
La sera che la Juve vinse la Coppa con la maglia gialla, capimmo che Beniamino Vignola avrebbe meritato di più. Ma più di cosa? Giocava nella Juventus, si diceva che lo avesse voluto Michel Platini in persona, le Roi, impressionato da quel passo leggero come una danza, lo aveva visto con l’Avellino. La sera che la Juve vinse la Coppa con la maglia gialla, Beniamino aveva giocato da fuoriclasse, un gol e un assist in una finale europea: allora cos’altro poteva desiderare?
Considerazione, ecco. Questo poteva desiderare. Una presenza in nazionale, per esempio. Almeno una. Invece nella serie A degli anni Ottanta poteva succedere che Beniamino Vignola fosse un attore non protagonista, poteva succedere che restasse un titolare a tempo determinato.
Da bambino era milanista, giocava a fare Gianni Rivera. Portava pure i capelli con la stessa riga e un mezzo ciuffo. Il papà stava ai tornelli allo stadio, così poteva entrare gratis al Bentegodi, ma soprattutto finì per entrare dalla panchina in un Milan-Verona nell’anno della stella di Rivera, a tre giornate dalla fine. Una fatal partita.
Era un calcio nel quale Trapattoni poteva avere undici titolari fissi più un paio di jolly. I jolly erano Vignola a Prandelli. Beniamino entrava più spesso, quando Bettega prese la via del Canada, lui si prese in maniera abbastanza stabile il numero 7. Oggi diremmo che giocava tra le linee, alle spalle di Platini. Alla fine degli allenamenti restava con lui sul campo a calciare punizioni.
Nel calcio d’oggi Vignola avrebbe una chiamata da Spalletti, l’avrebbe avuta da Mancini come Locatelli, l’avrebbe avuta da Ventura come Gagliardini. Così come l’avrebbe avuta pure nel calcio di ieri da Prandelli come Montolivo, da Lippi come Palombo. È nel calcio dell’altro-ieri che per lui non c’è stato posto in nazionale, neppure una volta, neppure una presenza, com’è successo a Evaristo Beccalossi, Roberto Filippi, Agostino Di Bartolomei, in attacco a Pier Paolo Virdis.
Nella vita di Beniamino dopo il pallone c’è stata una farmacia aperta con sua moglie e le sue figlie, due aziende nel settore dei vetri per automobili guidate con suo cognato: parabrezza, lunotti, finestrini – lui che giocava un calcio di cristallo purissimo. Un Pirlo, forse un Jorginho, in una intervista di qualche tempo fa alla Gazzetta lui ha detto di rivedersi un pochino in Modric. In quel tipo di numero 10.
Disegni di Paolo Samarelli per il Guerin Sportivo
La sera che la Juve vinse la Coppa con la maglia gialla, il calcio italiano era campione del mondo con Bearzot ma da sette anni non vinceva un trofeo con i club. La Serie A aveva un cast di campioni senza confronti, di lì a qualche mese si sarebbero aggiunti Maradona, Rummenigge e Socrates. Lodovico Maradei sulla Gazzetta aveva scritto alla vigilia di Juventus-Porto che mancava solo quello – una Coppa – “per farci invidiare anche da quei Paesi come l’Inghilterra e la Germania che fino ad un paio di anni or sono ci guardavano con molta arroganza ed evidente commisezione”.
La Juventus era favorita ma aveva ancora sulla pelle la scottatura di 12 mesi prima, la finale di Coppa dei Campioni persa contro l’Amburgo di Magath. Gentile non aveva più i baffi da Saladino sfoggiati in Spagna. Li portava invece Tacconi in porta e Tardelli si era fatto crescere la barba. Via Zoff, via Bettega rispetto all’anno prima. “Non c’è nulla che possa svilire la portata di questo traguardo – scrisse la Gazzetta nell’editoriale in prima pagina, senza firma – nella sintesi in prima pagina, neanche la lunga sofferenza attraverso la quale – per quasi tutto il secondo tempo della finale – il successo dei bianconeri è maturato, prima che si scatenasse la liberazione finale. L’immagine di Scirea che solleva la coppa al cielo è la somma di tutto, non soltanto dell’ultima partita”
Parole riconducibili al direttore Candido Cannavò, che però quel giorno in prima già firmava un commento sulle Olimpiadi senza il blocco dei paesi dell’est.
