Lo Slalom del 8 maggio | Cosa leggere, sapere e vedere

      

Cardinale, non esiste più da cinquant’anni palla prigioniera 

Nanni Moretti, Habemus Papam

 

     

►  IL PSG ha battuto l’Arsenal anche nel ritorno della semifinale di Champions [2-1]: sarà l’avversario dell’Inter il 31 maggio nella finale di München

◇  Tra uno scroscio e l’altro di pioggia, agli Internazionali di Roma sei eliminazioni italiane [Errani, Grant, Sonego, Stefanini, Urgesi, Zucchini] e due qualificazioni  [Cocciaretto, Passaro]. Successi per Azarenka e Raducanu

◇  Trento ha vinto il sesto scudetto di pallavolo della sua storia battendo Civitanova al tie-break di Gara-4

Il Napoli ci sta provando con De Bruyne e la Fiorentina ha prolungato il contratto a Palladino

◇  Steph Curry  si deve fermare per una settimana: significa che non potrà rientrare prima dell’eventuale Gara-5 di semifinale play-off a Ovest contro Minnesota [NBA]

◇  Anna van der Breggen ha vinto in solitudine la 4a tappa della Vuelta ma Femke Gerritse ha conservato la maglia

◇  Nella notte i NY Knicks hanno battuto di nuovo  i Boston Celtics [91-90] nella semifinale di Est: ora sono avanti 2-0, prima squadra nella storia ad aver vinto due partite di play-off di seguito rimontando 20 punti. E ora si va al Madison Square Garden. Oklahoma si è invece portata sull’1-1 con Denver a Ovest con un primo tempo da 87 punti [149-106 alla fine] e 42 punti di Gilgeous-Alexander

Piccola grande rivoluzione all’Alpine, dove Flavio Briatore è diventato il team principal e Franco Colapinto si è preso un sedile  al posto di Jack Doohan. Per dirla con termini cari a Michel Houellebecq, i francesi parlano di sottomissione nazionale al potere billionaire


 

   

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#1 giorno al Giro d’Italia

 

 

Anche il Peccatore ha un Conclave da affrontare

 

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Le statue che guardano passare il tennis a Roma

Le diciotto grandi statue in marmo di Carrara stanno ignude dal 1931, intorno a quello che venne chiamato stadio olimpico della racchetta, perché tennis era parola straniera, dunque proibita. Sarebbe diventato lo stadio della pallacorda, unico al mondo con quelle sculture, un’opera realizzata dall’architetto Enrico Del Debbio, la firma del piano regolatore al Foro Italico. Qualche anno fa il New Yorker si domandò come mai l’Italia abbia ancora così tanta architettura fascista nei suoi luoghi pubblici.  Segue qui

7 MAGGIO 2022

 

Come funziona il tennis nell’adolescenza

Tyra Grant ha esordito da italiana sotto le luci dei riflettori del Centrale. Non è stato un arrivo silenzioso, il suo. Naviga intorno alla 300esima posizione in classifica WTA, ha solo 17 anni, ma è stata nominata madrina, testimonial o chissà che del sorteggio insieme a Cori Gauff, già salita al #2 del mondo, uno Slam e un Masters messi da parte. Cotanta considerazione dei federali si deve al fatto che la teenager ha scelto di giocare per l’Italia e non per gli USA. 

È nata a Roma ed è la figlia di Tyrone, newyorkese che molteplici canestri ha segnato con la maglia dell’Olimpia Milano, della Virtus Bologna, poi tra Frosinone, Treviso e Venezia, diventando italiano per innamoramento e matrimonio di Cinzia Giovinco, maestra di tennis, oggi di Tyra non solo mammà ma pure womanager. 

Tyra ha giocato bene per due set e tre quarti, implodendo dopo aver avuto due match point con la qualificata croata Ruzic e averli visti svanire nell’aria come uno sbuffo di borotalco. Così son le cose degli adolescenti, mutevoli, estemporanee, perfino quelle dei prodigi più prodigiosi. Prendiamo Alexandra Eala, anni 19, filippina, quarti di finale a Miami dopo aver battuto la numero #2 Iga Swiatek, rischiando di ribatterla sulla terra di a Madrid. Qui a Roma è stata spazzata [6-0 6-1] dal ponentino che si è incarnato nel corpo di Marta Kostyuk, lei stessa protagonista di una storia di promesse e disillusioni. È stata una fenomeno tra le junior, ha vinto la sua prima partita da professionista a 15 anni e dopo un’apparizione al terzo turno dell’Australian Open 2018, ha fatto una fatica enorme a entrare tra le prime-100, prima di riuscire a emergere più avanti. 

Oggi Kostyuk dice di aver pensato alla sua avversaria diciannovenne più volte mentre la strapazzava: «Ho pensato, Wow, capisci? Ce la farà. Ci sta a questo livello. È solo che quando sei giovane, puoi attraversare giornate come quelle di oggi. È tutto nuovo, ed è un momento difficile. Io non vorrei mai tornare giovane, a dire il vero». [Ehm: Kostyuk ha 22 anni]. 

