Lo Slalom del 24 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

domenica 24 novembre 2024

#2 giorni a Bayern-PSG e alla Champions

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DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA

I Berrettiner contro i fantasmi arancioni

 

Siamo uno strano Paese, con un altissimo concetto della tolleranza

Ruud Gullit

Tira stamattina quell’aria là, spira il vento benevolo dell’attesa. La Coppa Davis è stata negli ultimi 10 anni il più grosso distributore di gioia democratica nel mondo dello sport. È stata vinta da dieci paesi diversi, sostanzialmente impermeabile al dominio dei Tre Re Maghi così sfacciato invece nei tornei del Grande Slam. Dal 2013 fino a stamattina l’insalatiera è andata a raccogliere erbe e olii sparsi per il mondo, senza mai fermarsi in un posto solo. La stessa Svizzera di Federer e la Spagna di Nadal l’hanno tenuta una volta appena [2014 e 2019], la Serbia di Novak Djokovic addirittura mai: l’unica bandierina nell’albo d’oro è precedente, risale al 2010. 

È successo [anche] perché i Numeri Uno avevano smesso di giocarla. Era diventata scalabile dai movimenti, dagli ottimi valori medi, dall’Argentina arrivata nel 2016 con Delbonis e Del Potro dove non si era spinto Guillermo Vilas; dalla neo-Francia di Tsonga nel 2017 di nuovo in cima a distanza di un quindicennio; per la prima volta in assoluto dal Canada multi-kulti di Shapovalov e Auger-Aliassime nel 2022. È quasi paradossale che il primo bis a distanza di un decennio [Repubblica Ceca 2012-2013] sia oggi alla portata di un Paese che fino al novembre scorso non la vinceva da quasi mezzo secolo. Cinque giorni dopo il trionfo delle ragazze in Coppa Billie Jean King, il tennis italiano si trova a due partite di distanza da una doppia-doppia, non solo la ripetizione del titolo in campo maschile ma pure l’accoppiata uomini+donne nello stesso anno, centrata l’ultima volta dalla Russia nel 2021. 

Tira stamattina quell’aria là, spira il vento benevolo dell’attesa, giusto scalfito da certi fantasmi arancioni che ci portiamo dietro perché di fantasmi è piena la storia dello sport, dove le sconfitte sono più frequenti e finanche più memorabili delle vittorie. Moser perse il Mondiale su strada del ‘78 al Nurburgring, stretto nella morsa dei ciclisti con gli occhiali. A sette km dalla fine attaccò Jan Raas, lui gli rimase appiccicato ma si porto dietro Gerri Knetemann, l’unico capace di resistergli allo strappo successivo. Quando arrivarono in due sul traguardo, Moser sbagliò il tempo dello sprint e si fece battere al fotofinish. Eddy Merckx scrisse sul Corriere della sera: Tanto per chiarire subito, la mia graduatoria dei valori in corsa è questa: Hinault migliore di tutti, poi Moser, poi Saronni, poi Knetemann. L’olandese che è diventato campione del mondo non è un velocista puro, ma proprio per questo deve aver trovato più facile vincere. Un velocista autentico sai sempre come e quando scatta perché la sua caratteristica, una volta svelata, non può cambiare, non può mai essere diversa. Invece Knetemann, come tanti altri che sprinter puri non sono, non puoi immaginare quello che fa. Per questo penso che Moser si sia fatto sorprendere.

Una beffa totale, totale come il calcio arancione Anni ‘70. Due delle tre Coppe dei Campioni consecutive dell’Ajax di Cruyff furono vinte in finale contro squadre italiane, l’Inter nel ‘72 e la Juventus nel ‘73. Ai Mondiali del ‘78 bastava un pareggio a Bearzot per andare a giocarsi il titolo contro l’Argentina, e dalla galleria dei fantasmi ancora si affacciano i tiri da oltre trenta metri di Brandts e Haan che fecero di Zoff il perfetto capro espiatorio. 

