Lo Slalom del 25 gennaio – Che cosa sapere, leggere e vedere

 

sabato 25 gennaio 2025

# giorno sssss

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|   Tra la partenza e il traguardo, nel mezzo c’è tutto il resto

E tutto il resto è giorno dopo giorno

E giorno dopo giorno è silenziosamente costruire

Nicolò Fabi

 

DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

Bentornata Madison Keys, dove sei stata in tutti questi anni

     Ha aspettato sette anni e mezzo per poter tornare in una finale Slam. Da New York 2017 a stamattina, Madison Keys sembra essere stata un puntino nel mucchio. Eppure, a guardar bene dentro i suoi numeri è stata la quarta giocatrice per semifinali Slam giocate megli ultimi dieci anni, sette come Iga Swiatek, qui battuta dopo aver salvato due match point, ed è la sesta giocatrice in attività con più partite vinte nei Major, secondo i calcoli di Alessandro Mastroluca su Supertennis. Keys tornerà da lunedì fra le prime-10 per la prima volta da due anni, ma non è mai scesa sotto le prime-25. Da allora, comunque, è sempre rimasta in Top 25.

Chi sperava di vedere la 1 contro la 2, Aryna Sabalenka contro Iga Swiatek, potrebbe sentirsi deluso. Swiatek era a un punto dal farcela. Ma quel che manca in termini di spessore storico, fa notare il magazine Tennis, potrebbe essere compensato dalla spavalderia delle due nel colpire la palla. Keys e Sabalenka sono tra le più grandi battitrici e giocatrici di colpi in spin che il gioco femminile abbia mai visto. Sanno dare potenza alla palla piatta e darle i giri con il dritto. Hanno un gioco simile. Keys ha raccontato che durante l’ascesa della più giovane Sabalenka, l’ha studiata, l’ha copiata. Un nuovo atteggiamento accompagnato da una nuova racchetta e una nuova meccanica al servizio, due modifiche concertate con il suo coach e marito, Bjorn Fratangelo. Ha quel nome lì perché suo padre lo voleva tennista già nel reparto di neonatologia di Pittsburgh. Mario Fratangelo era arrivato in America da Castellino del Biferno, provincia di Campobasso. [Qui si suggerisce in caso di vittoria il titolo: Madison Keys ha il suocero italiano

Lei è nata in Florida, ispirata a giocare dopo aver visto Venus Williams a Wimbledon in tv.  In realtà le piaceva il vestito. Chiese ai genitori di poterne avere uno uguale, e loro si offrirono di comprarglielo, davvero, ma solo se avesse iniziato a giocare a tennis. Un ragionamento lineare, va riconosciuto. Rick e Christine sono entrambi avvocati, lui è stato anche un giocatore di basket universitario. Così Madison ha cominciato a prendere lezioni a 7 anni, a giocare tornei a 9. L’hanno mandata a studiare tennis alla Academy di Chris Evert, dove si è presa cura di lei più spesso il fratello John. Lei, Chris Evert, ha spesso sostenuto che la potenza di Madison Keys le pareva all’altezza di quella di Serena.

In effetti, in diverse occasioni i suoi colpi da fondo campo sono stati misurati a velocità paragonabili, se non superiori, a quelle dei migliori giocatori maschi. Al Roland-Garros 2014 Keys tenne la velocità media dei suoi colpi da fondo campo a 127 km/h. Per fare un paragone, Novak Djokovic era a 124,1 km/h. Il Game Insight Group ha analizzato i dati dell’Australian Open in un periodo di cinque anni, dal 2012 al 2016, e ha scoperto che Keys aveva la seconda velocità media di dritto e il rovescio più veloce di tutti. Con il dritto stava dietro al solo Tomáš Berdych. Il suo picco è stato un dritto a 156,3 km/h, più forte di Lleyton Hewitt e vicino alla brutalità di David Ferrer. Il suo rovescio più veloci ha toccato una volta in 144,8 km/h, più veloce dei colpi di Bernard Tomic e Nick Kyrgios. 

