QUASI UNA NEWSLETTER
COSA STAI PER LEGGERE, COSA SAPERE, COSA VEDERE
QUELLO CHE STA SUCCEDENDO
|
VENERDÌ 20 SETTEMBRE 2024
#2 GIORNI AL GP DI SINGAPORE
«L’Olimpiade non è fatta per costruire numeri che portino onore alla Patria, è uno strumento potente che espone le vite dei ragazzi che ci partecipano, soprattutto in quest’epoca di fragilità estrema»
[Niccolò Campriani, campione olimpico]
DISCUSSION
Che fatica è diventata guardare i fatti e non le opinioni
Il dibattito sul premio MVP nel baseball, nel golf e nella WNBA
Shohei Ohtani è diventato il primo giocatore 50-50 della Major League, il primo cioè a far segnare in una stagione sola 50 fuoricampo e 50 basi rubate, al primo campionato che gioca con i Los Angeles Dodgers. Dice il Washington Post che si tratta del punto esclamativo alla stagione, quella in cui Ohtani è diventato il primo giocatore a superare i 42 fuoricampo e le 42 basi rubate, e poi 49-49, 50-50 e 51-51 giovedì sera a Miami. I Dodgers hanno ancora una settimana di partite davanti a sé.
“Era una sceneggiatura che solo Ohtani stesso poteva scrivere”. Come ormai si sa, Ohtani è quel tipino arrivato nel baseball sapendo fare tutto, come il bambino vicino di casa di Massimo Troisi in Ricomincio da tre [QUI]
Ohtani è asceso al firmamento dei firmamenti eccellendo in due ruoli. È stato il primo giocatore della storia a essere selezionato per l’All-Star Game sia come lanciatore di partenza sia come primo battitore, il primo lanciatore di partenza a battere un fuoricampo. È stato una novità così grande che la MLB ha riscritto le regole, ce n’è una che porta ufficiosamente il suo nome – la Shohei Ohtani rule — per consentire a una squadra di usare un lanciatore titolare anche come battitore designato, cioè permettergli di battere anche dopo il suo turno da lanciatore. Prima di Ohtani non si poteva fare. Per colpa di Ohtani hanno dovuto riscrivere pure i codici dei videogame di baseball. The Show è il più venduto al mondo e prima di Ohtani non prevedeva giocatori abili allo stesso modo nelle due fasi: o lanciavi, o battevi. Hanno impiegato due anni per aggiornarlo.
Ma dopo un intervento chirurgico a un gomito, ai Dodgers gli hanno detto: Ohta’, facci ‘a cortesia [ai Dodgers il management si esprime in un napoletano fluente], quest’anno giochi solo da battitore. Fai il battitore designato [che cos’è]
E lui allora che ti combina? Gioca da battitore designato e batte tutti i record. Una situazione diventata di nuovo unica – Ohtani è come condannato all’anomalia – perché adesso molti vorrebbero nominarlo MVP del campionato, nonostante questa stagione monca, senza aver mai lanciato una palla. I puristi inorridiscono. Jason Gay sul Wall Street Journal, per esempio. “Un battitore designato può essere un MVP?” si domanda il giornale più diffuso d’America. Gay risponde che non se ne dovrebbe nemmeno parlare [“Sto impazzendo” scrive], sebbene si dichiari innamorato di Ohtani, “il più grande talento visto in vita mia, una meraviglia unica nel suo genere, un neo-Babe Ruth”. Ma secondo il WSJ giocare da battitore designato “è meno faticoso, meno rischioso, anche con le basi rubate, peraltro diventate più grandi. C’è decisamente meno stress, c’è meno responsabilità nel corso di una partita. So che questo parere potrebbe farmi sembrare un brontolone antiquato. È vero che dei lanciatori hanno vinto il premio MVP senza battere: Dennis Eckersley, Roger Clemens, Willie Hernandez e Rollie Fingers. Ma nessun battitore designato ha mai vinto l’MVP”. Nel pezzo c’è un passaggio interessante per altri versi: il WSJ impedisce ai propri giornalisti di far parte di una giuria. Non possono votare per nessun premio. Dunque Gay si sente libero di esprimersi senza conflitti di coscienza. “C’è qualche dubbio che non giocare in difesa dia a Ohtani un vantaggio, consentendogli di concentrarsi esclusivamente sul colpire la palla? Non sto dicendo che Francisco Lindor sia un giocatore migliore di Ohtani. Tra vent’anni non parleremo del 2024 di Lindor. Parleremo del 50-50 di Ohtani. Ohtani sarà un candidato MVP in ogni stagione, soprattutto quando la sua forma da lanciatore tornerà. Nessuno ha problemi a premiare Ohtani MVP quando lancia e batte, ma il baseball è uno sport più grande rispetto a quanto di accade al piatto. È anche uno sport che può infilarsi da solo nei guai statistici, e ci vuole un brontolone vecchio stampo per affermare l’ovvio”
Il golf e la WNBA hanno lo stesso dilemma
Non sanno chi premiare nel 2024
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Questa storia dei premi al miglior giocatore dell’anno ci sta sfuggendo di mano. Come nel baseball, anche nel golf e nella lega professionistica femminile di basket USA non sanno come regolarsi. John Feinstein ha raccontato sul Washington Post il terribile dubbio: Scottie Scheffler o Xander Schauffele? Un dibattito impossibile, lo ha definito. Che sta succedendo? Il premio di giocatore dell’anno del PGA Tour è un referendum che contrappone la miriade di vittorie di Scheffler e le due grandi vittorie di Schauffele.
