Attaccato dal conservatore Telegraph perché non canta l’inno nazionale, elogiato e difeso dal progressista Guardian perché “sembra una scelta intelligente”. Di Lee Carsley, cittì ad interim dopo Gareth Southgate, ha scritto Barney Ronay, trovando che prender tempo sia stata una giusta considerazione, perché così legittima “l’architettura del percorso esistente”.
Chi lo avrebbe mai creduto possibile? E invece, scrive il Guardian, “si scopre che Carsley non è solo affabile, efficiente e benvoluto. Ha, come si dice, un po’ di personalità. Fare il cittì richiede capacità di persuasione. Bisogna creare una narrazione, la necessità di sedurre pubblico, stampa e giocatori. Anche Gareth Southgate lo ha fatto all’inizio con quell’aria da osservatore di verità dure e acide, quei lunghi intermezzi di cose dette in modo triste dietro una scrivania. Carsley non tanto. È una rottura con le recenti tradizioni di grande freschezza, il cittì temporaneo dell’Inghilterra non sembra avere nessuna filosofia e nessuna visione. Non ha una storia di redenzione personale da raccontare. Sembra sicuro prevedere che nessuno scriverà mai un’opera teatrale di successo sull’inglesità basata su Lee Carsley. Non è necessario preoccuparsi di cosa indossa, Lee Carsley mette la tuta.
Se questo è un lavoro a tempo, una specie di provino, se è un test per verificare la voce, le spalle, il modo di stare in piedi e di camminare, allora tutto sembra giusto. Finora. Carsley sembra intelligente ed emotivamente aperto. Sarebbe bello, logico e giusto dargli il lavoro definitivamente. Molti non saranno d’accordo, esigeranno un successo immediato, la garanzia di un talento da allenatore di livello mondiale e tutto il resto. Sono argomenti giusti. Ma questo significa anche fraintendere un po’ il senso del calcio delle Nazionali, ignorare sia le ragioni emotive sia quelle strutturali per cui Carsley avrebbe molto senso”.
Il Guardian dice che nel calcio delle Nazionali la parte emotiva è importante, perché di mezzo ci sono dei sentimenti diffusi e ampi, “e l’asso nella manica di Carsley è che molto simpatico. È chiaramente un uomo molto perbene. Ha un bel sorriso. Sembra un Alan Shearer con i postumi di una sbornia, ma più sano. Sembra uno con cui sarebbe divertente andare a pesca. Sembra un allegro fornaio di strada in una pubblicità per le torte. E poi c’è una seconda cosa su Carsley, che sembra essere stata un po’ trascurata, ma è davvero rara nel calcio moderno. Il fatto è che nessuno sa davvero nulla di lui. A cinquant’anni, Carsley è riuscito a raggiungere questo livello senza una vera impronta, senza una lista di nemici su Internet, senza difetti provati all’infinito.
“Francamente – continua il Guardian – nessuno ha una brutta parola da dire su di lui. Anzi. Nessuno ha davvero una parola da dire su di lui. TalkSport ha chiesto a Kevin Phillips di riassumere Carsley in una parola. C’è stata una lunga, drammatica pausa mentre Phillips cercava di pensare a qualcosa. E mentre pareva così deludente non sentirgli dire “perspicace” o “sensuale” o “crudele” o “sexy” (alla fine ha detto “duro”), l’intero scambio incarnava il senso di Carsley, un uomo piovuto sulla Terra. È la persona meno conosciuta che sia mai arrivata così vicina a ricoprire il ruolo più importante del calcio inglese, in un momento in cui tutti sono famosi per qualcosa. È quasi come se una persona normale che ha lavorato duramente ora si trovasse in prima linea per merito”.
I gol dei ragazzi dalle radici irlandesi
Poiché il Caso si diverte a prenderci in giro, il 2-0 con cui l’Inghilterra ha vinto a Dublino è arrivato con i gol di due giocatori dalle origini irlandesi e che con la maglia dell’Irlanda hanno pure giocato nelle Under: Jack Grealish e Damien Rice. Così, racconta il Times con Jonathan Northcroft, “abbiamo avuto un allenatore che non ha cantato l’inno e un marcatore che non ha festeggiato il gol, la conferma cioè che tutte queste sciocchezze non importano a nessuno, finché una squadra sa giocare un buon calcio. A Dublino è stata la prestazione dell’Inghilterra a cantare forte, soffocando la polemica pre-partita confezionata sul patriottismo. Era inevitabile allora che i giocatori decisivi fossero due che un tempo baciavano il trifoglio sulla maglia e ora sulla maglia portano tre leoni”.
Mentre lo stadio li fischiava, con uno striscione che li ritraeva come due serpenti, Declan Rice non esultato e “Jack Grealish ha fatto quello che fa Grealish: si è comportato in modo esuberante e disinibito. Viene da chiedersi – scrive Northcroft – cosa ne pensino gli indignati. Probabilmente sono confusi. Aizzati dal rifiuto di Lee Carsley di cantare God Save the King, sognavano un’Inghilterra che fosse impeccabile nel modo in cui rappresenta l’inglesità — e poi hanno visto l’Inghilterra vincere la partita con un duo di origini miste”. Benedetto quel paese in cui la stampa conservatrice scrive questa roba qua.