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EUROGOL Dal club alla Nazionale, quando le stelle diventano comparse
La dura vita del centravanti di periferia. La periferia del calcio per Nazionali. Sei Erling Haaland, ti trattano da fenomeno quando hai addosso la maglia del Manchester City, ma poi con la Norvegia ai Mondiali non ci vai, e neppure agli Europei. Sei Benjamin Šeško e il tuo destino non è assai differente. Con il Lipsia ti muovi nell’élite della Champions League, con la Slovenia ti devi un po’ arrangiare. Haaland vs Šeško va in scena domani per quello che la rivista francese So Foot definisce “un duello tra cloni: l’occasione per chiedersi quanto sia difficile per i centravanti di nazionali modeste esistere ai massimi livelli”. Una partita che arriva con i due centravanti particolarmente in forma: “il norvegese cammina sulle acque”. Definizione sempre di So Foot [undici gol in dieci partite] e “lo sloveno si diverte finalmente a Lipsia” [sei gol in nove partite, tre in Champions League]. Ce ne sono di attaccanti mondiali in Nations League “che devono limitarsi alla gloria solo a livello di club”. Robert Lewandowski non ha mai vinto nulla con la Polonia e probabilmente continuerà così; Edin Džeko ha giocato solo un Mondiale con la Bosnia-Erzegovina; Dušan Vlahović e Aleksandar Mitrović vivono in Serbia un destino analogo; Patrik Schick non ha una spalla adeguata in Repubblica Ceca. “Come esistere quando sei solo sul fronte dell’attacco? Nel calcio delle Nazionali, dove gli allenamenti si contano sulle dita di una mano, è molto difficile trovare gli automatismi”. Anche la Svezia di Alexander Isak e Viktor Gyökeres rientra nella lista. Eppure la migliore e più recente Svezia mondiale è stata quella del 2018, senza il miglior marcatore della sua storia [Ibra]. “Quando le stelle sono accusate di vampirizzare il gioco della propria squadra, come Lionel Messi tra il 2016 e il 2021, Cristiano Ronaldo per diversi anni o addirittura Kylian Mbappé durante Euro 2024, il fatto di poter contare su un giocatore meno dominante e affidare le chiavi al collettivo potrebbe essere preferibile” scrive So Foot citando gli esempi di Álvaro Morata con la Spagna, Marcus Thuram con la Francia e Niclas Füllkrug per la Germania, “schierati in prima linea senza essere considerati gli elementi migliori della squadra. I numeri 9 sono sempre meno numerosi nel calcio moderno e riescono ormai a sopravvivere solo nei club o circondati da giocatori molto meno bravi” la considerazione finale di Enzo Leanni.
Il caso Real-Mbappé C’è tuttavia da essere furibondi, se il super campione ce l’hai e non te lo fanno usare. “Trattenendo Mbappé, il Real Madrid mette a rischio l’universalità del calcio” attacca dalla Francia il giornale della gauche, Libération. Non solo Mbappé, sottolinea nel suo pezzo Gregory Schneider. Molti dei calciatori madridisti sono rimasti a casa, così il Real “impone il suo potere sul calcio delle nazionali, percepito come superfluo”. Il portiere ucraino Andriy Lunin ha un’infezione virale, il difensore brasiliano Militão un leggero danno muscolare alla coscia sinistra, a Vinicius è stato diagnosticato un problema cervicale, Ferland Mendy “gioca più o meno a nascondino con la nazionale da mesi”, e adesso Mbappé. Didier Deschamps ha annullato la conferenza stampa di lunedì per parlare solo davanti alle telecamere della Federazione, in una condizione protetta, quindi, “per evitare la scintilla che rischiava di far esplodere l’affare. Le sue parole sono state pesate al grammo. Andando allo scontro avrebbe messo il giocatore nel mirino e nessuno ha alcun interesse a farlo. Quindi Deschamps ha ceduto, lasciando intendere lunedì che cederà sempre”. Ma So Foot avverte: “Il Real Madrid ha