“Quando un giocatore vince due dei quattro Major dell’anno, di solito è molto facile individuare il giocatore dell’anno. Se così fosse, il premio dovrebbe andare a Xander Schauffele, che ha vinto il British Open e il PGA Championship. Quest’anno, però, è più complicato. Quando i giocatori voteranno, Schauffele sarà battuto da Scheffler, alla fine di una stagione in cui ha vinto un Major, la medaglia d’oro olimpica e altri sei tornei. I giocatori che non hanno mai vinto un Major – dice il Post – amano minimizzare la loro importanza, sono la maggioranza, ed è il motivo per cui Scheffler vincerà. Io sono una di quelle persone che credono che una vittoria in un Major valga almeno 10 volte tanto di qualsiasi altra. Quando vinci un Major, fai parte della storia. Quando vinci un altro torneo, guadagni un sacco di soldi. Ma Schauffele ne ha vinto uno più le Olimpiadi, quindi la sua vittoria non mi scandalizzerà. Tuttavia Scheffler è il miglior giocatore al mondo in questo momento, anche se alcuni dei paragoni con Tiger Woods sono ridicoli. A 28 anni Scheffler ha vinto due Major. A 28 anni, Woods ne aveva vinti otto. A luglio, alcuni hanno provato a paragonare la stagione 2024 di Scheffler a quella di Woods nel 2000. Woods aveva vinto tre Major nel 2000, tra cui l’US Open con 15 colpi di vantaggio e il British Open con otto. Chiunque pensi che Scheffler vincerà 15 Major e 82 tornei a fine carriera, alzi la mano. È un giocatore meraviglioso, quasi sicuramente finirà nella Hall of Fame un giorno. Ma chiunque lo paragoni a Woods è pazzo. L’unico giocatore nella storia che può essere paragonato a Woods è Jack Nicklaus”.
In WNBA la faccenda seria riguarda il titolo di miglior esordiente. Caitlin Clark vs Angel Reese. Jim Trotter su The Athletic ha scritto qualche settimana fa che la lega si sarebbe dovuta inventare un modo per darlo a entrambe, sapendo che “ciò che sto per dire non accadrà mai, ma che diavolo, facciamolo comunque. Il premio dovrebbe essere condiviso non solo per le loro prestazioni in campo, dove entrambe hanno fatto cose mai viste prima nella storia quasi trentennale della lega, ma anche per il loro impatto fuori. Sono come magneti, attirano spettatori e generano entrate a un ritmo vertiginoso. I tifosi di lunga data della lega sosterranno che la popolarità della WNBA era in ascesa prima dell’arrivo delle matricole, il che è vero. Oggi tuttavia la lega ha un posto fisso notiziario di ESPN e le sue stelle sono ricercate nei podcast più popolari. È solo merito di Clark e Reese? No. È in gran parte merito loro? Sì“
Il pezzo contiene una serie di dati e numeri, ma “parlare di Reese o Clark solo in termini di statistiche – chiarisce The Athletic – sembra insufficiente, considerando la loro importanza per la lega. Alcuni stanno paragonando il loro arrivo a quello di Magic Johnson e Larry Bird nella NBA del 1979. C’è una differenza sottile ma significativa. Johnson e Bird hanno contribuito a resuscitare una lega che moriva, mentre Clark e Reese hanno lavorato su una fanbase già attiva: non è un’impresa da poco. Il risultato diventa ancora più impressionante se si considera la crescita della lega. La WNBA tiene traccia della composizione demografica del suo pubblico e di ciò che chiama indicatori di ascolto complementari (CVM) tra gruppi diversificati. Ebbene, nel primo mese della stagione regolare, il suo CVM è cresciuto del 60 percento tra i non bianchi. I gruppi demografici più rappresentati in quella categoria, ispanici e afroamericani, hanno avuto un aumento del 96 percento e del 67 percento anno. Direi che questi numeri sono più grandi di qualsiasi statistica”.
