Essere Djokovic e scoprirsi normali. Il podcast in cui confessa la voglia di fare altro

Benvenuti alla normalizzazione di Novak Djokovic. È sotto gli occhi di tutti, ma è soprattutto sotto gli occhi di chi ne sa. Mats Wilander, per esempio. Nella sua colonna per L’Équipe dice che non è più così diverso dagli altri giocatori. Una sentenza che arriva dopo la sua qualificazione al terzo turno, e tutto sommato pure agevole. Il suo miglior risultato nel 2024 resta la sconfitta in semifinale contro Sinner agli Australian Open. Non ha ancora un titolo, e siamo a giugno. 

Deve sembrargli strano. Ha perso la fiducia. È come se fosse tornato un essere umano normale. È difficile per lui concentrarsi completamente su ogni partita. È successo a tutti i numeri 1 del mondo che lo hanno preceduto. Il suo problema è soprattutto mentale. Si vede che ci sta provando, ma non è più così disposto a morire in campo. È una questione di investimento emotivo, di volontà, di istinto omicida

Dice Wilander che il simbolo di questo ragionamento è il doppio fallo sul match point contro Alejandro Tabilo a Roma. Ha colpito la palla come fosse una rpima. Non lo avrebbe mai fatto in uno Slam. C’è un divario tra il suo impegno nei Major e negli altri tornei. Ecco perché non sono troppo preoccupato per lui al Roland-Garros. Wilander fa notare che nei tre anni in cui ha vinto il torneo [1982, 1985, 1988] non aveva mai vinto nulla sulla terra battuta prima. Ma a differenza di Federer e Nadal, i cui stili di gioco unici mettevano in crisi l’avversario, non è così difficile giocare contro Djokovic quando non è al 100%. Il livello dei primi-50 al mondo si è alzato. Ai miei tempi potevo vincere giocando al 60%. Se invece Djokovic è solo al 90%, trova difficoltà a vincere una partita. Senza contare che gli altri sono più bravi contro di lui sulla terra battuta, perché per lui è più difficile difendersi su questa superficie che sulle altre

Paolo Bertolucci sulla Gazzetta stamattina si domanda: Quello che sarebbe interessante sapere è come lui si sente davvero, come si è approcciato a questa fase decisiva, non solo della stagione, ma probabilmente della sua carriera. Finora si è un po’ nascosto, una volta per un motivo, una volta per l’altro è sembrato cercare alibi sinceramente molto fragili per giustificare un rendimento lontano dalle aspettative. Non so se anche in un fenomeno del genere, al quale sicuramente non trema il braccio, si possano essere insinuati dei tarli, in cuor suo e nella mente, che lo portano per la prima volta nella sua meravigliosa carriera a doversi difendere dagli attacchi altrui, sapendo di non trovarsi più in una posizione di vantaggio. Si nota nel linguaggio del corpo, nell’atteggiamento, nelle crepe dal punto di vista mentale, al di là del tipo di gioco e di quello che esprime in campo.

Così Frank Ramella su L’Équipe si domanda apertamente: Cosa sta realmente accadendo a Novak Djokovic? È questa la domanda da un miliardo di denari che sta scuotendo il circuito, poiché la differenza è improvvisamente abissale tra il quasi invincibile serbo del 2023 e la traballante copia che fa le sue rare apparizioni in tour

L’Équipe parla di un nuovo stato d’animo e ha scovato la voce di Djokovic in un podcast con Nick Kyrgios. Dice: «Il piccolo Novak, il bambino di 4 anni, che ha iniziato a giocare a tennis a Kopaonik in Serbia, è ancora dentro di me, ed è ancora innamorato di questo sport, ed è ancora così affamato. Ma allo stesso tempo, probabilmente c’è un Novak più maturo, un padre e un marito, che dicono: – Andiamo, amico. Ci sono anche altre cose nella vita. Una parte di me vuole ancora andare avanti, non ho limiti o una data di scadenza. D’altronde sono un tennista professionista da oltre vent’anni, ho avuto successi incredibili, ho fatto tutto quello che potevo sognare e anche di più. Sono fortunato ad avere la mia vita, ma alcune mattine mi sento demotivato e meno ispirato dall’idea di viaggiare, giocare a tennis quando vorrei stare a casa con i miei figli, mia moglie e avere una vita normale».

È tutto definitivamente qui. 

A fine marzo, scrive Ramella, la rottura con il suo allenatore Goran Ivanisevic illustrava un’altra svolta del serbo. È difficile sapere chi fra i due abbia causato la separazione dopo tanti anni di successi, all’interno di un clan nel quale prevalgono in ogni momento esigenze estreme. Può andare avanti con un’anima gentile come Nenad Zimonjic a scandire le sessioni d’allenamento? Oppure ha bisogno di un uomo “forte” (esiste?)  in grado di dettare un percorso senza compromessi sui carichi di allenamento, sugli ultimi dettagli tecnico-tattici e sulla programmazione?. 

Eh, nel frattempo Roland Zimonjic già non c’è più, sostituito temporaneamente per questa quindicina di giorni da Boris Bosnjakovic, collaboratore del clan da diversi anni nell’analisi dei dati, per un periodo capo allenatore del Novak Tennis Center Belgrado. 

Intanto – scrive L’Équipe – i progressi in questo primo semestre sono stati pochini. L’uomo che deve fare tutto alla perfezione per calibrare il suo gioco preciso non ha ancora messo insieme tutti i pezzi.

Ma comunque è là dove sono tutti. Al terzo turno. Senza aver perso un set. Senza la certezza che questo Diavolo non durerà.

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