 

  Post-it

Dice Fabio Fognini che questo è l’ultimo torneo di Roma che gioca. Con quella sua aria da cow-boy entrato nel saloon lasciando cappello e pistola all’ingresso, un po’ accigliato, un po’ tenebroso, ma convinto, molto convinto, ha detto che arriva un momento in cui bisogna farsi da parte, e quel momento per lui è arrivato. «Voglio fare spazio ai giovani» ha detto. 

Ora, Fogni’, senza offesa. Onestamente. Non è una questione personale. Ci mancherebbe. È che qualcuno deve dirlo. Non è che stai facendo spazio ai giovani. I giovani da mo’ che lo spazio se lo sono preso. 

 

  

 Che cosa stanno leggendo in Europa

 🟨   In Francia celebrano la finale conquistata dal PSG e in Inghilterra si rammaricano per l’Arsenal – In Catalogna protestano contro l’arbitro della semifinale di Champions e aspettano Ayuso al Giro – In Italia i titoli principali sono ancora per l’Inter di Inzaghi

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Se lo hai perso   ▬▬▬▬▬▬▬

Il primo scudetto del rugby a sud

Quando lo scudetto del rugby si posò per la prima volta al sud, il panorama tutt’intorno spingeva a considerarlo una eresia, uno scisma, come il papato che finisce ad Avignone. Rovigo aveva vinto sei degli ultimi 14 titoli. L’asse tra Parma e il Veneto era stato spezzato solo dalla squadra che il ministero dell’Interno e la polizia di stato avevano insediato a Roma. Né il Petrarca Padova né L’Aquila erano ancora arrivati in cima. Quattro squadre potevano contare sul sostegno di uno sponsor: l’Amatori Milano con la GBC, il CUS Genova con l’Italsider, il CUS Roma con l’Ignis, il Treviso con la Metalcrom.  Il rugby alla Partenope Napoli era un piccolo pezzetto di una polisportiva. Segue qui

 

   

Inter vs PSG: una finale legittima

Dopo le quattro semifinaliste di quattro nazioni differenti, anche questa adesso ci tocca vedere, una finale senza squadre qualificate grazie ai piazzamenti, ma un’ultima partita tra due formazioni che nel loro paese hanno vinto lo scudetto. 

Al debutto nel suo eretico formato XXL e con un calendario del girone a cui non eravamo abituati, la Champions è ridiventata la Coppa dei Campioni, forse per dirci in modo definitivo che nel gigantismo e nell’impazzìmento  dello sport ipertrofico, la vera innovazione finisce per essere il recupero di certe vecchie abitudini del passato. 

Senza Arsenal-Barcellona, perdiamo l’occasione di avere per la prima volta nella storia la stessa finale in campo maschile e in campo femminile. Ma con Inter-PSG avremo una finale legittima, nel senso che al gioco delle carte si dà al sette e mezzo realizzato con due carte sole. 

Una finale pura, diversa, una finale che si sarebbe potuta giocare anche con le regole degli anni Cinquanta. È la settima differente in sette anni ed è la sesta inedita nello stesso intervallo. 

Forse è un segno o il solito scherzo del caso. Nel dubbio sarà meglio non trarre conseguenze, ma semplicemente accettare l’occasione di una Champions che verrà assegnata senza neppure una finalista venuta da Spagna, Inghilterra e Germania. 

Non succedeva da Porto-Monaco del 2004 ed è la seconda volta che il titolo europeo si decide con un duello Italia vs Francia, a 32 anni da Olympique Marsiglia-Milan. Pure quella volta lo stadio era a Monaco di Baviera e resta tuttora la sola Coppa vinta dai francesi. Ha preso molta polvere e ai parigini non è mai andata giù che sia sugli scaffali di quei balordi del sud che vorrebbero pure rubarsi il pastis.

Nelle 28 edizioni giocate con l’accesso aperto anche alle squadre piazzate, solo altre 2 volte abbiamo avuto finali legittime: nel 1998 tra Real Madrid e Juventus [prime l’anno precedente in Liga e in serie A], nel 2020 tra Bayern e PSG. Ma nel 1998 il torneo era tutto sommato ancora aperto solo a qualche seconda e nel 2020 si giocò in quella famosa bolla del covid che ci fa ritenere ogni verdetto un po’ distorto. Le finali meno nobili restano quelle viste nel 2019 e nel 2007: Liverpool e Tottenham erano la quarta e la terza della Premier precedente, Milan e Liverpool erano arrivate terze in Italia e in Inghilterra quando si sfidarono ad Atene.