Arancione è lo spettro della nostra pallavolo, con il braccio di Olof van der Meulen micidiale nel tie-break ai Giochi di Barcellona ‘92, otto punti su 17 tutti suoi, l’ultimo dalla seconda linea, un mani-fuori su Cantagalli che escluse l’Italia dalla corsa al podio. Quattro anni più tardi fu perfino più crudele arrivare al match point e perdere l’oro così, sotto i colpi di van der Goor e Zwerver, due che giocavano nel nostro campionato. Corrado Sannucci su Repubblica scrisse: Tutta la vita in due punti, che sono un soffio in una battaglia di due ore e mezzo, l’Olimpiade se n’è andata con tutte le speranze e i rimpianti. Non è stata una stilettata, un ippon, ma un lungo rosario di pene

Non hanno avuto invece mai complessi le ragazze del ciclismo. Contro il paese delle 14 maglie iridate su strada, per cinque volta un’italiana è diventata campionessa del mondo davanti a un’olandese, nel senso che l’olandese è stata sempre la stessa, Marianne Vos, cinque volte seconda dietro Marta Bastianelli [2007], Tatiana Guderzo [2009], Giorgia Bronzini [2010-2011], Elisa Balsamo [2021]. 

Il tennis in Olanda cresce in 1.650 circoli, con 560.000 giocatori tesserati presso la KNLTB. Le superfici più comuni sono la terra, la terra sintetica e l’erba artificiale con sabbia, perché si asciugano in fretta. Per lo stesso motivo non si trovano molti campi in cemento, se non al coperto. È la loro prima volta in una finale di Davis, dopo un solo Slam in tutta la storia. Lo portò a casa Richard Krajicek da Wimbledon nel ‘96, un’edizione anomala. Krajicek non era originariamente fra le 16 teste di serie, entrò col numero #17 quando Thomas Muster – numero #7 – si ritirò prima che iniziasse il torneo. Finì nello spicchio di tabellone del numero 1 Sampras e lo batté in tre set ai quarti di finale, unica sconfitta di Pete sull’erba londinese fra il ‘93 e il 2000. Kraijcek si spianò così la strada verso la finale con MaliVai Washington, una non-testa di serie. 

 

GLI AVVERSARI DI OGGI

Botic van de Zandschulp aprirà la finale contro Berrettini. Viene da Veenendaal, un ambiente molto religioso e conservatore. Viene considerata la culla della cultura biblica olandese, gran parte della popolazione è affiliata a congregazioni devote al calvinismo ortodosso. È un appassionato di cinema, il suo film preferito è Il Gladiatore. Del gladiatore Nadal ha fatto finire la carriera battendolo in Davis. 

O forse la carriera di Rafa può dirsi davvero troncata dal doppio, dove ha giganteggiato Wesley Koolhof, pure lui all’ultimo evento della carriera. Ha iniziato a giocare a tennis all’età di 4 anni. Parla olandese, inglese e tedesco. Suo padre ha giocato per la Nazionale di calcio nel 1985, mamma per quella di hockey su prato dal 1983 al 1987. Suo fratello è stato in Under-21. 

L’avversario che va incontro a Sinner si chiama Tallon Griekspoor, ha due fratelli maggiori gemelli pure loro tennisti. Suo padre Ron è un ex pilota di motocross, sua madre Monique un’istruttrice di tennis. Si è trasferito in Belgio all’età di 17 anni per allenarsi con Kristof Vliegen. La sua superficie preferita è la terra battuta. Dice di giocare a tennis per sentire l’energia che arriva dalla folla. 

Questi sono i ragazzi che si candidano a prossimi fantasmi. 

E però. Paolo Bertolucci sulla Gazzetta scrive: L’Olanda l’abbiamo battuta, di recente, nel girone di Bologna: può contare su due singolaristi di buon livello, come Tallon Griekspoor e Botic Van de Zandschulp, ma che non possono neanche minimamente essere paragonati ai nostri. In particolare, Sinner non dovrebbe avere problemi contro Griekspoor. Qualcosa in più verrà di sicuro richiesto a Berrettini, che dovrà anche in finale essere in grado di fornire una prova altrettanto valida e di livello come quella che abbiamo appena visto: il suo avversario, Botic Van den Zandschulp, è un giocatore intelligente, poco appariscente, che su questo tipo di campi riesce sempre a esprimersi ad alto livello. Però credo che “basterà” il Matteo che è riuscito a battere Kokkinakis: certo, dovrà soprattutto ripetersi al servizio mantenendo la stessa efficacia. Il campo è molto veloce, difficile che Berrettini subisca un break. E, prima o poi, la possibilità di strappare il servizio all’avversario arriverà. Io sono ottimista, molto ottimista. E qualora dovesse esserci una sorpresa, nella fattispecie la sconfitta dell’Italia nel primo dei due singolari, abbiamo anzitutto Sinner, che in pratica ci assicura il punto del pareggio. Poi, il doppio, nel quale entreremmo in campo comunque da favoriti.