Negli ultimi anni – ha scritto Tennis – abbiamo visto un certo numero di giocatrici dare una nuova vita alle loro carriere a 30 anni; forse Keys sarà la prossima

Secondo il magazine specializzato la partita si decide intorno ad alcuni temi: chi metterà più prime di servizio, chi ruberà all’altra il tempo negli scambi, chi giocherà i propri schemi preferiti, chi colpirà più spesso da fondo campo negli angoli, chi gestirà meglio il nervosismo.

L’EDICOLA

 Le prime pagine dei giornali

 Che cosa stanno leggendo in Europa

Francia: il debutto di Kvara al PSG e Wembanyama di scena a Paris Spagna: Il testa a testa madrileno per la Liga Italia: La finale di Sinner e Napoli-Juventus Inghilterra: Il ritiro di Djokovic, lo stato di crisi dentro i Manchester

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    IL PAESE  I fischi a Djokovic 

Su una cosa non c’è più dibattito. Novak Djokovic è il GOAT, il greatest of all time, il più grande di sempre. La discussione è finita, andate in pace. Neppure più la chiesa federeriana, quella dell’esperienza spirituale, si oppone al verdetto dei numeri, dei titoli, degli scontri diretti, della longevità. Anzi. Diciamo la verità. Sotto sotto dava pure fastidio che aver sostenuto tutta questa classe e questa raffinatezza avesse condotto fra le schiere della maggioranza, tsk. Che sollievo: è Djokovic il GOAT. Così noi di Roger abbiamo amato qualcuno non perché avesse vinto tutto. Come si sta comodi tra le fila larghe dell’opposizione. 

Il dibattito su Novak è un altro. Quante identità ci sono dentro questo corpo GOAT. I fischi presi ieri mattina all’uscita dal campo mentre si ritirava contro Zverev lo hanno riattizzato. Il dibattito, non lui. Forse anche lui, ma non subito. Restituiteci il nostro GOAT implora dall’Inghilterra il Guardian con Barney Ronay, scrivendo che il tribalismo resta un ostacolo all’apprezzamento della grandezza di Djokovic. Non possiamo semplicemente farcelo piacere per quel che è?

Questa è la domanda. Ma forse la risposta con Novak è indicibile. In Australia pare impossibile. L’Australia è il posto dove tre anni fa si presentò con un green pass tarocco, dicendo e non dicendo sulla vaccinazione covid che era obbligatoria. Lo rinchiusero in un hotel per migranti irregolari e lo tennero là. L’Australia è il posto dove non più tardi di qualche giorno fa Novak si è impuntato contro Channel 9, chiedendo le scuse per un commento fessacchiotto che voleva essere spiritoso. Gli australiani non l’hanno presa bene. 

Chissà – dice il Guardian – forse un giorno Novak Djokovic e il popolo australiano smetteranno di discutere, con le labbra che tremano si baceranno davanti alle telecamere, mentre sullo sfondo il pubblico in studio griderà. Ma non è il momento, sembra che ci sia ancora molta strada da fare. Djokovic vs Australia resta un epico duello, sebbene offuscato da alcune voci secondo le quali potrebbe esserci stato l’ultimo incrocio stavolta, non avremo mai più un’altra puntata

I fischi sono calati sulla testa di Novak quando l’effetto degli antidolorifici è sparito. Sotto il sole giallo di Melbourne ha avuto subito uno scambio mortifero da 27 tiri, contro un ragazzo più giovane di dieci anni, un fusto che potrebbe mettersi in canottiera ma ci evita questa umiliazione. La supremazia di Novak, spiega il Guardian, si basa su una fisicità estrema e inconfutabile, sullo spingersi oltre i limiti. Quando Djokovic incrocia un limite più alto di questa sua mistica volontà, deve fermarsi. Significa che un altro si sarebbe fermato prima. Lui lo sente, lo annusa, sa che è finita. 

