Com’è cambiato il tennis per la comunità afro-americana

LA COSTRUZIONE DI UN MOVIMENTO

C’è una storia che James Blake racconta spesso. Siamo intorno al 1990 e lui sta cercando di giocare un torneo di tennis regionale under-12 nel Connecticut. Non ha una classifica e gli aspiranti alla partecipazione sono in numero superiore ai posti disponibili. Non viene scelto, ma non preoccuparti, gli dicono gli organizzatori, tutti coloro che sono stati scartati questa volta entrano automaticamente alla prossima. 

Così Blake si presenta qualche settimana dopo, ma viene di nuovo lasciato fuori. Il direttore del torneo è lo stesso della settimana prima. È la persona che gli aveva fatto la promessa. Eppure non lo ammette. Alla madre di Blake basta poco per intuire cosa sta succedendo. James è nero. Così comincia a protestare, si fa sentire, forse minaccia. Alla fine il direttore del torneo rivede la sua decisione, James gioca e quel torneo lo vince. Come va a finire? Che il premio lo riceve dalle mani di un’altra persona, il direttore boh aveva da fare. 

È così che The Athletic introduce la storia della lotta dei tennisti afro-americani per rompere muri e barriere, una storia che poco più di tre decenni dopo segue altri sentieri. Cori Gauff è stata scelta dalla squadra olimpica per portare la bandiera alle Olimpiadi, accanto a LeBron James. Lei, vent’anni, campionessa degli Us Open 2023, in uno sport che ha descritto come tuttora prevalentemente bianco. Se Cori Gauff aveva quella bandiera in mano, riconosce lei, lo deve a una catena formata da quattro anelli: Arthur Ashe, Althea Gibson, Venus Williams, Serena Williams, tutte con un ruolo in questa storia. Le sorelle Williams e Tiger Woods sono esplose più o meno nello stesso periodo, alla fine degli anni Novanta. Ma venticinque anni dopo, Woods rimane essenzialmente un caso isolato, le sorelle Williams no. Il potere delle star del tennis americano si è spostato scrive Matthew Futterman facendo anche i nomi di Frances Tiafoe e Ben Shelton; Madison Keys e Sloane Stephens, oltre che quello di Taylor Townsend, una delle migliori giocatrici di doppio al mondo e campionessa di Wimbledon. 

Non è solo una questione di risultati in campo. Scrive Futterman che Jessica Pegula,  Taylor Fritz, Tommy Paul, Emma Navarro, possono anche andare più lontano nei tornei ma di solito non attirano l’attenzione né riempiono gli stadi, sia negli Stati Uniti sia all’estero. C’è un’attenzione nuova, c’è un movimento nuovo. Un terzo dei primi 1.500-2.000 giocatori giovani che ogni anno si alternano sui campi regionali della federazione sono afro-americani. Un salto significativo rispetto a solo 20 anni fa, un fenomeno molto diverso da tanti altri paesi multiculturali in cui il tennis è popolare. Questa crescita non si limita ai vertici dello sport. Secondo gli studi del Physical Activity Council e della Tennis Industry Association, la partecipazione tra i giocatori neri è aumentata di oltre il 60 percento dal 2019 al 2023. La loro presenza nella popolazione statunitense è del 13 percento, mentre solo all’11 percento tra i quasi 24 milioni di tennisti degli Stati Uniti, una cifra che si sta avvicinando all’obiettivo della federazione di allineare i suoi tassi di partecipazione alla demografia del paese, ma che dà ragione a Cori Gauff: il tennis resta uno sport prevalentemente bianco.

La federazione investe oltre 10 milioni di dollari in circa 250 centri nazionali di apprendimento junior in tutto il paese ogni anno. Sono centri che usano il tennis come mezzo per insegnare anche altre cose e per fornire supporto accademico a 150.000 bambini di tutte le età. L’80 percento sono bambini non bianchi: il 42 percento afro-discendenti, il 22 percento ispanici/latini, l’8 percento asiatici, l’1 percento nativi americani, il 4 per cento viene da altre comunità. Oltre il 70 percento dei bambini ha diritto al pranzo gratuito e a un costo ridotto della retta. 

Le porte che oggi sono aperte per molto tempo sono state una rete di recinzione. Il tennis era parte della vita della classe media e dell’aristocrazia nera a fine Ottocento, quando i leader della Tuskegee University in Alabama costruirono un campo sul loro terreno. Ma la federazione americana non consentì la partecipazione dei giocatori neri ai suoi eventi fino al 1950. La comunità afro-americana fondò l’American Tennis Association come contropotere nel 1916. Medici, dentisti, avvocati e dirigenti d’azienda neri che non erano accettati nei circoli costruirono campi da tennis nei loro cortili. Althea Gibson, campionessa a Wimbledon nel 1957 e agli US Open nel 1958, perfezionò il suo gioco a casa del dottor Hubert Eaton, un chirurgo di Wilmington. Ashe, cresciuto a Richmond, si allenava nel campo da gioco dietro casa del dottor Robert Johnson a Lynchburg. Art Carrington, che sarebbe diventato compagno di allenamento di Ashe e uno dei migliori coach degli USA, è invece cresciuto nel nord del New Jersey, frequentando lo Shady Rest, uno dei primi country club per neri degli Stati Uniti. Dove poteva incrociare Count Basie e Sarah Vaughan, Duke Ellington,  Sugar Ray Robinson e Joe Louis.

Negli anni Ottanta hanno cominciato a salire sulla scena Chip Hooper e Bryan Shelton [il papà di Ben], Leslie Allen e Katrina Adams, Zina Garrison e Malivai Washington, questi ultimi in finale a Wimbledon nei primi anni Novanta. Molti di loro erano prodotti del tennis universitario, il principale percorso di formazione verso i tour professionistici negli USA. Ma sono stati gli anni Novanta a modificare il panorama, secondo The Athletic è stata l’ascesa di Michael Jordan e della NBA a spingere le istituzioni del tennis a guardare verso una comunità che era stata messa al bando. Secondo Roxanne Aaron, presidente dell’ATA, non era stato chiaro fino a quel momento che atleti neri potessero esprimersi nel tennis, per pregiudizio. Poi arrivarono due sorelle da Compton, con le loro trecce, i loro colori, la loro abilità. Blake sostiene che sono state loro a cambiar tutto, liberando il tennis dalla sua reputazione di passatempo poco cool tra i giovani neri.

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