Alcaraz riempie vuoti. Il pe – RF – effetto erede per gli o – RF – ani di RF

  Tra la resistenza e la creatività stavolta ha vinto la creatività.  Se la tesi di Mats Wilander sta in piedi, se è vero che per prendersi la Coppa al Roland-Garros non serve esser dei fenomeni, ma basta reggere, reggere, reggere cinque ore, di questo in fondo si tratta – allora è facile spiegarsi la trama della finale, è facile dedurre che la resistenza di Zverev contro la creatività di Alcaraz non è stata lunga abbastanza, non è stata sufficiente. 

Carlitos sì che ne ha avuta. Dentro la testa, prima di tutto. Lui che in fondo sarebbe uomo di fantasia. Farsi recuperare da 5-2 a 5-7 nel terzo set avrebbe potuto sdraiare un bue. Invece Carlitos lo ha preso per le corna – il bue – e dopo la resistenza è passato al capitolo creatività. Ha giocato un game con due punti che sono stati lo spot della Idee Geniali srl, e poco dopo pure un colpo di polso preparato con la schiena alla rete, un incanto che a quel modo lo giocava Federer – ha detto Barbara Rossi durante la telecronaca su Eurosport, lo ha detto così, dritta, senza preoccuparsi delle conseguenze, senza pensare che stava pugnalando alla schiena i nostalgici, con quella specie di invito agli oRFani, ora siete pronti, sceglietevi l’erede peRFetto. 

 

Due anni dopo aver dominato il cemento agli US Open 2022, un anno dopo aver domato l’erba a Wimbledon 2023, lo spagnolo ha vinto il suo terzo titolo del Grande Slam sulla terra battuta del Roland-Garros. Uno Slam all’anno da quando ne aveva 19. Non è stata la peggiore delle adolescenze. In una finale del tutto inedita, la prima dopo Nadal-Puerta del 2005, ha rimontato un handicap di due set a uno, per dominare Alexander Zverev al quarto e al quinto [6-3, 2-6, 5-7, 6- 1, 6-2] in 4h19. Tre anni e mezzo dopo la sconfitta contro Dominic Thiem agli US Open, dove aveva condotto per due set a zero, il tedesco ha preso un altro schiaffo crudele. 

A 21 anni e un mese, Alcaraz diventa il giocatore più giovane a vincere uno Slam su tre superfici diverse.  Ha pareggiato i titoli di Juan Carlos Ferrero, premiato a Parigi nel 2003, un mese dopo la nascita di Carlitos. Adesso fanno tre finali di Slam vinte su tre, un cammino alla pari con gente come Roger Federer, Gustavo Kuerten, Stefan Edberg, Björn Borg, Jimmy Connors. 

Resta un gigante del quinto set, dove ha vinto undici volte su dodici partite. Unica sconfitta: Melbourne 2022, contro Matteo Berrettini. Era arrivato a questa finale con 19 ore e 27 minuti di tennis nelle gambe. Dal 1991 nessun finalista aveva dovuto spremersi tanto. Ma Zverev si è lasciato scappare 17 delle 23 palle break ottenute. Con questo 26% non si va da nessuna parte.

 

David Loriot su L’Équipe considera allora che “Carlos Alcaraz è riuscito domenica in quello che pochi riescono a fare in una vita: coniugare il verbo sognare al presente. Alcaraz ha solo 21 anni e sta già mettendo sottosopra il pianeta del tennis, ribaltando la storia e ponendo in cima alla classifica il suo gioco istintivo, pieno di colpi brillanti. Ha 21 anni e 35 giorni e il suo stile è diverso da quello di tutti gli altri. Porta con sé la sua giovinezza felice in mille frazioni di follia. In campo Carlitos non sta ancora facendo tutto bene. Ma semina, inventa, raccoglie, portato da un talento unico e da un gioco senza filtri che gli permettono ancora, alla sua età, di staccarsi dagli schemi”.  

