Abbiamo trovato il colpevole. È Luciano Spalletti. Con quella sua testa dura, maledizione. La fede nei suoi concetti. L’ostinazione. Ecco, l’ostinazione. Tutte quelle cose che in genere ci piacciono, ci piacciono proprio tanto da rimproverarle a un allenatore quando ci rinuncia [se perde]. La coerenza del vicino è sempre più verde.
Anche dopo la disfatta da 0-1 con la Spagna, Spalletti dovrebbe restare lo stesso allenatore chiamato in corsa su una panchina vuota, in coda a due Mondiali mancati e addirittura una qualificazione europea che nei giorni caldi dell’estate scorsa veniva descritta a rischio.
Luciano Spalletti se ne stava allora in campagna su una sdraio, a riposo dopo uno scudetto tatuato sul braccio e vinto in un posto dove non ci riuscivano da 31 anni, il primo scudetto di Napoli senza Maradona, e senza una squadra che fosse indicata tra le favorite per uno dei primi 4 posti.
Nel pieno della depressione da Mancini-in-fuga, Luciano Spalletti era un gancio in mezzo al cielo, raccontato un’estate fa come l’uomo che avrebbe fatto dell’Italia, con le sue idee e i suoi principi, qualcosa in più della somma dei giocatori. Con un termine ormai masticato e abusato in ogni riunione di qualsiasi area marketing, era il valore aggiunto.
LE COLPE DI SPALLETTI
Era. Non lo è più. L’effetto sembra già finito. La sua luce napoletana è più sfumata, stamattina tornano nel circuito delle idee certi riflussi di ragionamenti ascoltati durante le sue esperienze romane e milanesi, le città dei grandi giornali. È tornato quello Spalletti là. Eppure, non avrà ancora lavorato che 30-35 giorni complessivi con la Nazionale, l’equivalente di un ritiro estivo. Ha perso 1-0 su autogol una partita che l’Italia doveva perdere 4-0, forse 5-0, in un torneo nel quale la differenza reti nelle prime tre partite ha un peso doppio: per arrivare ai primi due posti nel girone, e per il ripescaggio tra le migliori terze.
Si potrebbe dire un segno di quel famoso valore aggiunto che scompiglia l’algebra, invece il credito nel dibattitto pubblico è drasticamente ridotto. Sono proprio la fedeltà alle idee e ai suoi principi stamattina a finire in discussione. Non solo quella “galleria degli errori” [Fabio Licari, la Gazzetta dello sport] che comprende i 90 minuti da Wile il Coyote di Di Lorenzo davanti a Beep Beep Nico Williams.
| “La Spagna svela i lati deboli della coerenza tattica e filosofica di Spalletti” dice La Stampa. Antonio Barillà riconosce: “Conteggiate le presenze in Champions e comprenderete l’abisso, anche se da lì a finire asfaltati ce ne corre”. E poi aggiunge che “qui subentra un altro spunto d’analisi sul ct che vuole un calcio fluido e propositivo, pretendendo identità e continuità: apprezzabile la coerenza, eccessivo non adattarsi un minimo. Non vorrebbe dire snaturarsi ma adottare correttivi utili a limitare danni che senza Donnarumma sarebbero stati ben peggiori“
| Il Corriere della sera parla di “tensione e nervosismo dopo la bastonata” e di uno Spalletti che “non torna indietro”. Alessandro Bocci ha scritto: “Con la Spagna si poteva mettere in preventivo la sconfitta. Non così, però. Uno schiaffo che brucia. Un ridimensionamento brutale, che allarga il confine dell’incertezza e apre il tempo dei processi. Le due partite vere dell’era spallettiana le abbiamo perse entrambe, con l’Inghilterra e questa con la Spagna. E se a Wembley per un’oretta avevamo tenuto il campo e giocato persino meglio degli inglesi, a Gelsenkirchen siamo stati umiliati“.
| Fulvio Collovati, ancora sul Corriere della sera, dice che servono Buongiorno e Fagioli – che in realtà nella classifica del Pallone d’oro non ci sono [non ancora, ecco]. “La verità è che questi abbiamo. La dimensione attuale del calcio italiano è dentro una modestia concreta“, ammette Fabrizio Roncone sul Corriere della sera. Strano, perché ogni giorno i titoli strillati dalle prime pagine ci portano dentro casa dei fenomeni, Buongiorno e Fagioli sembrano Goodmorning e Beans della Premier League.
| Paolo Condò su Repubblica avverte che “piangersi addosso non è mai una buona idea“ in un torneo che dura un mese, e dunque sarebbe meglio tirarsi su in fretta. “Spalletti – ragiona Condò – dovrà essere più freddo di giovedì. Un esempio: autorizzando Donnarumma ad andare a saltare sull’ultimo corner — sempre che il portiere non abbia fatto di testa sua — ha ragionato come se Spagna-Italia fosse un match a eliminazione diretta, e oltre il fischio finale non ci fosse domani. Ma quanti gol segna un portiere all’ultimo assalto? Uno su cento? Uno su mille?“.
