che non dipende dall’occhio umano. Un sistema più equo per i marciatori» dice Javier Rosell, ricercatore di ingegneria biomeccanica, professore del dipartimento all’Università Politecnica della Catalogna. Il suo parere è un vizio. Lui è l’acquaiuolo che vuole convincerci di quanto sia fresca l’acqua. Il chip lo ha inventato lui.
Ci lavorava da una decina d’anni, ma il suo progetto è stato rallentato dalla pandemia e dalla complessità logistica dell’introduzione del chip nelle scarpe dei marciatori. Il dispositivo si basa su una serie di sensori. Offrono un numerino dal quale si evince il momento di perdita di contatto con il piede, normalmente variabile tra 0,002 e 0,004 secondi, dunque del tutto impercettibile all’occhio umano. I marciatori sono incuriositi, riferisce El Mundo. Ci sono quelli che immaginano di poter provare meno frustrazione in caso di squalifica, altri felici di escludere il complottismo dal lavoro dei giudici, altri preoccupati dalle interferenze della tecnologia che spaventava l’umanità sin dai tempi dell’invenzione del carillon, giudicato nel Settecento una diavoleria meccanica. Il VAR della marcia sarà domenica ai piedi di Perseus Karlström, Yang Jiayu, Antigoni Ntrismpioti, Evan Dunfee, Caio Bonfim, Alegna González, Raquel González Campos, Paul McGrath e pure Francesco Fortunato.
Che cosa stanno leggendo in Europa
La finale di Europa League
Nel cuore della prima stagione dopo un trentennio senza squadre spagnole, inglesi né tedesche in finale di Champions, potremmo avere tre nazioni differenti con una Coppa in mano. La Premier s’è già presa l’Europa League con il Tottenham, una fra Ligue e serie A vincerà la Champions, se il Betis stasera vince a Varsavia si ripete il triangolo scaleno di un anno fa [Real Madrid-Spagna, Atalanta-Italia, Olympiakos-Grecia]. Viceversa il Chelsea potrebbe diventare la prima squadra in assoluto a vincere quattro diversi tornei UEFA, dopo la vecchia Coppa delle Coppe, la Champions League e l’Europa League. Le squadre spagnole hanno vinto tutte le ultime nove finali europee contro avversarie inglesi. L’ultima squadra della Premier che ha battuto una della Liga per un titolo è stata il Liverpool contro l’Alavés nella Coppa UEFA 2001.
Chi vedere
Certo a Manchester non devono aver preso bene il campionato giocato da McTominay a Napoli né la stagione che Antony si è regalato a Siviglia. Secondo The Athletic raramente un prestito invernale ha funzionato così bene come nel caso del brasiliano passato al Betis, decisivo nella semifinale contro la Fiorentina forse perfino di più che nei turni precedenti. Arriva alla finale di stasera con nove gol e cinque assist in 25 partite, ampiamente acclamato come uno dei migliori giocatori nella seconda metà della Liga.
Un contrasto sorprendente con la situazione di sei mesi fa, quando lo United se ne voleva liberare e la sua carriera sembrava in bilico per le accuse di aggressione contro un’ex compagna, su cui la polizia di Manchester sta ancora indagando. Lo United ha speso 84,1 milioni di sterline [95 in euro, 105 in dollari] per prenderlo dall’Ajax nell’agosto 2022. A settembre 2023 con i guai giudiziari è cominciata anche la sua svagatezza in campo. Antony è accusato dalla sua ex compagna, Gabriela Cavallin, e da altre due donne. Dopo un mese di lontananza dalla squadra, non è mai più riuscito a riconquistare un posto fisso. Nella prima metà della stagione è stato titolare per tre volte. Ruben Amorim gli ha dato in tutto 287 minuti: zero gol e zero assist.
Il caso in Brasile si è chiuso nell’agosto 2024, ma l’indagine della polizia britannica sui presunti incidenti che si sarebbero verificati nel Regno Unito era ancora aperta quando il Betis si è mosso e ha portato Antony in Spagna.
