18 MAGGIO Un’azione d’attacco Zilioli-Adorni-Bitossi sfuma sui tornanti polverosi di Tornimparte per una caduta del primo. Bailetti si fa 57 km da solo e sveglia gli scalatori. Così, Luciano Galbo vince a Rocca di Cambio e prende la maglia rosa, la terza differente in tre giorni di Giro 1965, il primo Giro seguito da un Gianni Mura non ancora ventenne.
Galbo ha 24 secondi di vantaggio in classifica su Aldo Moser. Il giorno prima Mura gli ha dedicato la sua rubrica, Il Processino, chiedendosi se possa essere un’alternativa seria di classifica ai grandi nomi. Da Rocca di Cambio sulla Gazzetta, quel giorno Luigi Gianoli scrive che “si vive in mezzo a tentazioni quali ci salva soltanto la pigrizia. Per cui raggiungerlo, ‘sto Giro, è una fatica perché l’Italia, t’accorgi, è un labirinto di montagne, paesi, genti e seduzioni che, a sera, si assomigliano tutti come i gatti: e ci si perde. E i treni, se non stai attento, chissà dove ti portano. Zeppi di diavoli travestiti con i gigli degli angeli; i quali, per non restare esclusi dal gioco e per il vizio di metterti alla prova, si mascherano con code e sorrisi che da secoli rendono irresistibili i diavoli”
Da Rocca di Cambio il pezzo di Mura è diverso da quelli dei giorni precedenti. C’è più scrittura rispetto al resoconto delle parole dei ciclisti. Più scrittura in testa e in coda. Mura attacca dicendo che “oggi, sulle strade abruzzesi, non ci sarebbe stato nemmeno bisogno dei cartelli indicatori per seguire la strada giusta. Era sufficiente andare nel senso delle scritte inneggianti a Vito Taccone, incontrastato signorotto di queste stupende contrade”.
Ad Avezzano, scrive, “chiediamo del Sindaco. Non c’è. Del vicesindaco. Non c’e. La Giunta D.C. si e dimessa” – e poi rivela: “Pescare i ciclisti all’arrivo di Rocca di Cambio è ardua impresa: ci riescono colleghi più fortunati. Noi no, e forse è meglio così”.
In effetti è meglio così. Senza le virgolette dei corridori, il giovane Mura piazza un paio di finezze.
“Taccone – scrive – teneva immensamente a questa tappa, si era risparmiato per vincerla: è arrivato tredicesimo, e lo hanno, sulle prime, fischiato. Non si può vincere sempre – sembrava voler dire Vito, allargando le braccia. Poi l’hanno sommerso. Meco arriva 25°, a più di 4′ dal rivale, e subito svicola giù, lui e la sua lunga sbiadita faccia da pellicano malinconico, verso Ovindoli, dove è acquartierata la sua squadra. Anche lui teneva a questa tappa: l’ha persa, e i «Tacco’, Tacco’» lo hanno inseguito lungo la discesa. Ora, sotto le finestre dell’albergo dove si trova Taccone (la Salvarani ha anche Adorni, Gimondi: chi sono, cosa vogliono questi lungagnoni del Settentrione?) suona una banda. Suona la banda e discute la gente, discute oggi come domani e per altri giorni ancora, forse. Ma Rocca di Cambio è una canzone d’amore fatta pietra, fatta luce. Parole e musica le porta via il vento, si volta indietro, sorride”.