Poi Angel Reese si è infortunata, la sua stagione è finita e probabilmente anche la corsa al titolo di rookie dell’anno.
EUROGOL
Quale verità raccontano tre 0-0 italiani
Diciotto partite, tre 0-0, tutti con una squadra italiana in una delle metà del campo: il Bologna con lo Shakhtar Donetsk, l’Inter con il Manchester City, ieri sera l’Atalanta con l’Arsenal. Non sono stati tre 0-0 tutti uguali, ma è abbastanza definitivo che si possano dire tre 0-0, il risultato più orgogliosamente italiano da leggere tra le fila degli italianisti.
Ora, poiché i tempi sono questi, la circostanza rischia di indurre a un altro giro di giostra intorno a certe discussioni da Anni Sessanta, i giochisti, i risultatisti, Allegri e Mourinho vs Resto del Mondo, i guai che ha fatto il guardiolismo, gli occhi sono lo specchio dell’anima, il varietà è morto, le ciliegie non hanno il sapore di una volta e con questo tempo uno non sa come vestirsi. Questa roba qua.
Pare che sia diventato obbligatorio prendere del calcio solo mezza porzione, o stai di qua o stai di là, tutti innamorati narcisi della propria visione di seconda mano. A Roma si sono avvitati e spaccati su pro e anti-Mourinho. Risultato: non tutti si sono goduti la meravigliosa avventura sentimentale che era De Rossi in panchina pur di darsi ragione. A Napoli è in corso un dibattito finanche più surreale: si stanno avvicinando alla partita con la Juventus magnificando l’arrivo di Antonio Conte [il contismo, ovviamente] come il fattore che demolisce i vezzi di un tempo. Le bacheche social sono piene di persone che esultano dinanzi a un allenatore che finalmente ha portato la cultura della vittoria contro i fighetti che pensavano solo al bel gioco.
Già è molto divertente così, eppure il dibattito non si apprezza abbastanza senza sapere che da una quindicina d’anni, nella sola grande città europea priva di una seconda squadra, si divertono comunque a dividersi per progressive vedovanze. Quando va via Mazzarri, i nostalgici mettono il broncio a Rafa Benitez e non c’è verso di fargli vedere i progressi che lo spagnolo porta insieme a un mucchio di calciatori internazionali. Quando allora va via Benitez, i mazzarriani riprendono fiato e accolgono Sarri con i putipù mentre i rafaeliti si mettono di traverso e giammai si lasceranno sedurre dal “calcio più sexy d’Europa” [L’Équipe]. Allo stesso modo, quando Sarri saluta e arriva Ancelotti, saranno i rafaeliti a sparare di nuovo i fuochi artificiali, mentre i mazzarriani e i sarristi si ritirano sull’Aventino, e pure se Carletto parla una lingua internazionale loro continueranno a rimpiangere la rebeldìa del Comandante nei secoli dei secoli. Ovviamente quando salta Ancelotti e arriva Gattuso, i lealisti di re Carlo insorgono, mentre accanto a Ringhio spuntano un mucchio di difensori delle maglie sudate, quelli che avevano preso male l’arrivo dell’allenatore precedente che aveva scacciato il cane che uccise il gatto che mangiò il topo che al mercato Aurelio comprò. Tutto molto bello. Solo che non è tutto.