Una fonte interna al Betis ha parlato con The Athletic rivelando che il club era consapevole di ogni risvolto della vicenda giudiziaria e che ha prevalso l’idea di accettare la presunzione di innocenza fino alla condanna. Anche il Betis ha avuto un problema dentro lo spogliatoio, quando la polizia ha indagato sulle accuse mosse al centrocampista William Carvalho, per un episodio avvenuto in un hotel della città. Un giudice ha archiviato il caso nel maggio 2024. Più indietro ancora, l’attaccante Ruben Castro era stato accusato [febbraio 2015] di violenza domestica, assolto nel giugno 2017. Entrambi hanno continuato a giocare per il Betis durante o procedimenti legali, né la Liga né la federazione spagnola hanno intrapreso alcuna azione.
Le indagini della polizia contro Antony sono raramente menzionate dai media locali, dove invece il racconto si concentra sulla sua infanzia difficile in una favela di San Paolo chiamata En Inferninho, il Piccolo Inferno; sulla povertà e sulla violenza che vissuto da bambino. Nulla di tutto quel che invece è avvenuto con Mason Greenwood, passato in prestito dal Manchester United al Getafe la scorsa stagione.
Così Antony si è ritrovato. È uno dei giocatori chiave per la squadra di Manuel Pellegrini insieme con Isco. Il confronto con il suo rendimento negli ultimi 18 mesi allo United è impressionante: tutti i parametri [gol, assist, tocchi, palle perse] sono di gran lunga migliori. Isco ha detto a The Athletic che Antony sta tornando a godersi il calcio, aveva bisogno di cambiare aria.
Durante i cinque anni di Manuel Pellegrini sono molti i giocatori talentuosi e creativi che si sono risollevati da un momento buio: Sergio Canales e Giovani Lo Celso sono altri due esempi. Antony è una caso speciale perché «non si pagano 100 milioni di euro per un giocatore a caso. È venuto qui consapevole di dover maturare» – sono parole di Pellegrini. La Liga sta usando la sua ritrovata genialità per farsi propaganda. Antony è stato intervistato questo mese per l’esclusiva serie Universo di Valdano su Movistar TV. Gli ha detto che la cosa più importante nel calcio è essere felici, ritrovarsi, riscoprirsi. Quando Antony diceva a suo fratello «non ce la faccio più», si sentiva rispondere «resisti ancora un po’, le cose cambieranno». Ora al Betis stanno ragionando su come trattenerlo alla fine del prestito. Isco ha detto a DAZN che bisognerà lanciare una raccolta popolare di fondi. «Se dovessi prestare la mia macchina per rapirlo, la presterei» ha detto la leggenda del Betis Joaquin a Movistar TV prima dell’andata della semifinale con la Fiorentina.
Quando le notizie del suo rendimento hanno raggiunto Manchester da Siviglia, Amorim ha sempre risposto che la risposta al mistero sta nella fisicità inferiore del campionato spagnolo. C’è più tecnica, meno muscolarità. Le finanze del Betis sono migliorate negli ultimi anni, ma non abbastanza per sentirsi fuori dal controllo della Liga. Non abbastanza per riscattare Antony. Non con il punto interrogativo dell’indagine aperta a Manchester. In caso di condanna, la policy del Betis prevede che non possa più vestire la sua maglia.
Le cronache delle prime due Coppe vinte da Herrera
1964 La prima volta che l’Inter si trovò a giocare una finale di Coppa dei Campioni, la sua avversaria l’aveva già vinta cinque volte, il Milan era il detentore del titolo e avevano pure uno spareggio-scudetto alle porte da giocare. Il Real Madrid era reduce da un mese di mezzo riposo e di preparazione. Aveva lasciato che fossero le riserve a chiudere il campionato, guidato con un vantaggio che oscillava fra i sei e i sette punti. Insomma: il Real si allenava e l’Inter sgobbava. Per giunta il Real aveva avuto una semifinale più agevole [con lo Zurigo anziché con il Borussia Dortmund] e questo aveva costretto i nerazzurri “ a un impegno fisico e nervoso assolutamente eccezionale”, come scriveva Gualtiero Zanetti sulla Gazzetta dello sport.