neutralizzato la sosta per le nazionali, il fatto che abbia accettato di lasciare Rodrygo ed Endrick alla Seleçao brasiliana come si regalano due euro a un bisognoso non cambia nulla alla situazione. Sono colpi di temperino a un calcio visto come superfluo, quando invece si tratta dell’ultimo baluardo dell’universalità del gioco, e lo sarà finché le grandi nazionali come Inghilterra o Spagna dovranno ancora vedersela con San Marino, Gibilterra o Islanda, Lo status della nazionale francese ne risente. Anche l’immagine di Mbappé. Ma non sembra un problema del Real Madrid”
Quanto chiacchierava Neeskens C’è ancora Johan Neeskens nei pensieri di chi ha guardato molto calcio, chi ha gli anni giusti per ricordare quel Mondiale di cinquant’anni fa ed è rimasto toccato dalla sua morte. Lo storico del calcio Jonathan Wilson ha scritto sul Guardian che Neeskens merita un posto accanto a Cruyff nel pantheon del calcio totale. “Johan Cruyff è stato la stella polare filosofica del calcio olandese, il suo compagno di squadra è stato una figura altrettanto influente“. Johan Cruyff definì un giorno la vittoria per 2-0 dell’Olanda sul Brasile nella seconda fase a gironi della Coppa come il più vero esempio di Calcio Totale che ci fosse mai stato. Fu una partita durissima, piena di scontri. A riguardare le immagini su YouTube si rimane impressionati. Johan Neeskens fu messo KO da un pugno del capitano brasiliano Marinho perché “Neeskens – scrive Wilson – era quello fisico, un centrocampista spigoloso dagli inquietanti occhi azzurri. Per quanto abile fosse quella squadra olandese, era anche più che capace di badare a sé stessa, e quando si trattava di mescolare le carte non c’era nessuno migliore di Neeskens”. Neeskens segnò anche il primo gol olandese in quella partita, ricevendo palla a metà della metà campo brasiliana, passandola a Cruyff sulla destra e poi continuando la sua corsa per colpirla al volo. La palla passò sopra la testa del portiere Leão, e certo il dettaglio fu casuale, “ma la chiave del gol – dice Wilson – fu prendere il tempo a a Luís Pereira per avventarsi sul passaggio di Cruyff, fu la consapevolezza di dove Cruyff avrebbe passato la palla, l’istinto di cronometrare il suo movimento e la tecnica per guidare la palla in porta. In una partita brillante e brutale, fu Neeskens il giocatore più brutale e brillante”. L’assistente allenatore dell’Ajax, Bobby Haarms, lo definiva un pilota kamikaze. Nel 1974 Neeskens raggiunse dopo i Mondiali Johan Cruyff al Barcellona. In quella stessa estate, il Barcellona ingaggiò anche Marinho. Il tipo del pugno. Marinho era sconcertato dal nuovo stile di calcio olandese. Ha raccontato: «Quando sono andato a Barcellona, Michels voleva che i difensori centrali scattassero in avanti per tenere alta la linea del fuorigioco. In Brasile questa linea era noto come la linea dell’asino: la gente pensava che fosse una cosa stupida. Gli olandesi puntavano a ridurre lo spazio e tenere tutti in una fascia stretta del campo. L’intera logica della trappola del fuorigioco è ispirata a questa idea di spremere il gioco. In allenamento una volta ho spinto in alto la linea e abbiamo messo quattro o cinque giocatori in fuorigioco. Ero contento, perché era una novità per me e trovavo difficile farlo, ma Michels iniziò a gridarmi contro. Non gli bastava. Non solo voleva che noi difensori uscissimo in avanti, ma pure che caricassimo il portatore di palla avversario. Ecco come il fuorigioco sarebbe diventato uno strumento offensivo». Nel riferire l’aneddoto, Wilson sul Guardian dice che “Cruyff era il genio, l’organizzatore, il giocatore con una comprensione precisa della geometria del gioco, forse più di chiunque altro abbia mai giocato, ma Neeskens era il cuore; era la sua spinta, la