Fa impressione pensare che sia coinvolto finanche Spalletti, eppure è stato così, prima durante e dopo, pure lui colpevole di Grande Bellezza, colpevole perfino delle macerie lasciate la stagione scorsa, quando potete immaginare quale sarabanda e quale carosello si siano scatenati nel Monopoli delle vedove con tre allenatori in un anno solo. Così siamo arrivati oggi a Conte che ha portato la cultura della vittoria. Dopo 4 giornate. Senza neanche essere primo in classifica. Come con De Rossi, serve a darsi ragione contro il passato, che sarà mai uno scudetto, lasciate perdere ‘o scudetto, i fatti non contano, conta solo l’opinione narcisa delle nostre idee.
In questa assurda polarizzazione ego-riferita, fa fatica a imporsi l’idea che il calcio oggi vada dalla parte opposta rispetto a Parmenide. L’essere e il non essere si tengono, e non è possibile che così non sia. Guardiola spende la maggior parte dei suoi milioni per comprare difensori, Klopp aggiunge il palleggio di Pep al suo gioco verticale, finanche il Cholo Simeone a un certo punto “ha sviluppato un gioco collettivo, con passaggi corti e movimento perpetuo” [L’Équipe, gennaio scorso]. Certo che il calcio è semplice. Bisogna solo intendersi sul significato dell’aggettivo, bisogna stabilire se semplice vuol dire spoglio, nudo, o se invece non voglia dire naturale, cioè faccio quello che mi viene meglio.
Tutto questo guazzabuglio di pensieri, questo flusso di coscienza, è tornato a galla stamattina nel leggere come il Guardian ha giudicato Manchester City-Inter dell’altra sera. Per noi italiani è stata la partita che ha dimostrato come l’Inter eccetera eccetera. Per l’editorialista del giornale inglese è stata “una pubblicità scadente per il nuovo mondo”. Il Guardian ricorda l’allarme lanciato da Rodri alla vigilia, si gioca troppo, i calciatori sono pronti a scioperare, e scrive: “Abbiamo decisamente bisogno di qualche partita come questa in meno. Benvenuti nel nuovo mondo dell’espansionismo Uefa, una competizione senza solidità, progettata unicamente per fornire un altro rotolo di carta da parati alle TV, un posto privo di un certo grado vitale di tensione o forma. In Italia dicono che Inzaghi sia ossessionato dalla finale del 2023, dalla vendetta, dal raggiungimento di quel livello. È stato certamente un grande spettacolo, vederlo perennemente infuriato sulla linea di fondo. È stato più interessante della partita stessa, l’espressione fisica della sua presunta fissazione per una vendetta ha fornito almeno un arco narrativo, una certa tensione drammatica. Altrimenti questo pareggio per 0-0 sarebbe interessante solo per le domande che ha sollevato”.
The Athletic invece celebra sia le parate di Raya contro l’Atalanta sia la crescita imprenditoriale dell’Atalanta, sia quel che si legge dentro gli 0-0. Laddove da noi viene la voglia di celebrare Acerbi che ricorda Gentile su Zico, all’estero trovano che esista un calcio italiano differente. È quello che gli vien voglia di enfatizzare. Non la maglia tirata ad Haaland.
James Horncastle ricorda che la prima Champions veniva giocata a San Siro mentre ieri sera c’è stato il battesimo dello stadio Gewiss nella grande Coppa. “I club italiani sono rimasti indietro rispetto ai loro pari europei nello sviluppo degli impianti per decenni. Il Gewiss è una testimonianza di quanto bene questo club sia stato gestito negli ultimi otto anni”. Quando analizza la partita, scrive che “se non fosse stato per la doppia parata di Raya su Retegui, l’Atalanta avrebbe potuto ottenere un’altra vittoria memorabile, dopo quelle contro Liverpool, Ajax e Bayer Leverkusen. A parte il Milan – scrive – le ultime due serate di Champions League sono state un esempio di quanto siano competitive le squadre di Serie A contro le migliori della Premier League. L’Inter avrebbe potuto battere il Manchester City con certe decisioni migliori nel finale. Sì, Matteo Darmian, sto pensando a te. Sia l’Inter sia l’Atalanta beneficiano della continuità in panchina e di un nucleo di giocatori che negli ultimi anni ha messo insieme molte finali. C’è stata un po’ di perplessità quando la Serie A ha dominato il coefficiente UEFA la scorsa stagione, aggiudicandosi un meritato quinto posto in Champions League. Questa giornata ha dimostrato ancora una volta che non si è trattato di un colpo di fortuna”. Inoltre Horncastle fa notare che all’Atalanta mancavano Giorgio Scalvini e Gianluca Scamacca, oltre Teun Koopmeiners ceduto alla Juventus. “Eppure giovedì l’Atalanta ha dimostrato di essere ancora all’altezza delle grandi squadre europee”