SINNERISMI

Jannik potrebbe acchiappare Beep Beep.  È che non gli va

   ▥  MISTICO  Ci accomuna un episodio gigantesco. Riguarda la giovinezza, ha a che fare con la famiglia, il peso della libertà. Quando i suoi genitori l’affidarono a Riccardo Piatti, il credito chiesto non fu di farlo diventare un campione a tutti i costi, al pari di altri padri di sportivi. Gli chiesero infinitamente di più: aiutarlo a farsi il miglior uomo possibile. Quando, sempre a dieci anni, i miei genitori mi lasciarono libero d’inseguire il mio sogno e andare in seminario, mi salutarono così: «Non c’importa che diventi prete, ci interessa che tu diventi uomo». Una sfida che vive della logica di Nicolò Fabi: «Tra la partenza e il traguardo in mezzo c’è tutto il resto. E tutto il resto è giorno dopo giorno, silenziosamente costruire».  [Don Marco Pozza, La Stampa]

▥  PIROTECNICO  Con il tennista altoatesino numero uno al mondo ha in comune il colore dei capelli e l’esplosività dei colpi: si chiama “bomba Sinner” ed è il nuovo ordigno di Capodanno sequestrato qualche giorno fa dai carabinieri in un appartamento di Pozzuoli, in provincia di Napoli. Un’abitazione trasformata in una santabarbara da un 24enne – finito in manette – che ha messo a repentaglio la vita sua e di chi gli abita vicino, in un rione popolare della città, nei pressi di centri medici e scuole. Nell’appartamento sono stati trovati ben 486 petardi illegali e la “bomba Sinner”, di colore arancione, come i micidiali botti illegali che l’hanno preceduta – “Maradona”, “Scudetto”, “Kvara” e “Georgiana” – è capace di staccare di netto una mano quando esplode [Ansa].  

   Resta affascinante il mistero di come si scoprano i nomi che vengono dati ai botti. Viene solo da immaginarsi che mentre sequestrano e portano via tutto, compresi i responsabili, i Carabinieri si fermino a domandare: scusate, capo, ma questo come lo avevate chiamato?

▥  MOLLEGGIATO  Noi ci affidiamo alla coppia più bella del mondo, Sinner e Berrettini, e ci dispiace per gli altri [Riccardo Crivelli, la Gazzetta dello sport]

 

Perché Djokovic si fa allenare da Murray

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Questo è un messaggio per gli sbarbatelli, quei due implumi che hanno osato spartirsi i due Slam del 2024. Novak Djokovic si affida a Andy Murray per non dargliela vinta, per mostrare ai ventenni cosa si deve inventare per poter riderci sopra e continuare a sperare. Nel 2013 era stato proprio Murray Braveheart a sconfiggere Djokovic in finale a Wimbledon, mettendo fine all’attesa britannica che durava da 77 anni, prima di vincere di nuovo nel 2016 battendo Milos Raonic. Sono nati a una settimana di distanza nel maggio 1987, si sono affrontati 36 volte da professionisti e chissà quante da jr. Sono stati rivali in finale all’Australian Open nel 2011, 2013, 2015 e 2016, con quattro vittorie del serbo: e proprio a Melbourne li vedremo uno di fianco all’altro. 

Nella sua analisi per The Athletic, Charlie Eccleshare domanda: Ricordate quegli incontri in cui Murray faceva cose talmente folli che era necessario guardarlo due volte? Bene, pare che gli piaccia fare cose del genere anche da ritirato. L’annuncio ha colto di sorpresa tutti nel tennis e sembra quel genere di fatti che verrebbe suggerita nei forum online o dai fan dopo aver bevuto un paio di drink. Murray si è appena ritirato, si sta godendo il tempo libero con la famiglia e sta giocando golf, avrebbe avuto diritto a qualche mese di tranquillità. Invece no. Invece ha firmato per una delle relazioni allenatore-giocatore più intriganti nella storia del tennis. È raro che un giocatore così fresco di ritiro si unisca a uno dei suoi più grandi rivali.