sua feroce resistenza, che incoraggiava il pressing”. È molto divertente il racconto che fa Wilson di un’intervista del 2003 all’olandese, “rimasi sopraffatto – scrive – da quanto tempo fosse disposto a trascorrere chiacchierando con un giovane freelance. Qualche settimana dopo, mi chiamò a casa, al telefono comune nell’appartamento che dividevo con altri ragazzi. È per te, mi dissero, un certo Johan qualcosa, sembra olandese. Chiamò per rispondere a una piccola domanda che avevo rivolto all’ufficio stampa, e continuò a chiacchierare per mezz’ora degli anni ’70, facendomi arrivare in ritardo al mio turno al Televideo, Mi dispiace – dissi – stavo per uscire di casa quando mi ha chiamato Johan Neeskens, anche se mentre lo dicevo sapevo che sembrava una bugia ridicola. Aveva un’umiltà e una voglia di parlare del passato che lo rendevano speciale. Eppure il Neeskens giocatore era duro, freddo, eccezionale. Non l’avrebbe mai detto – perché la maggior parte dell’ego in quella squadra apparteneva a Cruyff – ma senza di lui il calcio totale olandese avrebbe assomigliato a quello della Germania Ovest, con bei movimenti, intelligenti, ma senza il pressing feroce che lo rese così distintivo e così in grado di influenzare il gioco. Il calcio totale aveva bisogno di Cruyff, ma aveva anche bisogno di Neeskens”
La ricostruzione del Marsiglia Pablo Longoria ha parlato con L’Équipe del suo ruolo di presidente del Marsiglia, degli errori commessi negli ultimi, di questo nuovo ciclo cominciato con Roberto De Zerbi in panchina. Un’ora e un quarto di chiacchierata con Mathieu Grégoire e Baptiste Chaumier in cui Longoria “ha maltrattato la bottiglia d’acqua servita all’inizio dell’intervista come se fosse una pallina antistress, e la plastica ha sofferto” «Non avevo perso la mia passione. Ho solo ritrovato ora delle energie diverse e la voglia di prendere parte a un nuovo progetto che mi stimola, soprattutto rispetto a quanto accaduto la scorsa stagione, dove è stata necessaria tanta resilienza. C’è stata molta autocritica, analisi degli errori commessi e ricerca di soluzioni. Forse il più grave errore è stato porsi in testa obiettivi a breve termine. Ho imparato che bisogna avere molta più forza di volontà per costruire qualcosa. ho la mia parte di responsabilità. Se nel giugno 2022 mi avessero chiesto se volevo continuare con Jorge Sampaoli avrei risposto “sì”. Lo dico mettendo il cuore sul tavolo. Se nel maggio 2023 mi avessero chiesto se volevo continuare con Igor Tudor, avrei risposto “sì”. Credo che nel calcio bisogna adattarsi al gioco del proprio allenatore. E per avere basi durature bisogna dare continuità alle persone, al progetto. Lo ripeto spesso: l’Atlético Madrid è l’esempio ideale dello sviluppo di un club. Quando sono tornato a giugno 2023, avevo ambizioni a brevissimo termine, ho commesso un errore strategico. Era assolutamente necessario superare i preliminari di Champions League. Quindi ho cercato giocatori più esperti. Di conseguenza, abbiamo aumentato l’età media della squadra. Dovevamo arrivare fra i primi tre per qualificarci alla Champions League, dovevamo esserci, dovevamo esserci [ripete]. E in quel momento perdi la lucidità. Avevo l’ossessione di essere competitivo. Ritenevo che fosse necessaria una squadra verticale. Era l’ambizione a breve termine, Questa svolta di Tudor, con un’idea molto radicale, che adoro, sia chiaro, ci è costata del tempo. Ci ha penalizzato, non nella stagione di Igor, ma in quella successiva». Così è nata la sterzata con De Zerbi, «un allenatore giovane che ha già guidato progetti a medio termine, come al Sassuolo. Ha la capacità di costruire una squadra e un’identità. Questo tipo di allenatore moderno, innovativo, permette di vedere più lontano».