L’editorialista del Guardian confessa tutta la sua simpatia per il serbo, l’Altro ragazzo rispetto ai più popolari, santificati, stilosi e francamente noiosi Roger e Rafa, scolpendo in modo definitivo il concetto che vuole controversi e divisivi i GOAT di ogni sport. Ronay dice che sul covid Djokovic aveva torto marcio. C’era un’arroganza esasperante nei suoi tentativi di entrare in Australia ed è stato completamente demonizzato per questo ma se è così – dice – le simpatie politiche potrebbero aver impedito ad alcune persone di goderselo

Il Guardian riconosce che Djokovic avrebbe fatto fatica a battere Jannik Sinner in finale, perché Sinner non ha 39 anni né sta cadendo a pezzi. Ma non importa. È probabilmente il più grande sportivo individuale di sempre, se non altro perché le persone tendono a dimenticare quanto sia difficile il tennis. Non solo per la sua fisicità ad alta velocità e l’atletismo di tutto il corpo, ma per gli aspetti mentali. La parte migliore del film Challengers, essenzialmente un film sui glutei con un po’ di tennis qua e là, è quando si dice che il tennis impone una relazione strana con il tuo avversario, momenti di competizione estrema in cui arrivi a comprenderlo completamente.è una qualità che ha reso grande Djokovic, la sua capacità di imparare a conoscere un avversario a metà partita, e solo allora di farsi strada nella Novak Zone, quel filtro da supereroe in cui un tempismo sorprendente si unisce a un’agilità soprannaturale, dove improvvisamente non c’è modo di contrastare questa furiosa, inesorabile fluida sostanza dall’altra parte della rete.

Ma non c’è stato verso di vedere tutto questo. Non c’è stato verso di apprezzarlo senza cadere nella rete dell’altro Djokovic, il Djokovic post-covid entrato in uno spazio imbarazzante, percepito come una specie di libertario signore del brigantaggio, ostaggio di una rabbia generalizzata o di un’adorazione incondizionata. Il suo rifiuto del vaccino non era legato a nessun pensiero politico. Era una debolezza personale, legata alla sua ossessione per la purezza. Djokovic non ha mai condannato i vaccini come una cospirazione di pedofilia aliena, né ha parlato di una supremazia globale delle streghe intenta a immettere il virus woke nelle nostre riserve idriche. È fondamentalmente un nerd, una figura sui generis ma anche molto moderna, ossessionata da dieta e benessere. Gli piacciono le persone che parlano di energia, gli occhiali che la intercettano dalle prese elettriche, i filtri che estraggono l’acqua dalle zampe degli insetti nell’erba. È stato usato dagli opportunisti come una figura di spicco nella più ampia guerra tra fiducia, autonomia, libertà, élite segrete e tutte le altre stronzate che girano su Internet

  SINNERISMI

Jannik potrebbe trovare l’acqua su Marte. È che non gli va

Su Libero Sinner è bionico. Quanta acqua è passata sotto i ponti e quante emozioni ha vissuto in questi 12 mesi il ragazzo di Sesto, quanto ha vinto e quanto ha patito per le accuse di doping che saranno chiarite definitivamente il prossimo 16 aprile a Losanna. Ottimismo. 

Sul Messaggero Vincenzo Martucci lo chiama marziano, questo straordinario ragazzo di appena 23 anni che, con naturalezza e compostezza estremamente insoliti per un italiano – e ancor di più per un campione dello sport italiano -, si ripresenta in finale agli Australian Open. Per la Gazzetta dello sport il numero uno è una macchina perfetta” e per Adriano Panatta che ne scrive sul Corriere della sera il talento di Sinner è avere soluzioni per ogni problema

È interessante e originale la lettura di Repubblica sotto il titolo Il grido di Sinner, un Sinner che quando dice «non sono perfetto, ho solo 23 anni, tante cose da imparare, devo riuscire a equilibrare meglio il mio lavoro con la vita privata, non dimenticate che ho bisogno di tempo anche per stare con le persone care, parlare di altre cose» – ecco quando Sinner dice tutto questo fa riflessioni che lo accompagnano da un po’ e forse hanno contribuito al malessere poi amplificato dal caldo, il giorno che con Rune tremava come una foglia ed era sul punto di ritirarsi.