“Non è mai accaduto a nessuna squadra di giungere all’ultima settimana di attività, con la finale della Coppa e due … finali del campionato, con la probabilità di andare addirittura ad uno spareggio per lo scudetto, sempre che domani a Vienna si definisca tutto (altrimenti ci ritroveremo, la settimana prossima, ad Amsterdam … ). In omaggio a tutto ciò, è da autentici sportivi fare il tifo per l’Inter: questa è l’unica occasione in cui una squadra di club si avvicina alla Nazionale, come avvenne in precedenza per il Milan, la squadra italiana che soltanto domani sera cederà il suo titolo, conquistato lo scorso anno a Wembley. Come detto, non esiste possibilità di pronostico, né le caratteristiche di gioco delle due squadre consentono paragoni accettabili”.
Alla vigilia della partita al Prater di Vienna, Zanetti fece un po’ le carte e scrisse che “i problemi per Herrera stasera sono pochi, ma di un’estrema importanza: la condizione atletica di Sarti, debilitato da un fastidioso malanno; la marcatura di Di Stefano, autentico centro motore della manovra madrilena; il controllo dell’uomo che rimarrà libero al Real, non potendo l’Inter rinunciare al proprio (Picchi) ormai stabilmente piantato fra Facchetti e Burgnich, alle spalle di Guarneri. Quando si parla di controllare Di Stefano ed il libero spagnolo, si intende anche considerare la maniera di bloccare l’intera squadra, perche Di Stefano sa far correre stupendamente i compagni, pur limitandosi a camminare per novanta minuti ed il libero che gli sta accanto gli consente sempre ogni tipo di scambio”.
Finì 3-1 per l’Inter, seconda Coppa per il calcio italiano e per il catenaccio milanese. Zanetti commentò l’indomani sulla Gazzetta: “Dobbiamo convenire con Herrera che la squadra, pur a volte incappando in esibizioni mediocri, non manca mai ai grossi appuntamenti, ma li affronta al massimo delle sue possibilità, che sono oggi veramente eccezionali in campo internazionale.
La prova odierna è stata di una razionalità tattica, di un’intelligenza tecnica come mai ci era accaduto di vedere e pensiamo che l’Inter abbia giocato la sua miglior partita nel giorno più giusto. E ciò non deve dipendere dal caso, bensì dalla meticolosità con la quale tutto l’ambiente interista ha preparato questa difficile trasferta. Sul piano tattico, Herrera deve aver dato disposizioni imperiose e le ha tutte indovinate, anche perche lui del calcio spagnolo sa tutto, come ha dimostrato, giungendo finanche al punto, come poi si è visto, di non fare nemmeno pretattica, avendo anticipato già da una settimana come avrebbe disposto le marcature, come avrebbe fatto giocare l’intero complesso. Ma deve essere anche precisato che non c’e stato un solo elemento che abbia fallito la prova, dai più dotati ai più modesti. L’Inter aveva due scopi precisi: bloccare gli uomini più prestigiosi del Real e contenere la sicura supremazia avversaria basata su di un impianto di gioco troppo collaudato per deludere oggi. I due scopi sono stati raggiunti perché Di Stefano e Puskas sono stati cancellati da Tagnin e da Guarneri e perché la difesa ha retto stupendamente all’urto degli spagnoli. Non vi dovevano essere compiacenze stilistiche; di bel gioco si sarebbe dovuto parlare soltanto a risultato acquisito in quanto questa posta andava oltre ogni altra ambizione, perciò l’Inter si è messa subito in difesa con l’intento di non incassare reti e di farne, puntando soltanto sulle occasioni favorevolissime. Dopo l’incontro, i giornalisti spagnoli parlavano, nei riguardi dei nerazzurri, di calcio in economia, di attesa del loro avversario per andare a rete e forse è anche, ma dimenticavano che quel celebre attacco non era stato capace di mettere una sola volta un uomo libero dinanzi a Sarti”.