VITE OLIMPICHE Anche dalla Francia una voce contro la WADA
Non aver punito i 23 nuotatori cinesi trovati positivi a uno stesso prodotto durante un allenamento nel gennaio 2021 [trimetazidina] è il più grande scandalo di violazione delle procedure antidoping che abbiamo mai conosciuto”. Lo dice Rémi Keller, per sei anni alla guida della commissione sanzioni dell’agenzia antidoping francese (AFLD). Ha parlato stamattina con L’Equipe, da cui viene definito un uomo dal “guanto di ferro – ha sanzionato molto – e dalla mano di velluto – ha spesso mostrato benevolenza”. Lascia e dunque per lui è tempo di bilanci, in particolare si sofferma sulle relazioni con la WADA, l’agenzia mondiale dell’antidoping, pesantemente criticata per la controversa assoluzione di 23 nuotatori cinesi nel 2021: lo scorso aprile, dai risultati di un’inchiesta giornalistica condotta dalla televisione pubblica tedesca ARD e dal New York Times sono emerse sia la loro positività sia la decisione della WADA di accogliere la tesi della contaminazione accidentale perché la trimetazidina sarebbe stata ritrovata nelle cucine del luogo in cui alloggiavano. Undici dei 23 nuotatori erano in estate ai Giochi di Parigi, Zhang Yufei ha vinto 6 medaglie, di cui 3 di bronzo in gare individuali, Yang Junxuan ne ha vinte 4 in staffetta. Keller dice che in Francia si effettuano circa 10.000 controlli all’anno, molti dei quali mirati. Portano solo a un 1% di sanzioni, ma alcuni studi suggeriscono che la percentuale di atleti dopati varia tra 5 e il 10%. Significa che la maggior parte si perde nel vuoto. La stragrande maggioranza degli atleti in Francia, che sono milioni, non vengono controllati. Ma non bisogna dire che l’antidoping è inutile e costa un sacco di soldi. È necessario integrare un effetto preventivo, difficile da stimare ma certamente importante. Fa parte dell’efficacia del dispositivo. L’antidoping costa 10 mln di euro l’anno e se dividiamo la cifra per il numero dei sanzionati, sì, costa caro. Ma ritengo che la commissione stia facendo bene il suo lavoro. La Francia è stato uno dei primi paesi a essersi dotato di un’agenzia antidoping, su iniziativa di Marie-George Buffet, ministro della Gioventù e dello Sport nel governo Jospin dal giugno 1997 al maggio 2002: anche prima della creazione della WADA. Keller sottolinea allora che nelle circa 400 decisioni prese, un centinaio di volte la sentenza è stata pià benevola della richiesta dell’agenzia, “perché la differenza era piccola. Forse nei casi più eclatanti è andata diversamente. L’agenzia è più o meno sotto il controllo dell’agenzia mondiale che vuole essere vigile rigoroso e rispettoso del codice mondiale, dove sono previste sanzioni fisse. Il codice sportivo, su proposta del Consiglio di Stato, prevede un principio di proporzionalità che, costituzionalmente, prevale su tutto e impone che si tengano conto di circostanze particolari e si impongano sanzioni proporzionate. L’agenzia mondiale mostra invece una certa arroganza e non sostiene questo ragionamento. Un anno fa, in disaccordo con tre delle nostre decisioni, ha addirittura minacciato l’agenzia francese di una procedura di inadempienza e di privare la Francia dei Giochi Olimpici: era ovviamente ridicolo. Non ne abbiamo tenuto conto. Siamo indipendenti. La WADA non ha ancora capito che non obbediamo al codice mondiale ma al codice sportivo e alla Costituzione francese”. E qui comincia l’affondo per il comportamento tenuto verso i nuotatori cinesi. “Il rapporto finale del procuratore Cottier, trasmesso alla WADA all’inizio di agosto, è stato curiosamente pubblicato solo a settembre, dopo le Olimpiadi. L’ho letto con la massima attenzione. Guardando le conclusioni, si ha la sensazione che la WADA non abbia commesso alcun errore perché non aveva interesse ad appellarsi contro la decisione dell’agenzia cinese di non perseguire i nuotatori, giacché non esisteva alcuna possibilità di vincere davanti alla Corte Arbitrale dello Sport. Non è la mia lettura dei fatti. Questa vicenda è il più grande scandalo di violazione delle procedure antidoping che abbiamo mai conosciuto. Prima violazione: l’indagine, o presunta indagine, è stata condotta non dall’Agenzia antidoping cinese ma dal Ministero cinese della Pubblica Sicurezza, mentre il codice antidoping mondiale prevede l’assoluta indipendenza tra organizzazioni antidoping e governi. È