Ancora sul giornale francese, Mats Wilander fa notare che “come contro Jannik Sinner , Carlos Alcaraz ha recuperato da uno svantaggio di due set a uno. Due volte di seguito! Tuttavia, quando è cominciato il quarto set, non avevamo l’impressione che avesse ancora qualcosa sotto il cofano. Perché non sappiamo molto di lui, in effetti. Ha solo 21 anni e poche referenze. Ma ora lo conosciamo meglio . Abbiamo visto che non ha bisogno di giocare un tennis soprannaturale per vincere uno Slam. È il segno dei più grandi”.

Wilander dice che questa finale mette per bene le cose in prospettiva. Se Alcaraz ha vinto ieri, e le sue possibilità di vincere altri Slam sono immense, “non è grazie al suo diritto o alla sua smorzata. È perché il suo cervello, il suo cuore e il suo coraggio sono al posto giusto. Dà l’impressione di avere il controllo della maggior parte degli scambi e che da lui dipenda l’esito della partita. Ciò probabilmente deriva dal fatto che ha molti modi diversi per chiudere un punto. Non fa sistematicamente la scelta migliore ma il bagaglio è per intero lì, a disposizione. All’improvviso l’avversario non sa più su quale piede ballare. La ciliegina sulla torta è che sorride in campo. È un perfetto ambasciatore del tennis, lo farà amare a molte persone. Con la fine dei Big 3, questo ragazzo è una manna dal cielo per il nostro sport. Può rendere il tennis ancora più popolare”. 

Da oggi è il #2 in classifica alle spalle di Sinner, Djokovic è stato scavalcato. Così abbiamo in testa il tandem chiamato a guidare il tennis di domani, 22 e 21 anni, il mondo del tennis maschile ai loro piedi. 

 

Toni Nadal su El Pais si dedica allo sconfitto e scrive che Zverev ha sbagliato in principio di quarto set, quando era “necessario uno sforzo di concentrazione, lottando su ogni palla al cento per cento e cercando con tutti i mezzi di evitare che Carlos rientrasse in partita. Non poteva esserci un solo momento di debolezza, non bisognava lasciare che emergesse nessuna reazione. Invece nel secondo punto del primo game, reduce dalla grande rimonta del set precedente e dopo essere stato in vantaggio per 0-15 sul tabellone, Zverev ha commesso un errore che pareva insignificante, quando si è rivolto con rabbia verso il suo box lamentandosi. Quindici minuti dopo, in un batter d’occhio, era sotto per 0-4 in un set per lui decisivo.  il fatto che non riesca ancora a controllare queste situazioni è ciò che sicuramente gli ha impedito di vincere finora un torneo del Grande Slam”. 

Concorda Alejandro Ciriza, sempre su El Pais, quando dice che Alexander Zverev, “trasformato in uno zombie, non sa dove andare. Occhi vitrei e voce rotta. Sguardo smarrito. Sconfitto per la seconda volta in finale su un grande palcoscenico, in qualche modo estendendo quella sorta di stigma assai condiviso dietro le quinte del tennis, dove l’idea che forse sia nato nel momento sbagliato continua a diffondersi, e che se avesse avuto un punto fortuna in più oggi potrebbe essere una figura di massimo splendore. Un gigante che ha qualcosa del tennista maledetto“, 

 

GLI AVVERSARI DI ALCARAZ RAGAZZINO

 

I francesi ieri mattina hanno dedicato 11 pagine alla finale, senza che in finale ci fosse uno di loro, quei terribili sciovinisti che sono, li conoscete. In una strabiliante manifestazione del meraviglioso giornale che continua a essere, L’Équipe ha rintracciato una serie di avversari di Carlitos ai tempi in cui era un moccioso, per provare a capire come ci si trasforma da ragazzino mezzo matto ad atleta così serio. 

Victor Lengronne ha parlato con diversi testimoni dei giorni in cui Alcaraz era solo Carlitos.  Lo svizzero Jérôme Kym, per esempio. Oggi è 444esimo nella classifica ATP, 21 anni, batté Alcaraz tra gli juniores nel 2018 in Repubblica Ceca (6-4, 7-6).