1965 Neppure l’anno dopo fu una gran partita. L’Inter poté giocarla a San Siro, ma alla vigilia i giornali italiani insistevano sul fatto che non fosse un vantaggio, anzi, avrebbe amplificato la tensione nei calciatori di HH. Arrivò la terza Coppa per il difensivismo di Milano, 1-0 al Benfica con gol di Jair, e nel suo commento per la Gazzetta Gualtiero Zanetti scrisse: “Ci occorre subito una premessa, che è poi un rammarico: lo stato del terreno ha trasformato nove palloni su dieci in autentici terni al lotto e ci ha privato del più grande spettacolo calcistico che oggi si possa organizzare. L’erba affiorava a stento dall’acqua ed il pallone o vi schizzava sopra, partendo come per una fiondata, oppure vi affondava, bloccandosi in pochi centimetri. Inutile dire dell’improbabilità dei rimbalzi, quando venivano.
In tal modo la partita ha assunto per le due squadre un aspetto del tutto particolare, che soltanto la prontezza di riflessi ed il senso di adattamento potevano parzialmente correggere, certamente non annullare. In siffatte condizioni è scomparsa immediatamente la possibilità, sia per i centrocampisti sia per gli uomini-gol, di esprimersi al livello delle loro grosse possibilità tecniche. I dribbling di Eusebio e di Coluña, le preziosità stilistiche di Suarez, Corso e Mazzola naufragavano miseramente ed il gioco, in pratica, viveva solo a ridosso delle due aree, quasi mai nella fascia centrale, dove vi transitava di passaggio. Onestamente non sappiamo dire quale delle due squadre ci abbia rimesso di più in queste infami condizioni, ma è certo comunque che quasi tutti gli interisti non hanno capito che un pallone che naviga, per giunta verniciato fugacemente con una materia che lo rende impermeabile, si sarebbe dovuto battere lungo subito, senza tentennamenti, anche perché talune sciocche preziosità venivano compiute sempre a ridosso di Sarti, con i portoghesi a due passi, quindi in condizioni di estremo pericolo”.
Cosa succede se lasci segnare 130 punti a Indiana
Solo cinque volte in 96 partite gli Indiana Pacers sono stati tenuti sotto i 100 punti. C’è riuscita la difesa di Portland a febbraio, quella di Brooklyn a dicembre, quella di Orlando a novembre, quella di New York alla seconda partita di campionato [fine ottobre] e domenica scorsa in Gara-4 della finale play-off a Ovest. Cinque volte su cinque aver tenuto gli Indiana Pacers sotto i 100 punti ha portato in cambio la vittoria. La strategia per battere Tyrese Haliburton è chiara e i New York Knicks hanno dimostrato di conoscerla meglio di tutti. Non la notte scorsa, quando si sono messi a far gara di tiri nel cesto e hanno perso 130-121, in totale 251 punti, uno in più dei 250 equamente ripartiti in Gara-1 [poi finita ai supplementari 138-135].
Ora i Knicks sono sotto 3-1 nella serie e tornano al Madison Square Garden per raddrizzarla. Devono giocar meglio in difesa, dice il Wall Street Journal, come hanno fatto quando hanno tenuto Indiana a soli 42 punti nel secondo tempo per rimontarne 20 di svantaggio. È solo l’ultimo esempio di quella che è diventata una tendenza in tutta la lega nelle partite più importanti dell’anno.
Secondo i calcoli di Stats Perform le squadre hanno segnato una media di 113,8 punti a partita durante la stagione regolare, la terza più alta dal 2000. Ma una volta iniziati i playoff, il numero è crollato di 5,5 punti a partita, il terzo calo più alto di questo secolo.