 

Donnarumma e la qualificazione del PSG

| Tra passeport e passepartout in francese ci sono tre lettere di differenza, ingannevole può essere il colpo d’occhio su un titolo, ma entrambe le parole stamattina vanno bene per Gigio Donnarumma, a lungo in giro per i prati d’Europa con un bersaglio dietro la schiena, calamita dei 3 e dei 4 in pagella de L’Équipe fino a diventare adesso sia il documento per andare in finale sia una chiave che chiude la porta e inserra i pericoli, nella lingua della sua terra d’origine: ‘a chiave ‘e ll’acqua. Di nuovo eccezionale scrive il giornale francese, stesso aggettivo che si sentiva ieri sera in diretta tv – ma senza la prima e. Voto in pagella: nove. Editoriale di Slalom: Ullallà. Fine dell’editoriale di Slalom. È lo stesso portiere che un anno fa di questi tempi suggeriva a L’Équipe un pezzo sul fatto che i numeri 1 italiani non sanno uscire e ancora solo nel mese di novembre pareva lui la radice dei problemi al PSG. 

Ma di acqua sotto i ponti della Senna ne è passata, e altra passerà. Vincent Duluc parla nel suo editoriale di una squadra nuova di zecca e allo stesso tempo una squadra che ha fatto molta strada, troppo giovane in autunno, prossima a staccarsi dal filo dei suoi squilibri e della sua costruzione, e diventata abbastanza grande in primavera, tanto grande da rovesciare la nobiltà della Premier League, un barone dopo l’altro, per raggiungere la finale di Champions League in un’atmosfera fantastica e assordante. È una squadra che ha saputo rivelarsi a se stessa e al mondo giorno dopo giorno, un risultato notevole ma provvisorio, in attesa di un altro migliore.

| Le Monde scrive papele papele che Donnarumma è passato da anello debole a super eroe mentre Le Parisien dice che si tratta di un monumento. Stéphane Bianchi e Adrien Chantegrelet scrivono che Parigi è pazza di passione. Più di ogni altra cosa. Non c’era posto migliore, non c’era momento migliore per dirsi finalmente delle cose, per guardarsi negli occhi e lasciar uscire questa gioia trattenuta per troppo tempo. Se nel 2020 la condivisione non era consentita, o lo era stata solo da lontano durante la Final Eight disumanizzata dalla pandemia, stavolta nessuno ha pensato di contenere nulla, non questa dolce follia che si è impossessata come un delizioso virus di tutto il popolo parigino. L’onda della gioia olimpica prosegue. 

I gol definitivi per la qualificazione sono arrivati da due vecchie conoscenze della Serie A, Fabian Ruiz e Hakimi, Vitinha si è magnato un rigore, le pagine su L’Équipe per il PSG stamattina sono undici, nell’attesa che l’ottava finale diventi una meraviglia [parole loro]. Bixente Lizarazu, ex campione del mondo con la Nazionale francese e oggi opinionista o come si dice talent, trova che la forza del PSG sia di restar saldo nel disagio, la solidarietà del PSG di fronte alle difficoltà è per me la sua caratteristica più grande

 

 12.  Le Champions legittime. Le Champions che in 28 edizioni sono state vinte da squadre campioni nazionali l’anno prima. Delle altre sedici: 10 sono andate a una seconda classificata, 2 a una terza classificata, 4 a una quarta classificata

 

La delusione di Londra

|   Vista dall’altra parte della Manica, questa stessa semifinale è proprio un altro paio di maniche. C’è Barney Ronay sul Guardian, per esempio, che stamattina parla dell’Arsenal con una similitudine cara alla famiglia Arfè, pasticcieri dal 1957. Dice che l’Arsenal è un bel dolce ma senza glassa e dunque Arteta ha scritto un saggio dal titolo Come perdere una partita di calcio, parte 94. Cioè come perdere pur sembrando vincitori: livello avanzato. Sarà allettante riguardare i primi 27 minuti di questa semifinale di ritorno di Champions League, una miniatura perfetta di una squadra e di una mini-era. I tifosi del club sentiranno un dolore fortissimo perché per i primi 26 di quei 27 minuti l’Arsenal ha giocato una prestazione in trasferta impeccabile, luminosa e dominante. Ha invaso il centrocampo e controllato il pallone. Martin Ødegaard si è mosso in modo malizioso, con invenzioni maligne. L’Arsenal ha avuto il 75% di possesso palla, ha fatto sei tiri e 10 cross. Ma Arteta non ha un Dembélé. Non ha nemmeno un Gabriel Jesus. Ha una macchina ben scanalata, eppure senza punte, tutta torta e niente glassa. L’incapacità di trasformare in gol e in gloria tutti i minuti importanti dopo il 26esimo degli ultimi tre anni non è un mistero né una condizione psicologica. È una questione di reclutamento. È coraggio sul mercato, volontà di rischiare per vincere, per accaparrarsi quel tipo di talento offensivo puro che si misura in decine di milioni. La vera misura della volontà di concretizzare questa impresa arriverà in estate

|   Oliver Brown sul Telegraph non è il tipo che si lascia intenerire. La firma più conservatrice del giornale più conservatore, dinanzi a un risultato negativo premette che non si deve ignorare il salto di qualità compiuto ma poi azzanna Arteta, parlando di opzione del nulla e di mediocrità [addirittura], sottolineando che delle otto semifinali raggiunte dalla sua squadra dal 20-21 non ne ha vinta nemmeno una, dicendosi così convinto della sua diagnosi: siamo di fronte a una tendenza patologica a rimpicciolirsi in vista del trofeo. Diamine, lui lo sa. 