stato il ministero ad annunciare che c’era stata una contaminazione con trimetazidina. Il farmaco è stato trovato disperso nelle spezie e nelle cappe aspiranti della cucina, che avrebbero contaminato i nuotatori. Per dare credito all’ipotesi bisogna fidarsi di questo ministero che ha fatto sapere che non renderà mai pubblici i documenti della sua indagine. Questa sostanza però non esiste allo stato naturale, non sappiamo perché un cuoco avrebbe dovuto utilizzarla. E’ molto poco plausibile. La WADA non ha chiesto dettagli. Anche l’agenzia cinese ha violato le procedure in un modo grossolano che non ho mai visto. Avrebbe dovuto notificare ai nuotatori il reato di cui potevano essere accusati, non ha tenuto udienze con loro e non li ha sospesi, anche se il codice mondiale lo prevede. Su questo punto l’agenzia globale ha mentito sul suo sito, sostenendo che il codice mondiale permette di non sospendere. Da parte di un’agenzia che vuole essere vigile custode delle regole, si tratta di un elemento molto preoccupante. Altrettanto importante è che la WADA non sia rimasta pubblicamente sorpresa dalle violazioni. Come risulta dal rapporto Cottier, ha prima cercato di occultarle, poi ha minimizzato la vicenda e infine ha accreditato senza prove la tesi delle autorità cinesi. All’interno della WADA stessa, alcuni dirigenti hanno espresso i loro dubbi sulla realtà di questa contaminazione. Si tratta di uno scandalo totale”. Keller dice di non aspettarsi la riapertura del caso da parte di “un’agenzia che considera il caso chiuso dopo la relazione di un pubblico ministero da essa stessa nominato. Ma possiamo immaginare che le agenzie dei vari paesi sfidino l’agenzia mondiale affinché le cose siano chiarite, altrimenti rimarremo con un malinteso che getta in un disagio enorme i nuotatori di altri paesi, alcuni dei quali si sono già rifiutati di stringere la mano ai cinesi ai Giochi. Vedremo se l’agenzia francese oserà dire cose ad alta voce”. Keller risponde pure a una domanda sul caso Sinner. Dice: “Non è assolutamente paragonabile alla vicenda cinese. Sinner è stato assolto da un tribunale indipendente con una procedura che sembra essere stata rispettata. La WADA ha presentato un ricorso, vedremo cosa deciderà il CAS. Al di là di questi casi, l’essenziale è che agli atleti che fanno uso di doping sia vietata l’attività fisica per un periodo di tempo ragionevole. Nel complesso, il sistema funziona abbastanza bene» === L’Equipe ha cercato di contattare qualche dirigente della WADA. Un portavoce ha risposto che “dovrebbe essere chiaro a tutti gli osservatori che sono state seguite le regole applicabili. I casi sono stati esaminati approfonditamente dal punto di vista giuridico e scientifico, con la dovuta diligenza e scetticismo. E nonostante il nostro scetticismo, tutti i fatti verificabili non hanno rivelato prove che mettessero in dubbio lo scenario di contaminazione presentato dagli atleti. Al contrario, tutto indicava che si trattava davvero di una contaminazione senza colpa degli atleti, non di un’assunzione intenzionale. Anche il procuratore indipendente Éric Cottier ha concluso che la decisione della WADA di non ricorrere in appello contro i nuotatori cinesi era ragionevole alla luce delle prove. E’ ironico che il signor Keller senta il bisogno di parlare di rispetto delle regole quando è stata la WADA a dover scrivere più volte, sotto la sua presidenza, alla commissione francese per le sanzioni nel tentativo di correggere la motivazione di ben 14 sue decisioni che non applicavano i termini della Convenzione mondiale antidoping”.
TITOLI ▥ La notizia di sport più letta sul Guardian online: “Badosa si scusa dopo essere stata accusata di razzismo” – In una foto pubblicata su Instagram si tirava indietro gli occhi con le bacchette, taggando l’account ufficiale del torneo di Pechino. L’ex numero 2 al mondo ha risposto esortando le persone a non interpretare la foto come razzista. “Amo l’Asia e ho un sacco di amici asiatici. Sono le persone più gentili” ha detto. Le accuse contro Badosa arrivano a distanza di 16 anni da quanto accadde alle Olimpiadi del 2008 a Pechino, quando la federazione spagnola di basket pubblicò una foto in cui i giocatori della squadra maschile usavano le dita per tirarsi i lati degli occhi. Pau Gasol dovette scusarsi. Paula Badosa ha deciso di non partecipare al torneo di Wuhan.