Murray è stato molto riservato sul suo ruolo e su come sono arrivati a questo accordo, ma sarà sicuramente una voce di spicco nello staff, considerato il rispetto reciproco tra i due. Murray è sempre stato tenuto in altissima considerazione nei circoli del tennis per le sue acute analisi del gioco. Il suo alto QI tennistico è stato uno dei suoi maggiori punti di forza come giocatore e si è ipotizzato che un giorno diventerà capitano della Coppa Davis britannica, quella che vinse quasi da solo per il suo paese nove anni fa. Djokovic non ha bisogno di grandi consigli sui colpi o sull’aspetto mentale del gioco, Murray gli offrirà una nuova prospettiva dopo un anno altalenante. Questa scelta dimostra che Djokovic sta cercando risorse fresche per ricacciare indietro i giovani usurpatori Alcaraz e Sinner. 

Abituarsi a vedere Murray nel box degli allenatori, un’area verso cui era solito lanciare tante invettive, richiederà un po’ di tempo, ma potrebbe essere stata un’intuizione geniale. Oppure potrebbe essere la ripetizione dell’ultima partnership tra Djokovic e un numero 1 al mondo, quel legame del tutto infruttuoso vissuto con Andre Agassi tra il 2017 e la prima metà del 2018

Matthew Futterman, ancora su The Athletic, scrive che Murray avrà il vantaggio di sapere che cosa sta provando o Djokovic, o forse il vantaggio è di Djokovic che potrà giovarsene. 

Empatia. Questa è la parola che mi è venuta in mente quando ho saputo la notizia. A Djokovic piace guardare il suo box e vedere qualcuno che sa cosa sta passando. Ha avuto persone sedute lì che non hanno giocato né vinto finali dello Slam, in particolare Marian Vajda, lo slovacco con cui ha diviso diversi periodi della carriera. Ma il cast di personaggi con cui ha scelto di lavorare è composto da Agassi, Boris Becker, Ivanisevic e ora Murray. Uno staff da 18 titoli Slam e una serie di altre apparizioni in finale. È difficile immaginare che ci sia qualcosa che Djokovic non sappia del tennis a questo punto della sua vita. È difficile immaginare che ci esista un’idea su come battere Alcaraz e Sinner a cui non abbia già pensato. Djokovic ha battuto Alcaraz solo pochi mesi fa per vincere la medaglia d’oro olimpica quest’estate senza avere un allenatore. È successo poche settimane dopo la finale a Wimbledon e un intervento chirurgico al ginocchio. Djokovic da solo è stato benissimo. E tuttavia il suo box sembrava vuoto senza Ivanisevic o un altro grande nome con cui chiacchierare durante le partite. Qualcuno che potesse capire cosa stava attraversando in ogni momento, per il semplice fatto di averlo sperimentato lui stesso. Se le cose andranno bene durante la preparazione invernale, Djokovic potrebbe vivere di nuovo questa sensazione con Murray, che aveva una propensione simile a chiacchierare con il suo team durante le partite. Murray avrà sempre una buona idea che gli passa per la testa, conosce le pressioni di essere il più grande e l’obbligo di sentirsi all’altezza della fama.  Questa impostazione ha sempre funzionato per Djokovic in passato. È difficile vedere un vizio in questo nuovo tentativo

 

IL TELECO-SLALOM

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RUOTE

Un olandese nell’Olimpo della F1

Quanto è stato diverso questo titolo di Verstappen dai precedenti? Tanto, scriveva stamattina l’Équipe nell’attesa che davvero arrivasse. Russell ha vinto il GP di Las Vegas, Max ha conquistato aritmeticamente il suo quarto Mondiale dopo un mucchio di problemi interni alla Red Bull, una lotta aperta contro la FIA per la questione delle parolacce via radio. Una stagione che sulla carta ha dominato molto meno della precedente, ma grazie a un’esperienza incredibile e una nuova pazienza. Questa è la storia di un titolo in cui è stato fatto di tutto perché inciampasse. La storia di un trionfo pieno di trappole e di insidie

La sua corona 2021 sarà per sempre segnata dalla controversia di Abu Dhabi con Hamilton, quella del 2022 si accompagna al ricordo degli errori della Ferrari, incapace di supportare Charles Leclerc quando ne aveva bisogno [sempre L’Équipe], il Mondiale del 2023 aveva messo luce più la sua RB19  che lui. Questo Mondiale rende Max Verstappen uno dei più grandi piloti di sempre, per la sua capacità di reagire alle interferenze, la sua nuova pazienza di fronte alle interruzioni, il suo incredibile talento venuto fuori quando il suo rivale, Lando Norris, ormai lo sospettava meno.