“È come se l’NBA – dice il WSJ – fosse improvvisamente salita su una macchina del tempo, tornando a quando il basket produceva molti meno tiri da tre punti e molte più lotte al ferro. Le partite si sono trasformate in una battaglia di posizionamento e di forza. Tutto questo in parte è voluto. A metà della scorsa stagione, gli arbitri NBA hanno ribadito che avrebbero prestato più attenzione a quei giocatori che vanno a caccia di falli in attacco”.
Reprimere gli amplificatori dei contatti ha funzionato. Nei play-off le squadre rimaste sotto i 100 punti sono state una su quattro, 27 casi su 86 al primo turno, quando gli Houston Rockets hanno tenuto Steph Curry sotto i 20 punti per due partite di fila.
Anche il rigoroso The New Yorker si è occupato del fatto che la pallacanestro ai play-off è un’altra cosa. Luoisa Thomas ha scritto che cresce l’intensità dell’azione e la cosa non piace a tutti. James Harden è il simbolo del giocatore che soffre di più. “I Celtics – scrive – una delle migliori squadre del campionato, hanno perso non una ma due partite in cui erano in vantaggio di 20 punti, hanno tirato 100 tiri da tre punti e ne hanno sbagliati settantacinque”.
“Ci sono due reazioni possibili: lamentarsi o adattarsi” – dice il WSJ. Indiana si è adattata di nuovo e ha messo Haliburton in tripla-doppia [32 punti, 12 rimbalzi, 15 assist], con dieci giocatori in doppia cifra in attacco e due in doppia-doppia [Towns 24+12 e Hart 12+11]. Non è stata una partita meno fisica rispetto al nuovo standard [61 tiri liberi in tutto], ma i Pacers hanno tentato 32 volte il tiro da tre e i Knicks 28. Tyrese deve essersi eccitato per il ritorno del papà in tribuna dopo le 8 partite di allontanamento seguite alla mezza rissa con Antetokounmpo. Una tripla doppia da 32+12+15 era stata realizzata in passato nei play-off solo da Oscar Robertson e Nikola Jokic. Se aggiungiamo anche le zero palle perse, si arriva a una prestazione che nella storia della NBA non c’è mai stata [11/23 dal campo di cui 5/12 da tre].
Lo sconquasso al Giro d’Italia
Un uomo che di solito non è a disagio con le parole, stavolta non sa bene come raccontare quel che è successo al Giro d’Italia nella tappa di ieri. Sulla sua pagina Facebook Davide Cassani dice di non sapere bene da dove cominciare, per raccontare del ritiro di Roglic, la crisi di Ayuso, la vittoria di Scaroni con tripletta italiana sul podio, la generosità di Fortunato che gli ha lasciato la tappa, la libertá che Pellizzari si è conquistato, la difficoltà di Del Toro sull’ultima salita, la voglia di Carapaz di riaprire la corsa, la regolarità di Simon Yates.
Ora Isaac Del Toro ha un vantaggio ridotto a 26 secondi su Yates e 31 su Carapaz, e se fino a ieri il Giro poteva augurarsi di mettere nell’albo d’oro un nome dal luminoso futuro, adesso c’è il timore indicibile che alla riga 2025 venga scolpito il nome di un ballerino di seconda fila. Uno che al Tour de France farebbe una fatica tremenda per arrivare fra i primi-cinque.
Dopo tanta malinconia nelle tappe precedenti, il Mameli che ruggisce dentro di noi ha esultato per Giulio Pellizzari che “ha fatto un numero di alta classe. Partito sull’ultima salita quando si trovava nel gruppo dei migliori – l’analisi di Cassani – è stato poi raggiunto dal solo Carapaz ma lo ha staccato nel finale. Senza i minuti persi a Siena e Asiago per aspettare il suo capitano, Giulio sarebbe lassù in classifica a lottare per la maglia rosa. Ma era giusto così, è stato bravo prima e bravissimo oggi, ora è nono a 4’36”. É un corridore con la C maiuscola”.
