Il conto alla rovescia verso uno storico scudetto: il duello Hateley vs Garella

Mancano 22 giorni allo scudetto ma a Verona non lo sanno ancora. Anzi trascorrono la quintultima giornata di campionato in preda al timore di essere beffati sul traguardo. La squadra di Bagnoli ha perso la domenica prima lo scontro diretto col Torino e le tocca una trasferta insidiosa nello stadio del Milan. Finisce 1-1. Sampdoria e Torino le mangiano un altro punto di svantaggio e si portano a -3. Nella sua rubrica sulla prima pagina del Corriere della sera, lo scrittore Giulio Nascimbeni racconta la sua domenica con il cuore diviso in due, da tifoso milanista e veronese di nascita.
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“La scorsa settimana, stavo sfogliando un libro. Voci amiche mi avevano inseguito per telefono da Verona chiedendomi quali arie tiravano nei paraggi di San Siro. Le voci riferivano che là, lungo la mirabile striscia del Liston, correvano inquietudini, timori, tristi oroscopi dopo la sconfitta casalinga con il Torino. Stavo sfogliando un libro, come ho detto. E all’improvviso, in testa a un capitolo, mi si è parato davanti il verso con il quale Eliot inizia La terra deserta: «Aprile è il più crudele dei mesi…».
Perché proprio quel verso? A chi sarebbe toccato il destino di sperimentare la verità di un aprile spietato? La risposta sembrava amaramente facile: la prima domenica d’aprile non c’era stato il campionato, la seconda aveva visto il Verona battuto, dunque… Soltanto i tifosi possono capire gli astratti misteri di queste cabale, la loro insistenza ossessiva nei pensieri. Il Milan ha fatto di tutto perché aprile fosse davvero il mese «più crudele». Non l’ha frenato l’idea che, vincendo sul Verona, avrebbe favorito altre squadre.
Nobilmente, spavaldamente, il Milan è sceso in campo gridando come Cyrano de Bergerac: «Perisca l’universo, purché io mi vendichi». L’allusione riguardava chiaramente quella domenica di dodici anni fa, quando proprio il Verona, superando un Milan immobile e inciucchito gli aveva impedito di conquistare lo scudetto.
Se adesso il cuore è placato, non auguro però a nessuno l’attesa e l’ansia di ieri: gioire per il colpo di testa di Hateley all’inizio, seguire la traiettoria, imprecare perché la palla va sul palo, gioire perché subito dopo è tra le mani di Garella. Il tutto nel baleno di un paio di secondi, come se le coronarie fossero di cuoio e due amori potessero beatamente convivere. La fine è arrivata come un premio coperto di sudore.
Dovere del cronista è aggiungere: peccato per quella svastica mostrata da un settore della tifoseria gialloblù. D’accordo, sono intemperanze, stupidi fanatismi di ragazzi. Ma certi simboli sono morti quarant’anni fa, e nemmeno allora Verona era dalla parte delle svastiche“.
di giulio nascimbeni, Corriere della sera