 

E l’Inter, l’Inter?

  L’Équipe: Perché il PSG dovrebbe stare attento all’Inter”  ➔  Per entrare il più velocemente possibile nell’area di rigore avversaria, l’Inter punta molto sul gioco spalle alla porta di Lautaro Martinez e Marcus Thuram. I due attaccanti di Inzaghi dispiegano così la loro potenza e precisione nei cambi di direzione al servizio dei compagni lanciati. Si tratta di un aspetto centrale del gioco nerazzurro, che Marquinhos e Willian Pacho dovranno limitare a tutti i costi per impedire di prendere velocità, situazione in cui gli interisti sono temibili. 

Paolo Condò sul Corriere della sera racconta l’impresa di oggi partendo da ieri, dall’altra finale di due anni fa, seguita dalla dismissione degli uomini più sbrilluccicosi giacché bisognava porre riparo ai guai economico-politici patiti da Suning in patria. Via Hakimi , via Lukaku, via Onana, entrarono 127 milioni e 73 furono spesi. Così Condò stamattina dice che a rileggerla adesso, dopo la conquista di una seconda finale, ma stavolta a spese di Bayern e Barcellona, pare una distopia. Due anni fa l’Inter, pur guadagnando molto, incrementò il valore della rosa. Onana venne sostituito da Sommer, lucrando un impensabile vantaggio tecnico (citofonare Yamal). Thuram arrivò a zero, svincolato, e in due anni ha spento ogni rimpianto per Lukaku. Venne pagato una trentina di milioni Pavard con l’aggiunta dei 7 per Bisseck, ottimi investimenti, mentre i 31 per Frattesi furono differiti alla stagione successiva, e Frattesi martedì ha firmato la sentenza. Se questi sono i meriti della ditta Marotta&Ausilio, che quest’anno non ha ripetuto la moltiplicazione dei pani e dei pesci — ma alla fine pure Taremi è entrato nella giocata decisiva — la capacità di Inzaghi di migliorare i giocatori ha fatto il resto

Dumfries è cresciuto, Calhanoglu è stata un’intuizione di Inzaghi nella posizione di Brozovic, Mkhitaryan rincorre perfino gli avversari e la spina dorsale italiana, talentuosa in Bastoni e Barella, irriducibile in Darmian e sulfurea in Dimarco, ha trovato in Acerbi — richiesta di Inzaghi non da tutti capita — l’uomo del destino. L’immagine in cui festeggia a torso nudo il suo gol salvifico, e le ali tatuate sulla schiena sembrano la ragione per cui sta galleggiando nell’aria, è un capolavoro onirico.

 

Le Coppe del giovedì

  Sempre Undici racconta la folle caccia a un biglietto andata in scena in Norvegia. Un fanatico del Bodo è riuscito a ottenere un biglietto per il big match di giovedì sera barattando cinque chili di pesce essiccato (probabilmente un affarone, anche se il boknafisk è una prelibatezza locale che si vende a oltre 40 euro al kg). Un altro, ispirato dalla vicenda, ha fatto lo stesso con la carne di renna. Qualcuno a Oslo ipotecherebbe pure L’urlo di Munch, se potesse.

Qualche settimana fa Francesca Milano ha scritto del Bodo e della sua storia su Domani, la squadra che spaventa le avversarie con il buio. Le luci verdi e blu – si legge – che fluttuano nel cielo sono l’attrazione più popolare di questa regione della Norvegia, che ha trasformato i suoi lunghi mesi di buio in una nuova stagione turistica. I cacciatori di aurore arrivano da ogni luogo, portano in valigia abbigliamento termico, scarponcini caldi, macchine fotografiche e la speranza di catturare l’aurora.  I giocatori del Bodø/Glimt a queste condizioni sono abituati, i rivali che arrivano qui per le partite in trasferta lo sono molto meno. E non vale solo per le squadre di altri Paesi europei: anche gli altri team norvegesi hanno timore del clima di Bodø: non è un caso che la squadra capitanata da Saltnes abbia perso solo cinque partite casalinghe di campionato dall’inizio del decennio e abbia vinto gli ultimi quattro scudetti su cinque

Vediamo come se la cava stasera il Tottenham: parte dal 3-1 di vantaggio dell’andata. 