Il ragionamento verso la Croazia è il seguente: “Spalletti non deve abiurare a nulla ma non deve nemmeno fissarsi su una soluzione perché tutti gli chiedono il contrario. Se le caratteristiche dei nuovi lo portassero verso una difesa a tre, ci vada senza temere stravolgimenti filosofici”. Condò segnala un punto trascurato: “Non è colpa di nessuno se non sua, ma l’uomo chiave di questa squadra era Tonali”. Due anni fa era il miglior calciatore italiano. Più decisivo pure di Barella.
| Luigi Garlando cita una vecchia intervista nella quale Spalletti indicava l’orgoglio come il suo peccato capitale, da girone dantesco, e gli rimprovera di aver spedito in campo contro la Spagna la stessa Italia che aveva faticato contro l’Albania. “Nessun passo indietro, nessun Cristante in più. Ha lasciato a casa Locatelli per non avere la tentazione di mettere uno stopper davanti la difesa. Tutti avanti, pressando e palleggiando. Ci siamo schiantati. Sembravamo l’Armata Brancaleone contro l’Esercito Prussiano. Un Europeo fa, contro la Spagna, Mancini non snaturò l’Italia, non tradì i suoi principi calcistici, ma riconobbe la superiorità degli avversari, fece un passo indietro, accettò un minor possesso, soffrì come non aveva mai sofferto, ma creò occasioni lo stesso, trascinò gli spagnoli ai calci di rigore e li eliminò. Fu un capolavoro di realismo e di buon senso. Spalletti invece ha tirato dritto senza compromessi. Meno male che il beato Gigio ha limitato i danni. Passare dalla bolgia degli orgogliosi a quella dei presuntuosi è un attimo. Ma il visionario Luciano è così”.
| Ivan Zazzaroni , direttore del Corriere dello sport-stadio, parla di un’Italia che “ha limiti indiscutibili, è fragile, il brutto anatroccolo della favola dei quattro titoli mondiali. E perché la colpa, in fondo, è soprattutto nostra: di chi l’ha descritta piena di cigni che cigni in realtà non sono. Anche se dovesse passare il turno, o andare addirittura oltre, resterebbe una Nazionale di A2, i cui unici valori elevati sono Donnarumma e Barella. Voler male a questa squadra significa sovraccaricare di responsabilità l’allenatore che, potendo lavorare poco, non può incidere come vorrebbe e potrebbe“.
I NOSTRI GIOVANI
Siamo il movimento campione d’Europa Under-17, campione d’Europa under-19 e vice-campione del mondo Under-20 perché i 17enni, i 19enni e i ventenni più forti le altre ce li hanno nella Nazionale adulta. Ma se i nostri giovani giocano poco, non può essere per il masochismo dei loro allenatori – che li vedono ogni giorno per tutto l’anno, non in un torneo di un mese. Si fa fatica a credere che tutti gli allenatori dei Pafundi, dei Viti e dei Casadei siano degli inguaribili dispettosi.
Il discorso malinconico sull’impoverimento del talento è ormai bello e masticato. Già dopo la s-Ventura del 2017 una ricerca della De Agostini ci avvertiva: il mestiere del calciatore viene al quarto posto nei sogni dei bambini, tre posizioni in meno rispetto a cinquant’anni fa. In genere tutto questo produce disperazione, ma può darsi che sia la ragione dell’esplosione del tennis, del nuoto, dell’atletica, di due Nazionali competitive nella pallavolo, forse perfino di qualche qualche cuoco e qualche rapper in più. D’altra parte diminuiscono pure ingegneri, architetti, scienziati e statistici. Anche il papa, da diversi anni, gli italiani non lo fanno più.
Marco Tardelli su La Stampa dice che “Spalletti dovrà escogitare qualcosa che riporti la squadra dove merita. Deve in pochi giorni rigenerare un gruppo che in alcune partite ci aveva fatto sognare e sperare. Sono certo che ce la farà“. Speriamo che abbia ragione.
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