RUOTE Il calcio sta soffiando i migliori dirigenti al ciclismo
Il ciclismo è quel posto dove Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello facevano le loro parodie sulla semplicità dei corridori. Ciao mamma, sono contento di essere arrivato uno, ecco, questa roba qui. L’accento veneto, i riferimenti al mondo rurale, il ciclismo è stato a lungo considerato nei cliché un luogo arcaico. Pochi sport e pochi ambiti sono invece all’avanguardia scientifica più del ciclismo, un mondo di innovazione, tanto che alcuni dei suoi dirigenti più in vista sono stati accalappiati dal calcio, che con le parole innovazione e avanguardia non va tanto d’accordo. Da sempre. Chi arriva anzi sventolando quella bandiera, spesso deve rinculare. L’ultima testa rubata dal pallone alle bici è quella di Merijn Zeeman, alla Jumbo-Visma dal 2012 [ora si chiama Visma-Lease a bike], direttore generale dal 2017, dodici anni di esperienza all’interno di una delle formazioni più vincenti e potenti del ciclismo. Ha lasciato il suo giardino e dal 1° dicembre si unirà all’AZ Alkmaar, due campionati olandesi vinti nella storia [1981, 2009] e una finale di Coppa UEFA raggiunta ai gloriosi tempi dei gol di Kees Kist. Prima di lui era arrivata la chiamata di Dave Brailsford al Nizza, in questo caso favorita dal fatto che il gran boss della Sky e poi Ineos aveva comprato il club di calcio e voleva dietro la scrivania qualcuno di cui si fidasse davvero. L’Équipe riferisce però una testimonianza dalla Riviera secondo cui gli mancasse la personalità per star lì dentro, il calcio non aveva nulla a che fare con il suo ambiente originale. Brailsford oggi è al Manchester United ma forse rimpiange la puzza dei freni bruciati lungo la discesa del Tourmalet. Un’altra figura del ciclismo ad aver varcato il confine è quella di Inigo San Millan, ex allenatore di Tadej Pogacar ed ex direttore sportivo dell’UEA Emirates, licenziato dalla squadra un anno fa, direttore di un neonato settore entertainment all’Athletic Bilbao. A un certo punto pareva che potesse essere raggiunto dal suo amico Matxin Fernandez, ma il tecnico della UAE ha scelto di restare in mezzo a borracce svuotate e catene che saltano. «Ho vissuto anni in cui il ciclismo veniva preso in giro – spiega Frédéric Grappe, direttore di Groupama-FDJ – quando non c’era niente, nessun allenatore, nessuna conoscenza, se non l’esperienza diretta di chi aveva corso in passato. Da allora, rispetto a tutti gli altri sport, ci siamo evoluti in modo esponenziale. Nella maggior parte delle squadre di alto livello ci sono tre o quattro scienziati dello sport, persone che hanno dei dottorati in biomeccanica o in scienze dello sport». Samuel Bellenoue, allenatore della Cofidis, ha ripercorso con L’Équipe la stessa storia, ponendo la linea della frattura delle cose negli anni 2000, con l’introduzione del misuratore di potenza. «Siamo passati da una preparazione empirica a qualcosa che potevamo misurare fino al secondo». I sensori hanno rivoluzionato i metodi di allenamento. Oggi i ciclisti misurano in tempo reale frequenza cardiaca, potenza erogata, watt. Non ci sono sensori sulle rotule dei calciatori, casomai dei tracker nei parastinchi, e in ogni caso i calciatori non mangiano semi di chia. L’Équipe ha chiesto a Zeeman il senso di questa scelta, una decisione nata dalla stanchezza per i 16 anni trascorsi nel ciclismo e per l curiosità di «sapere se le cose imparate potevano funzionare nel calcio. Avevo bisogno di una nuova sfida». Perché l’AZ Alkmaar e non il PSV Eindhoven o l’Ajax? «Perché mi hanno contattato. Avevo avuto l’opportunità di andare in un altro club più grande, ma anche l’ambiente conta e l’AZ è un club molto moderno e molto innovativo. Usano molto i dati. Provare cose nuove è nel DNA del club. È rinomato per attirare persone da tutti gli sport. I due ultimi assunti prima di me provengono