  Oh, stasera la corrida europea tocca alla Fiorentina in Conference League. Deve risalire dall’1-2 subito a Siviglia. Negli ultimi due anni è sempre stata in finale. Marco Gaetani su Undici ha scritto che il Betis è una squadra unica con un suo modello e una sua visione chiara di sviluppo. Da qualche anno a questa parte, la dirigenza del Betis gira per l’Europa cercando di trovare quella strana combinazione tra talento e amarezza, vale a dire giocatori di qualità che si stanno intristendo. Il caso di Antony è certamente il più eclatante, e non solo perché arriva da una squadra che sembra aver fatto dell’azzeramento delle qualità dei giocatori che acquista una sorta di missione sacra: volendo esasperare il concetto, si potrebbe dire che in questo momento i biancoverdi sono l’esatto opposto del Manchester United

Una similitudine si può trovare, dice Undici, nel Bologna fine anni Novanta e inizio Duemila. Dove approdavano talenti apparentemente svuotati per poi iniziare a rifiorire di colpo – da Baggio a Signori, una magia

 

Poiché tutto si tiene e le cose casuali non accadono mai per caso – ecco che pure l’Eurolega di basket si è consegnata a un gran sconvolgimento. Per la prima volta dopo 21 anni non ci saranno squadre spagnole nella final four: il Real era uscito ai quarti con l’Olympiakos e il Barcellona è andato fuori in Gara-5 con il Monaco. Le altre che si giocheranno il titolo sono Fenerbahçe e Panathinaikos. Nelle ultime nove edizioni una turca era stata assente solo nel 2023, mentre le due grandi di Grecia sono di nuovo in semifinale dopo 12 mesi. 

   

La memoria rimossa della Cima Coppi

DA DOMANI IL GIRO

Quando nacque la Cima Coppi, non era la Cima Coppi che conosciamo adesso. Oggi è una specie di onorificenza: la vetta più alta del Giro viene dedicata al Campionissimo. Fausto era invece morto da cinque anni quando il Giro la inventò, e la inventò con altre intenzioni. Doveva avere un senso per la classifica. Era un’idea di Vittorio Torriani pure quella. La stessa mente ciclistica che nel 60 aveva inventato il Poggio per cambiare la Sanremo. 

La prima Cima Coppi, anno 1965, era lo Stelvio. S’era pensato inizialmente all’attribuzione di un abbuono per chi fosse passato in testa lassù: un minuto al primo, mezzo al secondo, quindici secondi al terzo. Bruno Raschi scrisse sulla Gazzetta che si sarebbe trattato di “una deroga al principio tecnico sovrano del Giro d’Italia, unica delle grandi corse a tappe rigorosamente basata sui tempi, priva di artifici e dunque dalla classifica «pura» e indiscutibile. Un abbuono sullo Stelvio, a tre giornate dalla fine, avrebbe in sostanza rispettato il gioco fra i più forti, in un Giro per scalatori, a classifica pressoché cristallizzata”. 

Lo Stelvio doveva venire all’indomani della tappa di Madesimo che molti consideravano decisiva. Dopo Madesimo – pensava Torriani, anzi lo temeva – lo Stelvio sarebbe stato scalato in cordata. Tutti insieme. 

“Da un punto di vista tecnico, un abbuono di tempo sullo Stelvio, pur facendo eccezione alla formula del Giro, non avrebbe costituito ingiuria alcuna alla regola sportiva della corsa. L’abbuono era lassù, dichiarato, alla portata di tutti. Osservano alcuni: ma sarebbe potuto venir attribuito in volata, per pochi centimetri. Ci permettiamo di dubitarne innanzitutto; in ogni caso avremmo voluto vederla quella volata, a quasi tremila metri! E insieme alla volata, l’elettrocardiogramma del vincitore. Non sarebbe stata di per se stessa un’impresa atletica da compensare con mezzo minuto fra primo e secondo? Con quarantacinque secondi fra primo e terzo? La «Cima Coppi», insomma, avrebbe meritato, per noi, quel premio di squisita natura tecnica, in aggiunta ad altro premio aureo od in moneta sonante. Sull’argomento avremmo accettato il più ampio contraddittorio. In ogni modo non si farà cosi (e la cosa, ora, neppure ci dispiace)”.