Giovanni Battistuzzi racconta sul suo Giro di Ruota che “Giulio Pellizzari a questo Giro d’Italia era partito gregario, si è ritrovato libero” nel momento del ritiro di Roglic. “E in una salita ha ribaltato la sua prospettiva ciclistica. A 21 anni si ha la voglia di spaccare il mondo, Giulio Pellizzari però ha dimostrato che si può spaccare il mondo solo se si lavora anche di testa. Gli eccessi di gioventù di un Giro fa, come la tentata vicinanza a Tadej Pogacar andata a male, gli sono serviti. Serve testa per correggere velocemente i piccoli errori. Giulio Pellizzari ha dimostrato di averla. Soprattutto quando non si è affannato a non farsi prendere da Richard Carapaz . Ha rallentato dolcemente, ha favorito il suo rientro, si è messo a ruota, ha tirato il fiato, ha tratto beneficio dal lavoro dell’ecuadoriano.Il nuovo Giro d’Italia di Giulio Pellizzari è iniziato oggi, al 95esimo chilometro della sedicesima tappa del Giro d’Italia. Sarà una corsa a tappe di una settimana, con un sacco di salite e quattro minuti da recuperare sulla maglia rosa. Difficile arrivarci a pari, non impossibile avvicinarsi”.
Cristian Scaroni ha vissuto un pomeriggio di ricompensa perché “nel 2022 correva nella Gasprom e per le note vicende politiche fu costretta a chiudere. Momenti difficili per il bresciano ma arrivò in soccorso la nazionale di Bennati che lo convocò per la Adriatica-jonica. Vinse due tappe e trovò l’Astana che lo mise sotto contratto. Una bella storia, una vittoria meritata”. Con Fortunato sono arrivati mano nella mano e lui “ragazzo semplice, genuino, sotto quei baffi, parla di esseri umani e di patti, pesa molto bene quelle parole. C’è modo e modo di dire “uomo” e dire “patto” e lui lo dice in un certo modo” [Stefano Zago, Al Vento].
Ayuso ha perso un quarto d’ora, Del Toro negli ultimi 6 km ha conosciuto le famose visioni mistiche del ragionier Fantozzi [“Non è Tadej, ma quanti rimpianti per la UAE” dice Michele Gaiffi per Bicisport]
C’è stato del panico in giro per il Giro quando la tv ha mostrato Martinelli che scivolava lungo la strada e finiva giù da un dirupo profondo non meno di cinque metri: sembra non ci siano fratture. Il famoso asfalto bagnato del sud.
Gli USA sono tornati grandi nell’hockey
Oh, ma poi come sono finiti i Mondiali di hockey su ghiaccio? Sono finiti con un altro miracle on ice. Hanno vinto gli Stati Uniti Hanno battito la Svizzera per 1-0 ai supplementari. È la prima medaglia d’oro dal 1960, quando il titolo olimpico valeva anche come Mondiale. Nel torneo singolo e specifico invece non entravano nell’albo d’oro dal 1933.
Tage Thompson ha segnato il gol decisivo al portierone Leonardo Genoni, mettendo il disco nella parte alta della porta a destra, a 2:02 dall’inizio dei supplementari. Era il 40esimo tiro in porta degli americani e Jeremy Swayman aveva fatto a sua volta 25 parate su tiri svizzeri.
Molti dei migliori giocatori del mondo non hanno partecipato perché sono impegnati nei playoff NHL, altri scelgono di riposare dopo la lunga stagione regolare. Mentre posavano per le foto dopo la vittoria, gli USA hanno mostrato la maglia di Johnny Gaudreau, investito e ucciso da un’auto insieme al fratello Matthew nel mese di agosto. Un uomo e suo fratello sono accusati di guida in stato di ebbrezza e sono in attesa di processo.
La Svezia ha vinto la medaglia di bronz0: 6-2 alla Danimarca – che ha fatto il lavoro sporco di eliminare il favoritissimo Canada nei quarti e poi si è afflosciato come un budino.