«Ero più grande e più potente di lui, quella fu la chiave. Ho potuto contare su un grande servizio. Il suo tocco era incredibile, faceva drop fantastici, ma non aveva la potenza di adesso. È una sorpresa vederlo così in alto, è pazzesco. Siamo ancora buoni amici. È un bravo ragazzo, sorride sempre».  

Sergio Gutierrez-Ferroll, 35 anni, ex giocatore spagnolo nel circuito dei Futures, 156esimo ai suoi giorni migliori, oggi si è dato al trail running, qualunque cosa significhi, e ricorda di quando dominò ‘Alcaraz a Murcia (6-0, 6-4), nel febbraio di sei anni fa. 

«Tutti dicevano che sarebbe stato il prossimo Nadal, ma è una cosa tipica in Spagna, io non lo conoscevo affatto. In realtà giocai contro un quattordicenne che non aveva potenza; non poteva vincere, la differenza fisica era enorme. Non ero per niente teso perché non avevo 20 anni, ma quasi 30. C’era però della pressione in giro, vennero un mucchio di persone a sostenerlo, Mio dovette guardare la partita in piedi, non c’era più posto. C’erano anche alcune persone sedute sul tetto della clubhouse. Carlos era intervistato prima e dopo ogni partita, aveva le telecamere puntate su di lui durante il riscaldamento. Vinsi facilmente, ma mio fratello disse che era convinto che quel tipo sarebbe diventato il numero 1 del mondo. Io invece feci caso a una cosa diversa: credeva davvero di poter vincere, a 14 anni, contro il 300esimo al mondo. Su un mio servizio dato buono, andò a litigare con l’arbitro. Scattò una foto del segno e qualche ora dopo l’ha postata sui social, chiedendo se la palla fosse buona oppure no. Era focoso, si arrabbiava spesso»

Il belga Arnaud Bovy, 23 anni, si è ritirato dal circuito l’anno scorso. Studia giurisprudenza ed è divertito dalle reazioni dei suoi compagni all’Università di Liegi quando racconta di aver battuto Alcaraz cinque anni fa (6-4, 6-2), in un torneo juniores dell’Accademia Ferrero.

«È un episodio che mi segnerà per tutta la vita, qualcosa che racconterò ai miei figli e ai miei nipoti. Carlos era sconosciuto. Io avevo 18 anni, lui 15. Aveva una wild card al torneo dell’accademia. La partita non fu facile, mi sono sempre detto di aver giocato davvero male. Fortunatamente non sapevo in anticipo che si trattasse di un fenomeno, altrimenti probabilmente avrei perso. Ricordo il suo servizio in kick e un grande dritto. Non era teso, giocava molto alto, super pesante, lottava su ogni punto. C’era Ferrero sulla sua panchina, a incoraggiarlo. Era impressionante vederlo lì. Quando ai compagni di corso dico che ho battuto Alcaraz, rispondono che sarei potuto diventare il numero 1 del mondo, mi fanno ridere»

Damien Wenger, 400esimo, convocato nella squadra svizzera di Coppa Davis, ricorda di essere riuscito a batterlo un torneo junior in Belgio, cinque anni fa. L’indiano Tristan Meraut, 28 anni, 813esimo al mondo nel 2018 e ora allenatore, contro Alcaraz ha giocato l’ultima partita della sua carriera, in un Futures in Turchia, tre anni e mezzo fa; «Era impossibile non notarlo. Era circondato da tanta gente, non si mescolava agli altri, viveva già in un altro mondo; aveva quattro persone con lui e io ero da solo. Penso che sia fantastico aver giocato il mio ultimo match da professionista contro la futura stella del tennis mondiale. L’ho incontrato di nuovo a Miami quest’anno. Pioveva, stava scherzando nella sala giocatori, io ero là che giocavo a ping pong con un amico e lui è venuto a salutarci e giocare un po’ con noi. Ho battuto suo fratello ma non lui. Avevo perso già prima di giocarci»

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