NEVI

Anche Mikaela Shiffrin ha dei messaggi da mandare

Da quando Lindsey Vonn ha fatto sapere che sta rimettendo gli sci ai piedi, Mikaela Shiffrin sembra più decisa di prima a occupare la scena. Bisogna allora aggiornare la sua contabilità, arrivata a una vittoria di distanza dalla quota 100 in Coppa del Mondo. Avrà la chance di andare a prendersela proprio nel Vermont, il suo Vermont, lo stato in cui ha frequentato la Burke Mountain Academy da bambina: slalom gigante a Killington sabato prossimo e slalom domenica, la disciplina nella quale adesso è a sei vittorie in sei partenze dallo scorso gennaio, la migliore serie dal 2019. Con una settima di fila eguaglierebbe la striscia più lunga da quando ne mise insieme 12 fra 2015 e 16. I podi sono saliti a 154, uno in meno di Ingemar Stenmark, al quale aveva già tolto nel marzo del 2023 il primato di primi posti, quando era di 86. Il record di vittorie individuali in Coppa del Mondo in tutte le discipline olimpiche invernali è di 114, appartiene alla fondista norvegese Marit Bjørgen, ritirata nel 2018 con 15 medaglie ai Giochi.

Gianmario Bonzi, voce di Eurosport, considera buono l’esperimento di andare a Gurgl, in Tirolo, e sulla sua pagina facebook fa notare che come sempre le piste maschili esaltano al meglio anche la qualità delle slalomiste. Nella giornata delle giovani e delle (relative) sorprese, Shiffrin non si scompone. La seconda manche si è rivelata spettacolare, con 6 delle ultime 8 atlete in grado di far accendere luce verde sul traguardo, superandosi una dopo l’altra a parte Holdener e Liensberger

L’altro fatto del giorno è stato il primo podio di Lara Colturi, 18 anni, piemontese, la figlia di Daniela Ceccarelli oro a Salt Lake City nel Super-G olimpico. Gareggia sotto la bandiera dell’Albania e non dell’Italia, per poter essere ancora allenata da sua madre e per potersi gestire in autonomia, al di fuori dell’ambito federale. Ha rimontato due posizioni nella seconda manche, si è sistemata davanti alla 25enne svizzera Camille Rast. 

 

FRANCIA

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Che ci fanno i ricchi nel calcio

Uno degli argomenti di discussione della settimana in Francia è stata l’ufficializzazione da parte di Antoine Arnault, erede del gruppo LVMH, della futura acquisizione del Paris FC da parte del colosso del lusso. La squadra non sta attraversando un momento così sbrilluccicoso. Ha messo in fila 4 pareggi di fila, sta sprecando parte del suo vantaggio ma rimane in testa alla classifica della serie B francese. José Barroso su l’Équipe si è fatto una domanda, un quesito nato ormai da tempo: Cosa ci fanno i miliardari nel calcio?

Se la risposta è abbastanza chiara per i fondi sovrani dei Paesi che hanno la necessità politica di ripulirsi l’immagine internazionale, meno chiara – dice il giornale francese – è la necessità per questi capitani d’industria che di impegnare i loro soldi in un’attività lontana dai codici e dalle logiche che governano le imprese tradizionali. Lanciarsi nella giungla dei trasferimenti per fare affari, tra trading e commissioni? Possiamo supporre, in ogni caso sperare, che non vengano nel calcio per fare fortuna, ci sono già riusciti, ed è più probabile che il loro gruzzolo venga svuotato dal calcio anziché essere riempito. Farsi pubblicità e intrufolarsi nelle foto dei vincitori? Beh, stiamo parlando di quel tipo di ceto sociale piuttosto incline alla discrezione e comunque già ben servito in termini di notorietà. Forse semplicemente, come ci ha confidato un giorno uno dei rappresentanti delle alte sfere venute a immischiarsi nel calcio, investono per il piacere di far parte di un’avventura piena di casualità, dove ci si gioca in continuazione destini, milioni, emozioni. Dove siamo spesso ridotti ad affidare il nostro destino a una questione di centimetri, dove giustizia e ingiustizia si spartiscono equamente gli allori più che in qualsiasi altro sport. Un lusso inestimabile quando siamo abituati, quotidianamente, a immergerci in un mondo cartesiano, un mondo di razionalità che esige un ritorno per ogni investimento. Entrare al calcio per regalarsi follie inaspettate, insomma, senza che la morale ci trovi niente di male. Con in mente l’ambizione, altrettanto folle, di finire per poter domare la famosa incertezza dello sport.

 

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