Womyn
Il National Spelling Bee è una gara. Non è presente alle Olimpiadi, ma a modo suo si tratta di uno sport. Una disciplina. È una gara di ortografia, una gara in cui i concorrenti sono invitati a compilare delle parole. Si tiene a Washington e la Casa Bianca da sempre rivolge la sua attenzione a quanto accade in campo, sì, insomma dentro le aule. Nel 1925 i nove finalisti furono invitati a incontrare Calvin Coolidge, trentesimo presidente, e molti dei suoi successori hanno fatto lo stesso.
Ora, cos’è successo. È successo che il Nations Spelling Bee celebra il suo centenario ed è finito dentro il tritacarne della politica perché nella sua ultima edizione ha accettato come buona la variabile womyn della parola woman, facendo insorgere contemporaneamente le femministe e i puristi MAGA della lingua.
Scott Remer nella vita fa proprio lo spelling coach e ha scritto sul Guardian quel che pensa dell’ultima gara e della polemica, dicendo che “stiamo vivendo tempi a dir poco turbolenti, dove autoritarismo e fascismo minacciano gli Stati Uniti. Il National Spelling Bee era un’istituzione culturale generalmente esente dal vetriolo paranoico dell’estrema destra”. Invece adesso womyn.
Il concorso ammette qualsiasi parola sia presente nel dizionario Merriam-Webster Unabridged, a meno che non sia obsoleta e Womyn c’è. Insieme a decine di migliaia di altre parole, per esempio war. La conduttrice di un podcast anti-trans si è infuriata, affermando che la decisione di consentire womyn sia la manifestazione di «quanto siamo fortunati a vivere negli Stati Uniti d’America, dove l’ortografia di woman, per non parlare della loro definizione, è diventata un dibattito nazionale».
Samantha Poetter-Parshall, rappresentante politica dello stato del Kansas, si è unita alle critiche, definendo l’inclusione di womyn un esempio del «folle indottrinamento dei nostri figli», mentre un genitore intervistato in un reportage si è detto sorpreso di chi si sorprende per l’irritazione, condividendo la preoccupazione di Poetter-Parshall e dicendo che «l’ortografia è linguaggio, non ideologia».
Ebbene, scrive Remer sul Guardian che George Orwell sarebbe sorpreso di sentirlo, giacché egli comprendeva l’intima relazione che esiste tra linguaggio, pensiero e politica. Orwell sosteneva che dovremmo «riconoscere come l’attuale caos politico è legato al decadimento del linguaggio e che probabilmente si può apportare qualche miglioramento iniziando proprio dalle parole» puntando a usare sempre «il linguaggio come strumento del pensiero».
In sostanza quel che dice pure Michele Apicella in Palombella Rossa alla giornalista che lo intervista e gli tira addosso la parola trend [«Chi parla male, pensa male, vive male»]. Ma questo il Guardian non lo dice. Il professore di spelling non conoscerà Nanni Moretti. Conosce però il lavoro che si promette di fare il National Spelling Bee che dispone di ha “una politica implicita di apprezzamento per la diversità culturale e linguistica. Sebbene la maggior parte degli speller sia americana, la competizione ha un respiro internazionale: regolarmente arrivano partecipanti da Ghana, Canada, Giamaica, Corea del Sud, Cina e Nigeria, gare di spelling sono nate anche nello Zimbabwe. L’accoglienza che la Bee riserva a logofili di tutto il mondo incoraggia nei bambini l’apprezzamento per le altre culture e promuove una visione cosmopolita del mondo. Gli speller studiano parole di latino, francese, greco, italiano, portoghese, spagnolo e tedesco; questo consente loro di coltivare un amore per la varietà linguistica. Il fatto che la comunità sudasiatica domini regolarmente i vertici della competizione riafferma l’importanza dell’immigrazione per la società. In questi tempi politicamente polarizzati – dice Remer – offre agli americani un’opportunità di gioia. Promuove il rispetto e l’amicizia verso l’umanità. È un promemoria di ciò che l’America è stata e di ciò che deve continuare a essere”.
Guida allo sport in tv di oggi
Il programma di oggi al Roland-Garros
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