dalla pallavolo e dal baseball. Sarò il direttore generale, abbastanza lontano dal campo, abbastanza vicino alla struttura del club. Cercherò di portare l’organizzazione sportiva a un livello più alto e di ridurre la distanza dai migliori club». E poi Zeeman è di Alkmaar e i genitori vivono ancora lì. Zeeman dice che «la mia esperienza nel ciclismo mi ha dimostrato come poche squadre siano veramente aperte all’apprendimento. L’aspetto prestazionale in allenamento, nell’alimentazione, non è ancora molto sviluppato nel calcio, eppure sta diventando uno sport sempre più intenso, con sempre più partite in mezzo a tante trasferte. Da questo punto di vista il ciclismo si è sviluppato molto negli ultimi cinque anni. È un’occasione interessante per molti club che non hanno un budget molto ricco, ma che vogliono competere: bisogna essere più intelligenti degli avversari. Nel calcio a molte persone non piace che arrivi gente da fuori. Dovremo rompere il ghiaccio» Le donne corrono sotto la pioggia, gli uomini si fermano Non siamo arrivati proprio al ghiaccio alla Tre Valli Varesine, ma l’acqua ha reso le strade impraticabili. I corridori hanno posato il piede a terra e hanno convinto gli organizzatori che non si poteva andare avanti. Forse la prima corsa di ciclismo sospesa per pioggia. Secondo Brodie Chapman anche la corsa femminile si sarebbe potuta cancellare per maltempo, lo ha scritto sui social. Spazio Ciclismo scrive che “le donne hanno corso per quasi tre ore sotto una forte perturbazione piovosa che ha reso difficile portare a termine la corsa vinta dalla francese Cédrine Kerbaol”. Sono arrivate al traguardo in 35, «Abbiamo cercato di avvisare i commissari – dice Chapman – ma siamo state ignorate». È stata una decisione sofferta ma giusta, dice il patron della corsa Oldani, ripensando all’annullamento della gara maschile, dove era atteso il triello Pogacar-Evenepoel-Roglic. Domani si corre il Giro del Piemonte ma senza mostri, sabato il Lombardia con i tre della Tre Valli, più Matteo Jorgenson, i fratelli Yates, Juan Ayuso, Tom Pidcock, Julian Alaphilippe. Tutte le maglie arcobaleno di van der Poel Nel caso ve lo foste perso, Mathieu van der Poel è in una forma spaventosa. Tadej Pogačar ci ha distratto con quella fuga al Mondiale di 101 km, di cui cinquanta in solitudine. È stato il giorno in cui s’è preso la maglia arcobaleno dall’olandese, così l’olandese è andato a conquistarla su ghiaia, nella nuovissima specialità Gravel, aggiungendo quest’altro iride ai sei vinti nel ciclocross [e la Parigi-Roubaix, la Milano-Sanremo, il Fiandre, la maglia gialla, e molto altro]. Il magazine Velo ha analizzato la prestazione su ghiaia di Van der Poel, corridore dalla corporatura robusta per gli standard del ciclismo, con un peso tra 75 e 80 chilogrammi. Ne ha persi un bel po’ prima di Zurigo [terzo posto] e si è presentato nella forma della vita ai Mondiali di gravel in Belgio, a Lovanio, 182 km di percorso, quasi 90 in meno che su strada in Svizzera, meno di 2.000 metri di salita rispetto ai 4.200 di Zurigo. È una corsa strategicamente assai diversa, al via c’erano 65 corridori belgi, i corridori di casa. Hanno attaccato in 15 a 140 km dal traguardo. Van der Poel è rimasto nel gruppo da trenta, poi davanti in una fuga a sette, infine da solo in testa, “come un gigantesco pesce olandese che continuava a scappare” ha scritto Velo. Lo hanno raggiunto, lui è riscappato, perché per reggere a uno scatto di MvdP ci vogliono 15 secondi a 1.000 watt, dice Velo. Il magazine ipotizza che per questo successo a Lovanio, i dati sulla prestazione dell’olandese siano stati molto vicini a quelli dell’Amstel Gold Race 2019, quando negli ultimi 44 km, Van der Poel aveva una potenza media di 345 watt. Ora a MvdP manca solo il titolo nella mountain bike, dov’è stato campione europeo.
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