L’idea dell’abbuono venne però scartata in favore di un’altra innovazione di portata spaziale, di cui oggi si è perso il ricordo. Lo Stelvio Cima Coppi sarebbe stato il traguardo volante della Madesimo-Solda, una specie di tempo intermedio dello sci, che però avrebbe avuto il valore di una tappa vera. La Gazzetta spiegò: “Si avranno due vincitori distinti e due classifiche, la prima delle quali rilevata sulla vetta dello Stelvio dal giudice d’arrivo e da un collegio di cronometristi, senza che la tappa abbia a fermarsi. È un sistema nuovo, mai sperimentato prima d’ora e che viene ad attribuire a questa montagna, la più alta del Giro, una importanza tecnica preponderante, forse decisiva. Coppi, realmente, dà appuntamento lassù, dinanzi alla sua stele, al vincitore probabile del 48° Giro d’Italia. Dalla vetta dello Stelvio, al traguardo di Solda, rimarranno da percorrere circa trenta chilometri di strada: diciotto e cinquecento in discesa ed undici e trecento in salita. La situazione, per chi soffra una crisi, sarà difficilmente correggibile. La novità della tappa intermedia, apre prospettive nuove alla corsa anche se, da un punto di vista strettamente organizzativo, imporrà gravissime cautele”.

Già il Poggio nel 60 aveva acceso discussioni. Lo Stelvio 65 pensato come tappa dentro la tappa sconquassò il dibattito nel ciclismo. Per difendere la bontà dell’idea, dopo una decina di giorni Guido Giardini riprese il filo del ragionamento e ricordò di come Franco Bitossi l’anno prima fosse arrivato primo nella leggendaria tappa Cuneo-Pinerolo con 1’58” di vantaggio su un gruppetto che comprendeva gli uomini di classifica: Anquetil, Zilioli, De Rosso, Adorni, Motta. 

“Se ci fosse stata una classifica volante sull’Izoard – domandava Giardini – lo avrebbero lasciato andare, i capiclassifica, senza rincorrerlo subito, e gli avrebbero lasciato prendere tanto vantaggio? La risposta a questo interrogativo è tanto semplice e facile che la potrebbe dare un bambino”.

Se ci fosse stata la Cima Coppi sull’Izoard, Bitossi avrebbe guadagnato il vantaggio lassù e poi il vantaggio al traguardo di Pinerolo: la prospettiva indignava i puristi. Ma allo stesso tempo la Gazzetta faceva notare che se fosse stata già introdotta la novità, l’ipotesi di un Bitossi che avrebbe potuto sconvolgere la classifica non si sarebbe realizzata. Giardini la definì “insensata. Ed ecco così dimostrato con un esempio pratico che anche spezzando in due una tappa di montagna l’equilibrio della lotta non può subire alterazioni determinanti; perché per dare, con la classifica alla Cima Coppi e a Solda, tutte le decisioni del Giro d’Italia occorrerebbe un campionissimo come fu Coppi, ed oggi un atleta di tale forza non esiste in tutta Europa”. 

Un sublime paradosso: per disinnescare le critiche a una rivoluzione, l’argomento era dimostrare che non si trattava di una rivoluzione. “Non occorre molta fantasia – scrisse Giardini – per prevedere quello che succederà in quella tappa. Vinceranno gli scalatori, com’è logico e naturale, e la lotta sarà ristretta ai pochi specialisti della montagna. I velocisti perderanno altre posizioni nella classifica generale? Anche questo entra nella logica del Giro d’Italia; e del resto cosa può importare se un corridore che è, mettiamo, decimo in classifica, possa scendere al quindicesimo posto? Abbiamo letto su qualche giornale che la formula di questa tappa non è una novità, che ad esempio è già stata sperimentata da Enrico Desgrange nel Giro di Francia del 1938. Non è vero. Desgrange non si è mai sognato cose del genere, nonostante la sua fervida fantasia ed il suo coraggio. Ha inventato molte cose per il suo Tour: le partenze separate, le due tappe e persino tre tappe in un sol giorno, gli abbuoni di tempo ai vincitori di tappa ed ai migliori in montagna, la maglia gialla, le squadre nazionali, ma le sue invenzioni si fermano qui. Non è per rivendicare meriti di sorta ad alcuno, ma soltanto per rispetto alla verità ed alla memoria dei nostri cari colleghi scomparsi Colombo e Cougnet, che vogliamo precisare. Il G.P. della Montagna, ad esempio, e le tappe a cronometro, sono innovazioni apportate al Giro d’Italia nel 1933 e riprese successivamente dal Tour, ad esperimento riuscito. Desgrange era un uomo molto attento e scrupoloso. Ricordiamo che un giorno, profittando della nostra presenza a Parigi, ci chiamò nel suo ufficio della rue Montmartre per avere tutti i dettagli utili per applicare la formula del cronometro anche al Tour, ciò che fece l’anno dopo. Le tappe a cronometro in montagna sono pure una innovazione della «Gazzetta» che la inaugurò nel 1936 con la Rieti-Terminillo; al Tour vennero molti anni dopo. Si dicono queste cose senza ombra di presunzione. Nello sport tutti sono inventori e tutti copiano le idee buone. Così come la «Gazzetta» accettò l’idea della maglia con l’insegna del giornale per il primo in classifica (rimasta sempre), quella delle partenze separate, precipitosamente abbandonata vista la sua assurdità, quella degli abbuoni di tempo, pure abbandonata, il Tour copiò dal Giro. Ma l’ultimissima idea annunciata per il Giro di quest’anno di una tappa di montagna con una classifica intermedia, è una novita assoluta, della quale è doveroso lasciare il merito ai suoi ideatori. È un esperimento da seguire con attenzione perché potrà avere riflessi importanti nel futuro, in tutti i Paesi. E sara un merito di più da aggiungere ai molti di cui può vantarsi, a ragione, il Giro d’Italia”. 

