Ode all’abbraccio dopo un gol 

Ode all’abbraccio dopo un gol 

 

  Insomma. Abbracciarsi o no dopo un gol? Il governo inglese ne è sicuro: fermi tutti. Gli allenatori della Premier certi per la loro parte ribattono: impossibile. Ancelotti ha detto che finché non esisterà un esplicito divieto, i suoi si abbracceranno. 

Il Daily Mail stamattina mette in piedi un mini-dibattito, nel quale Micah Richards (ex Manchester City) trova che sia impossibile evitare i festeggiamenti dopo un gol, mentre Chris Sutton (campione con il Blackburn 1995, tre scudetti in Scozia con il Celtic) sostiene che sia solo un piccolo sacrificio da fare. 

In termini polemico-filosofici, nel suo intervento dai toni come al solito schietti, Martin Samuel scrive che il governo non ha avuto il cervello per escogitare un metodo efficace di distribuzione dei vaccini ma ha tempo per pensare a questo. Come se le persone più testate del paese fossero responsabili della diffusione. Come se non ci si possa aspettare che il pubblico sappia distinguere tra la propria situazione e quella di uomini giovani, in forma, controllati settimanalmente, impiegati in un contesto sicuro e igienizzato. Paul Pogba che fa segno ai compagni di abbracciarlo dopo aver mandato il Manchester United in cima alla classifica, non è un semaforo verde per organizzare un rave illegale nel garage di nostra zia. Sappiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato. Sappiamo che il calcio è considerato un caso speciale. E anche cosa lo rende speciale. Nessuno guarda il calcio per i freddi 90 minuti di intorpidimento tattico, per l’obbligo contrattuale verso le televisioni. Il motivo per cui i calciatori vengono testati e vivono isolati, il motivo per cui viene messo tanto impegno nella creazione di bolle sterili, è quello di mantenere i 90 minuti di gioco più normali possibile, senza i tifosi. Il gioco che guardiamo deve ancora sembrare un gioco, deve comprendere quelle splendide esplosioni di gioia, disperazione e liberazione. Se nell’ultimo minuto di Liverpool-Manchester ad Anfield domenica venisse segnato un gol vincente, la reazione meno naturale, quella che renderebbe lo spettacolo inguardabile, sarebbe l’esultanza con un pollice tirato in su, un gentile cenno del capo o un doveroso ritorno a metà campo per la palla al centro. Festeggiare un gol entro limiti ragionevoli – senza piramidi da 11 uomini – non è un insulto al personale della sanità pubblica, come aveva detto il parlamentare laburista Clive Efford. Un insulto alla sanità pubblica è stata l’esultanza dai banchi dei deputati conservatori quando gli aumenti salariali per il personale sono stati bocciati nel 2017

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