LA PARTITA DI IERI MATTINA

Stefano Semeraro su La Stampa spiega così la semifinale: Lo sciagurato Ben, 22 anni che sanno ancora di adolescenza opposti ai 23 che mentalmente sembrano 40 di Sinner, fallisce due set point dilaniando diritti a ripetizione (55 gratuiti alla fine, 32 con quel colpo) e costernato cicca anche il tiebreak

Piero Valesio su Domani dice che Jannik gioca dentro una bolla che gli consente di trasformarsi in una sorta di mentalista che in campo vede cose che noi umani non riusciamo a vedere

Giorgia Mecca sul Foglio Sportivo trova che la generazione nata negli anni Novanta (Zverev escluso) sembra essere irrimediabilmente esausta. Alle prime armi ha dovuto affrontare i Big 3 e, prima ancora di poter rifiatare e prendersi il palcoscenico almeno per un poco, si è trovata a dover affrontare i nuovi mostri, la Sincaraz, l’evoluzione del loro modo di concepire il gioco, un’evoluzione che non li contempla, un’evoluzione di cui loro non riescono a tenere il passo. Tsitsipas, Medvedev, Rublev, Ruud: prima troppo giovani, ora troppo vecchi. Sono state dignitosissime comparse che hanno avuto il compito di far brillare ancora di più gli altri, dove gli altri si riducono a due persone soltanto. Il tennis ha scoperto un nuovo pianeta, gli unici in grado di sopravvivere sono Sinner e Alcaraz. A tutti gli altri dopo un set manca l’ossigeno.

  LO ZIBALBOURNE

     PINGUINI  I titoli jr

Lei si chiama Wakana Sonobe, 17 anni, giapponese, nel mondo delle adulte è al numero 839 al mondo, ma nella sua categoria è stata così precoce da aver già partecipato a nove tornei dello Slam. A settembre era in finale a New York, qui porta a casa il titolo con un codazzo di inviati del suo paese venuti per Naomi Osaka e adesso in fila dietro di lei. Wakana viene dalla prefettura di Saitama e da bambina voleva fare la ballerina. È mancina. Ha battuto in finale la statunitense Kristina Penickova, che ha una gemella [Annika] pure lei tennista. 

Nel tabellone maschile – calma, eh, adesso non cominciamo – nel tabellone maschile ha vinto uno svizzerino, si chiama Henry Bernet e viene dallo stesso circolo di Roger Federer a Basilea. Ha battuto in finale l’americano Benjamin Willwerth che in semifinale aveva fatto fuori Jagger Leach, il figlio di Lindsay Davenport. Se ha aperto i giornali stamattina, cosa che in genere a 17 anni non si fa, Bernet ha scoperto di avere un pezzo su L’Équipe. Ma potrebbe averlo visto in un altro modo. Roger Federer potrebbe aver finalmente trovato il suo erede” dice il giornale francese facendo notare che Bernet gioca il rovescio a una mano come il suo glorioso antenato. Oh, il suo erede si intende in senso lato. Il patrimonio di Leo, Lennart, Myla e Charlene non dovrebbe uscirne intaccato. 

POP-CORN 

I colpi di Wakana Sonobe

 Lo Slalom mentre succede

🟨 I colpi della giapponese jr e le giocate più belle del basket americano

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    EUROGOL

Elogio di Álvarez e del mestiere di attaccante

Julián Álvarez è un instancabile esploratore degli spazi vuoti. È la definizione che Jorge Valdano ci regala stamattina dalla tribuna della sua rubrica su El Pais. Venticinque anni fra pochi giorni [Álvarez, non Valdano], argentino [stavolta anche Valdano], paragonato da sempre a  Sergio Agüero, ha vinto i Mondiali segnando 4 gol e togliendo il posto da titolare a Lautaro Martinez. L’Atlético Madrid ha speso 75 milioni per farselo dare dal Manchester City, dove invece andava spesso in panchina. Valdano scrive che Julián Álvarez raggiunge la porta partendo da casa sua, correndo e insistendo, o combinando finte, dribbling e tiri in un unico movimento. Nel tumulto dell’area tutto è urgente: i difensori sono assaliti dalla disperazione, gli attaccanti dall’ansia e i tifosi dalla confusione, perché nella confusione non sanno bene cosa sia successo prima che la palla entrasse in porta. Se in quel momento dovete scommettere su qualcuno, rischiate il tutto per tutto su Julián, che ha il dono di arrivare in porta prima di chiunque altro