Finì come spesso finisce quando c’è di mezzo lo Stelvio. La Madesimo-Solda del 4 giugno venne tagliata. Vittorio Adorni aveva preso il comando della corsa otto giorni prima nella Catania-Taormina a cronometro e portò la sua maglia rosa nel gelo e nella neve fino al Passo dello Stelvio, dove però la corsa venne fermata per impraticabilità dell’ultimo tratto di strada. 

 Lo Zecchino [della pallavolo] d’oro

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BOLLE DI SAPONE   Le panchine a rischio di Trento

Poi parlano male del calcio. In due anni sulla panchina del Trento, Fabio Soli ha vinto la Coppa dei Campioni e ieri sera lo scudetto, il primo della carriera mentre il suo attaccante Alessandro Michieletto ha raggiunto il papà a due. Ma come accaduto un paio di anni fa con Lorenzetti, l’Itas ha deciso di separarsi dall’allenatore della gioia. 

Se lo erano detti con largo anticipo, nel mese di febbraio. Soli si era insospettito perché il rinnovo – come la primavera di Battiato – tardava ad arrivare. Così aveva preso contatto con la Nazionale slovena e quel contatto è diventato un contratto. 

Dinanzi all’indiscrezione i siti specializzati raccontarono che è la filosofia di Trentino a escludere l’ipotesi di un allenatore part-time. La Lega impone una sanzione a quei club che fanno ricorso a tecnici con il doppio incarico. In pratica si paga una tassa per aver sottratto al mercato un posto di lavoro. 

Pare un buon deterrente. Quando Andrea Giani è andato in Francia, ha lasciato il percorso nei club; lo stesso Emanuele Zanini per la panchina del Belgio e Gianlorenzo Blengini per emigrare in Bulgaria. Lo stesso Fabio Soli due anni fa si svincolò dalla Nazionale estone per non far pagare la sanzione a Cisterna. Debutterà tra un mese con la Slovenia in Nations League a Rio de Janeiro, ma un paio di cose stamattina non tornano. La prima: pare che Soli sia in procinto di firmare pure con Verona, e dunque stavolta la tassa al suo club la farà pagare. La seconda: Trentino sta andando a prendersi Marcelo Mendez, che è il ct della Nazionale argentina

NEL PERIODO IN CUI NON ERAVAMO COLLEGATI … Conegliano ha vinto la sua terza Coppa dei Campioni e il quinto trofeo su cinque della stagione. L’Imoco ha battuto in finale Scandicci e così tre azzurre d’oro a Parigi – Marina Lubian, Monica De Gennaro e Sarah Fahr – hanno chiuso in modo perfetto la stagione perfetta della pallavolo italiana, tre coppe europee su tre [successo di Novara in CEV, di Roma in Challenge nonostante la retrocessione in A2]. 

Ma poiché la perfezione pare non sia di questo mondo, un attimo dopo la festa Lubiana e Fahr hanno fatto incazzare Velasco per avergli detto di volersi prendere un’estate sabbatica. Anche Elena Pietrini e Cristina Chirichella si sono tirate indietro e Julione ha fatto sapere che dove fanno Pasqua possono fare pure Natale: «La Nazionale non è un posto in cui si entra a seconda dei momenti. Per me è una porta quasi chiusa. Non si può dire quest’anno ci sono e quest’anno no».  

 

  Tifanny Abreu è diventata la prima pallavolista transgender con lo scudetto in Brasile. Lo ha vinto con l’Osasco São Cristovão Saúde, dove il titolo mancava da 13 anni. Quando nel 2017 giocava a Pami, nella A2 italiana, diventò un caso. Falsa il torneo, dicevano le avversarie. «La tuteleremo: si lamenta chi voleva soffiarcela», replicò il club. Lei disse a Repubblica: «Ora sono me stessa, non mi nascondo più». La notizia arriva dal Brasile mentre la federazione calcio inglese ha trasformato le norme restrittive per la partecipazione transgender ai campionati femminili in un bando totale. Una norma che riguarda in tutto trenta calciatrici su decine di migliaia di tesserate, tutt’e trenta nei campionati dilettantistici. La federazione cricket qualche giorno dopo ha adottato lo stesso provvedimento, mentre negli USA il dipartimento dell’educazione ha concesso all’Università della Pennsylvania 10 giorni di tempo per correggere in modo autonomo quella che l’amministrazione Trump oggi considerata una violazione retroattiva del bando alla partecipazione nelle gare di nuoto da parte di Lia Thomas. In sostanza viene ordinato al college di cancellare i titoli della nuotatrice e di restituire i premi. O l’Università obbedisce o al nuovo Title IX o rischia la perdita dei fondi federali, dopo la sospensione di 175 milioni di dollari stabilita a marzo [la fonte è Swim Swam].