Il Monaco è royal, titola L’Équipe in prima pagina per la vittoria sul Barcellona. Una partenza da sogno, scrive, e la definizione vale per la Francia intera, uscita da questa prima giornata della Champions XXL con la terza posizione nel ranking stagionale [4.785 punti] alle spalle di Cechia [5.700] e portogallo [5,400]davanti a Germania [4.750], Slovacchia [4,625] e Italia [4,500]: più dietro vengono Inghilterra e Spagna. Nella prima uscita in Champions dopo 6 anni, il Monaco ha giocato in 11 contro 10 dal decimo minuto [espulso Erica Garcia] e l’ha portata casa “inserendo Golovine nell’intervallo al posto di Lamine Camara, una mossa – scrive L’Équipe – che ha permesso alla squadra di giocare più alta e di avere ancora più la palla in un 4-1-4-1 molto tecnico”. I gol sono venuti da Akliuoche e Ilenikhena, 22 e 18 anni, nella sera del primo gol in Champions per Lamine Yamal a 17 anni e 68 giorni, il secondo più giovane marcatore nella storia del torneo dopo un altro catalano, Ansu Fati, 17 anni e 40 giorni. Pagelle terribili ce ne sono? Certo che sì. L’Équipe ha dato 3 a Embolo, uscito per far spazio a Ilenikhena, un bel 3 pure a Ter Stegen, Rafinha e Lewandowski.
Il Brest è storico, il Brest è in festa, scrivono in Francia. Esordio in Europa e successo per 2-1 sullo Sturm Graz, anche se lo stadio di casa non è adeguato a un torneo del genere, tre tribune su quattro poggiano su strutture tubolari, e allora bisognerà andarsene ogni volta a Guingamp, 8mila abitanti, tre castelli, un festival sulla cultura celtica, un monastero dove le suore agostiniane si sono insediate nel 1676 e dal quale sono andate via nel 2020 per il covid, all’età media di novant’anni. Città di giacobini, ma senza neppure un’esecuzione, Hervé le Goff ci ha dedicato un saggio. Con uno sguardo da storico, Le Goff troverebbe che il Brest è la prima squadra francese a scoprire la Champions League nel XXI secolo con una vittoria, dopo le sconfitte del Lille nel 2001, del Montpellier nel 2012 e il pareggio del Rennes nel 2020. Al giocatore più in vista, Romain Faivre [una volta lo voleva pure il Milan], le terribili pagelle de L’Équipe hanno rifilato un bel 4.
LIGUE 1
In Francia si parla di nuovo dell’età di Moukoko
Quasi quattro anni dopo il suo atteso debutto da ragazzino in Bundesliga, intorno a Youssoufa Moukoko le chiacchiere sono rimaste uguali, uguali è il sospetto che non fosse un ragazzino allora e che ci siano state “irregolarità amministrative, controversie finanziarie, tradimenti familiari” come scrive L’Equipe. Il giornale francese se ne interessa perché il tedeschino è arrivato in prestito dal Borussia Dortmund al Nizza. “Fin dall’infanzia – si legge stamattina – ha dovuto affrontare ogni sorta di lotte d’influenza, in un contesto di sospetto di traffico di età”. Secondo il quotidiano Bild e il settimanale Bunte, Moukoko potrebbe essere nato nel 2000 e non nel 2004. Le autorità non hanno mai sostenuto l’ipotesi. Così L’Equipe ha fatto una cosa antica, superata, ha mandato una persona a Yaoundé per capire, fare domande, chiedere. “Il piccolo Youssoufa è nato a La Briqueterie, vicino alla moschea. È un quartiere operaio noto per la sua povertà e la violenza. Uomini con i pugnali si nascondono a ogni angolo di strada. All’interno delle case bisogna chinarsi per evitare di sbattere la testa contro il tetto. Youssoufa proviene da una famiglia Hausa, un grande gruppo etnico africano radicato nel commercio. Un imam guida la comunità. Le famiglie sono numerose, molto disperse. È qui che entra in gioco Joseph Moukoko, originario di Douala, emigrato in Amburgo, un medico pensionato che ha confidato in un’intervista a un giornalista locale di aver portato più di 30 bambini in Germania, per fargli prendere in qualche modo la nazionalità tedesca e dargli l’opportunità unica di vivere un sogno in Europa”.