È curioso. Non più tardi di una settimana fa Denis Law veniva ricordato proprio in questi termini. “A volte – scriveva il Guardian nel giorno della morte dello scozzese – il colpo mortale arrivava mentre stava cadendo, o addirittura era già a terra. Poi si rialzava dal fango per farsi riconoscere con un braccio alzato imperiosamente sopra la testa: il primo calciatore a creare la sua personale celebrazione del gol”. Nelle parole per Law come in quelle per Álvarez si sente l’eco della definizione celebre di Mario Sconcerti per Paolo Rossi: “In area si alzava della polvere, intuivi un gruppo di corpi, e se la palla andava in porta era stato Paolo Rossi”.

Dice Valdano che se il gol è una questione di riflessi, Álvarez è il riflesso del riflesso, così come Griezmann è impareggiabile da navetta e Lewandowski come finalizzatore, tutti attaccanti che sanno dove andrà a finire la pallina prima che la roulette smetta di girare, un vantaggio che permette loro di arrivare in anticipo. Un vecchio prodigio del calcio, alla portata solo di pochi eletti. Questi attaccanti di razza possono sbagliare un passaggio da cinque metri, ma se si tratta di trovare la porta, tutti i tiri portano con sé il veleno per diventare irraggiungibili. Individuano spazi dove non ce ne sono, ingannano difensori macellai, trovano la palla per piazzarla nel punto più difficile del campo: la porta

Che bellezza, allora, i Kylian Mbappé, i Vinicius, i Rodrygo – dice Valdano – che bellezza gli attaccanti [anche Valdano era un attaccante], quei calciatori che toccando un pallone a 50 metri dalla porta diventano pericolo, minaccia, speranza di prodigio. Partono come bufali, frenano come lepri. Il calcio spontaneo è attaccato dal business, dalla metodologia, dalle statistiche. Ma finché continuano ad apparire questi esempi unici, non tutto è perduto

[Un po’ di anti-modernismo funziona sempre. È come il nero: sta bene su tutto]

  VITE OLIMPICHE

I robot alla maratona di Pechino

A proposito di modernismo. Nel prossimo mese di aprile più di 12mila persone parteciperanno alla mezza maratona organizzata nel quartiere Daxing di Pechino, ma non era mai accaduto che alla partenza potessero presentarsi dei robot. Le aziende cinesi di robotica sono state invitate a iscriverne, a condizione che assomiglino a degli esseri umani, che abbiano dunque le gambe e non le ruote. Devono avere un’altezza compresa tra i 50 centimetri e i 2 metri. Le loro batterie possono essere sostituite durante la gara. 

Viene il sospetto che siano stati invitati per essere umiliati. Gli uomini hanno di queste debolezze. Esiste già la certezza che i robot non potranno vincere. Non quest’anno. I migliori robot umanoidi raggiungono attualmente una velocità massima compresa tra i 12 e 15 km orari. Scrive L’Équipe che al di là dell’aspetto sportivo, la partecipazione di questi robot a una gara è un nuovo esempio degli sforzi fatti dalla Cina per sviluppare le proprie capacità nell’intelligenza artificiale e nella robotica. Di fronte alla concorrenza americana, rappresentata da aziende come Boston Dynamics e Tesla, il governo di Pechino sta aumentando le iniziative e gli investimenti, incoraggiando peraltro l’applicazione degli umanoidi nella sanità, nella ristorazione, nell’assistenza personale. Le autorità cinesi considerano i robot umanoidi come una forza lavoro che mette il paese al riparo dal problema dell’invecchiamento della popolazione e di un tasso di natalità che resta tra i più bassi al mondo. Secondo il gruppo di ricerca Economist Intelligence Unit, entro il 2035 le persone di età superiore ai 60 anni costituiranno quasi un terzo della popolazione cinese.

 

     IL TELECO-SLALOM

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11.00  Il primo meeting indoor della stagione ad Astana: chi c’è

Quello che c’è da vedere e da sapere sugli eventi di sport oggi in tv

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