Nei giorni scorsi Flavio Tranquillo si è occupato del tema su Sky Sport Insider, all’indomani delle parole con cui Sebastian Coe [World Athletics] aveva accolto la sentenza della Corte suprema UK secondo cui la definizione legale di donna deve seguire il sesso biologico. Tranquillo ha scritto: Il tema è delicato e difficile. Soprattutto, non è sportivo. Nelle 216 pagine dell’Equality Act 2010, la parola woman ricorre 58 volte e la parola sport esattamente zero. Nelle 87 della sentenza, ci sono 217 woman e 11 sport (argomento affrontato nei paragrafi 232-236). Immagino quindi che i giudici non abbiano deliberato con l’obiettivo primario di stabilire se Valentina Petrillo possa o non possa partecipare a una competizione femminile di alto livello. Certo, l’impatto del giudizio riguarda anche il mondo sportivo, ma non solo esso. Eppure, sembra che il primo (se non unico) obiettivo dei giudici fosse quello di proteggere (?) le competizioni femminili, messe sotto attacco da orde di transgender (come le dieci atlete, su 500.000, che partecipano alle competizioni NCAA). Il commento di Tranquillo è per intero qui

 

     

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 Cosa è successo l’8 maggio su Slalom

    Indagine eretica su Franco Baresi

 2020  Franco Baresi compie sessant’anni e il compleanno innesca una riflessione. In una  intervista del Daily Mail a John Barnes, la stella dell’ultimo titolo del Liverpool, 22 gol segnati nel 1990, fa un paragone tra la sua squadra e quella di Jürgen Klopp. «Quando la gente mi chiede di metterle a confronto, io rispondo sempre che tutto dipende dalle regole. Se giocassimo con le regole degli anni 80 e con gli arbitri di allora, gli faremmo sei gol. Perché cadendo loro non avrebbero nemmeno un calcio di punizione. Ma se giocassimo con le regole attuali, sarebbero loro a farne sei a noi, e in sei finiremmo la partita»  |  Segue qui

    Mike D’Antoni, l’Arsenio Lupin del basket

  2021  Mike D’Antoni era arrivato in Italia nel 1977, convincendo il presidente Bogoncelli a fargli un contratto di due anni dopo cinque minuti di amichevole giocati contro il Federale Lugano di Manuel Raga, i campioni di Svizzera. Aveva rubato palloni su palloni, perciò sarebbe diventato per tutti Arsenio Lupin. Arsenio Lupin era popolare in Italia non tanto per i romanzi di Maurice Leblanc, quanto per il telefilm con Georges Descrières, anticipato nel suo frac, nella sua tuba e nel suo mantello da una sigla vagamente ingrifante, con una silhouette femminile in frange a tenergli compagniSegue qui

    I migliori pugni nella vita delle donne

  2022 Dallas Malloy aveva 16 anni. Studiava il piano. Posava le mani tra i tasti bianchi della scala in Do maggiore e quelli neri dei bemolle, ma voleva avere anche la libertà di fasciarle strette e infilarle dentro un paio di guantoni, voleva salire su un ring, fare a pugni e andare alle Olimpiadi. Le risposero che le donne no, le donne non lo fanno, quando sono giuste. Se proprio le piaceva farsi vedere fra le corde sulle tavole di legno del quadrato, un modo c’era, poteva sempre mettersi i tacchi e salirci in bikini, con un numero stampato su un cartello, a indicare lo scorrere dei round, e muovi bene il culo, mi raccomando Segue qui

    Quanto contano davvero gli allenatori nel calcio

  2023 La Champions League entra nella sua fase decisiva, le ultime cinque partite che assegnano il titolo. Si comincia domani con la prima semifinale, l’andata tra il Real Madrid di Ancelotti e il Manchester City di Guardiola. Mercoledì tocca al derby di Milano. Tre allenatori su quattro sono italiani, ma The Athletic dice che non conta: nel calcio le decisioni vengono prese dai giocatori in campo Segue qui

    Anthony Edwards è entrato in un’altra dimensione

  2024  Ha guidato i Minnesota Timberwolves al vantaggio per 2-0 sui campioni in carica dei Denver Nuggets nella semifinale a Ovest. Non è tutto. Ha chiuso la partita mentre il palazzetto di Denver era in piedi a battergli le mani cantando mvp, mvp.  I 27 punti di Edwards hanno compensato l’assenza di Rudy Gobert al centro.Adesso c’è chi gli dà la corona di miglior guardia del campionato. Segue qui

 

     

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