Jean-Merlin Djomou, presidente fondatore dell’AS Espoir de la Cité Verte, ha mostrato al giornale la licenza di Youssoufa Moukoko con l’atto di nascita: 20 novembre 2004. C’è un timbro della federazione camerunese messo nel 2017, Joseph Moukoko è menzionato come padre naturale del bambino. Chi ha dubbi, ovviamente se li tiene. “C’è da dire – spiega l’Equipe – che da adolescente Moukoko è passato in pochi anni da giochi improvvisati nel quartiere a emolumenti altissimi, tipo uno stipendio annuo da 6 milioni di euro, un contratto di sponsorizzazione con Nike da 10. Il padre adottivo, rappresentante legale fino all’età di 18 anni, è sospettato di aver dilapidato parte del patrimonio con la nuova compagna in investimenti immobiliari. La famiglia biologica avrebbe invece aspettato a lungo prima di poter lasciare la baraccopoli per una casa vicino allo stadio Olembé.
A suo tempo, Slalom raccontò per quali strade si arriva al fenomeno di ragazzini con un’età diversa da quella dichiarata, un fenomeno che in campo calcistico non è attestato solo in Africa. Anzi.
PALAZZETTI E DINTORNI
LO ZECCHINO [DELLA PALLAVOLO] D’ORO
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Il ritorno di Ngapeth nella sua Poitiers
METTI LA CANOTTIERA Francesacci e francesini, sappiate che l’assurdo Ngapeth, l’umano Ngapeth, il matto Ngapeth, il dolce Ngapeth è tornato. Giocherà a casa, non solo intesa come campionato nazionale di pallavolo dopo l’oro olimpico, ma intesa proprio come casa, Poitiers, dove vivono moglie e figli. Farà il tragitto inverso re Carlo tornato dalla guerra. “Un fulmine nella pallavolo francese”, scrive l’Equipe, “un’occasione straordinaria. La sorpresa è stata totale. Anche per sua madre, Christine, trascinata al suo fianco alla serata di presentazione ufficiale nell’Alterna Stade Poitevin, ieri sera. Poco dopo le 20, mentre la rosa della stagione veniva presentata ai tifosi e agli sponsor del club, Earvin Ngapeth è apparso con una maglia numero 86. Ci sono voluti alcuni secondi per realizzare cosa stava succedendo e che sabato 28 settembre contro il Narbonne, la stella dei due ori olimpici all’età di 33 anni avrebbe fatto il suo ritorno nel campionato francese, tredici anni dopo la sua partenza per l’Italia”.
Non sono molti i nazionali che giocano a casa, Ngapeth si aggiunge a Nicolas Le Goff [ehm, non lo storico stavolta], tornato al Montpellier nell’estate 2020. Ngapeth dice: “Sono felice di essere a Poitiers. La mia famiglia vive qui, i bambini sono già iscritti a scuola. L’obiettivo per me non è far soldi, ma contribuire a lanciare il nuovo progetto e rilanciare il club nella mia città. Immaginarmi con la maglia del Poitiers, davanti ai miei amici e alla mia famiglia, mi fa venire i brividi”
IL CANTO DEL GAUCHITO Il Velasco politico
➣ Cosa rappresenta il Che per lei?
«L’eroe della nostra generazione. Ma con il tempo ho maturato un distacco critico. Non dall’uomo, che rimane un esempio di altruismo; dalla politica che proponeva».
➣ Anche lei voleva fare la rivoluzione.
«Militavo nel partito comunista rivoluzionario, nato da una scissione maoista del partito comunista argentino. Anche lì c’è una influenza italiana: il segretario generale del Pc per molti anni fu Vittorio Codovilla, che aveva fatto la guerra civile spagnola e conosceva la lingua. Dicono che fu Togliatti a proporlo a Mosca. Noi però eravamo antisovietici. Contro le invasioni di Budapest e Praga».
➣ Ma eravate rivoluzionari.
«Sì, allora io pensavo che l’ingiustizia nel mondo si potesse risolvere con una rivoluzione sociale, politica e culturale. Era la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70: un tempo di grandi lotte popolari».
➣ Maradona o Messi?
«Maradona. Nel mondo era rispettato e ammirato; ma soltanto noi argentini e i napoletani gli volevamo davvero bene. Era un uomo pieno di difetti, e proprio per questo vicino alle persone normali. Non era facile essere Maradona».
➣ Una volta lei mi ha detto che il regime peggiore è quello che funziona.
«Certo. Il regime argentino non funzionava; infatti è caduto. Quello cinese è ancora lì. Noi sudamericani guardiamo gli Stati Uniti con occhi diversi dagli europei. Hanno liberato l’Europa dal nazifascismo; ma in Sudamerica hanno appoggiato i golpe militari».
➣ Lei ha allenato pure la nazionale dell’Iran, vincendo due campionati asiatici. Vedremo la caduta del regime degli ayatollah?
«Secondo me, sì. Sarà un processo lento, perché in Iran la politica è mescolata alla religione, e la religione dà sicurezza alla gente; ma tra la gente il consenso per il regime è sempre più basso».
➣ Lei come si è trovato?
«L’Iran è un Paese con una cultura e una storia straordinaria. Ho fatto molte amicizie, e anche con la Federazione mi sono trovato molto bene. Non ho mai avuto a che fare con il governo. Quando la squadra fu invitata da Ahmadinejad, io non andai e la Federazione accettò che mi mantenessi al margine».
➣ Il Papa è peronista come dicono?
«No, il Papa non è peronista. È uno che ha capito che, se non si avvicina ai poveri, la Chiesa cattolica, almeno in America Latina, perde sempre più fedeli. Siamo stati a trovarlo, gli ho regalato una foto di frati francescani che giocano a pallavolo, gli ho parlato in argentino … ».
➣ In spagnolo.
«In argentino, che è un po’ diverso dallo spagnolo. Si è sorpreso».
V E Milei?
«Non riesco a credere che sia diventato presi- dente. La sua vittoria misura il disastro della politica argentina». – intervista di aldo cazzullo, Corriere della sera [TUTTA QUI]
AVREMO SEMPRE PARIGI
I fondi tagliati allo sport francese
Rendere la Francia un Paese più sportivo, questa è la sfida dopo l’Olimpiade. Così ha scritto Nicolas Lepeltier in un’analisi pubblicata da Le Monde, dalla quale emerge che la riduzione dell’11% dei fondi per lo sport, prevista nel disegno di legge di programmazione della finanza pubblica per il periodo 2023-2027, sembra contraddire la volontà di mettere l’attività fisica tra le priorità nazionali
“La situazione attuale contrasta nettamente con quella in cui si trovava lo sport francese diciotto mesi fa, quando brillava più per le sue crisi e i suoi scandali [federazioni di rugby e calcio, comitato nazionale olimpico e sportivo francese] che per i suoi podi internazionali. Da allora la situazione è migliorata e sono state concesse risorse senza precedenti sotto il patrocinio dell’Agenzia Nazionale per lo Sport, le alte prestazioni e lo sviluppo della pratica. Con i risultati che conosciamo. Ai Giochi di Parigi 2024, la Francia è diventata una potenza sportiva competitiva. Affermare questo, tuttavia, significherebbe un po’ ignorare il fatto che lo era già, o addirittura lo è sempre stata”.
Lo storico dello sport Patrick Clastres ricorda, in un articolo su Le Monde, che “la Francia oscilla da un secolo tra il quinto e l’ottavo posto nel medagliere, una posizione che corrisponde al suo rango economico e militare”. Le Monde aggiunge che il paese può essere orgoglioso del suo modello sportivo, un modello che fa leva sulla rete territoriale delle associazioni sportive. I circoli sono invasi dalle richieste di iscrizione di ragazzi e ragazze che hanno ammirato in estate Léon Marchand e Teddy Riner, Pauline Ferrand-Prévot o Manon Apithy-Brunet. Secondo Amélie Oudéa-Castéra, ministra dello Sport e dei Giochi in uscita dal governo stima un aumento del numero di tesserati tra il 15% e il 18% all’inizio dell’anno scolastico, con un salto di circa 2,5 milioni di praticanti. E però se tagliate i fondi dell’11% – sottolinea Le Monde – siamo punto e daccapo.
| IL LIVE DI SLALOM |
| RASSEGNA..
CHE COSA SI DICE STAMATTINA IN GIRO EDICOLA
Il diario di Slalom si è aperto come ogni giorno con la consueta galleria di prime pagine da tutta Europa.
|