“Si potrebbe anche parlare – scrisse la Gazzetta – di uno strano tuffo nel passato, di una vittoria all’italiana alla maniera antica, del ritorno al clima delle barricate. La Juve – e non soltanto lei – ci aveva disabituato a queste cose. Il contenimento degli avversari, tipico del suo gioco, era stato una strategia, quasi sempre vincente, accompagnata da una fredda lucidità nel rovesciare il fronte, nel colpire spietatamente di sorpresa. A Basilea è stato diverso. Si è riviato un antico «muro» per tutto il secondo tempo e soltanto una volta si è scatenata una replica velenosa. Ha finito col far barriera attorno alle due prodezze di Vignola e Boniek. Persino Platini. I dettagli si dimenticano, le vittorie europee entrano nella storia”.
Nelle pagelle di Maradei, nessuna delle stelle arrivò al 7. Neppure Vignola che aveva lasciato il segno sulla partita. Un voto sopra la sufficienza lo meritarono solo Tacconi [“nel primo tempo ha salvato situazioni disperate”], Bonini [”Un lottatore come pochi. Era alle spalle di Platini e doveva faro da filtro per le azioni di Pacheco e soprattutto di quel Frasco che era davvero un motorino instancabile oltre che dotato di un dribbling strettissimo quasi sempre vincente”] e Scirea [“Un vero capitano, un uomo straordinario per freddezza, precisione, puntualità d’interventi”]
Adalberto Bortolotti sul Guerin Sportivo parlò di Juventus “un tantino provata negli uomini-base da una stagione stressante, quindi non sempre brillantissima. Ma in ogni caso, al di sopra di ogni sospetto, fra i tanti lanciati a vanvera dagli avversari sconfitti”. I portoghesi chiusure infuriati contro gli arbitri. Il Corriere della sera riportò una frase scostumata uscita dal loro seno: l’arbitro se ne torna a casa su una Fiat. E vabbè. Bortolotti scrisse: “Non ha colpe la Juve, se il Porto ricama deliziose trame di gioco senza poi arrivare a concretarle; se non riesce a dar corpo a una supremazia territoriale piuttosto evidente per tutto il secondo tempo”.
Sempre sul Guerino Marino Bartoletti parlò di Romanzo della Juventus, con la erre maiuscola, “un romanzo fatto di signorilità e anche di risorse plebee, un romanzo che a Basilea ha visto battersi sia i poeti che i contadini”.
Quanto al poeta-contadino Vignola, Bartoletti aggiunse che “probabilmente è un «lusso»: nel senso che nessunissima squadra in Italia e al mondo potrebbe permettersi di tenere in panchina uno come lui. Ma anche questo «lusso» dà l’idea della potenza bianconera. Certo, per Beniamino ne è passata dell’acqua sotto i ponti da quando aveva un presidente che lo prendeva a schiaffoni: ma, nella «giornata dell’umiltà bianconera» c’è persino venuto il sospetto che i metodi non proprio montessoriani di Sibilia abbiano finito per l’essere un’arma in più nella faretra di questo ragazzo che ostenta la freddezza e la maturità di un veterano. A Basilea c’era anche Bearzot: ebbene, ci piacerebbe sperare che Vignola non perdesse altro tempo a livello di Nazionale. Ha la faccia da bambino, ma non è più un bambino. Né all’anagrafe, né con la palla ai piedi”.
Gianni Brera era la firma del calcio di Repubblica e sottolineò un paio di giorni dopo la partita quel che aveva letto sui giornali svizzeri: “Vince la Juve ma il Porto seduce”. Non erano gli argomenti che lo convincevano, di solito. “Fra un anno e anche meno – considerò – nessuno ricorderà come sia andata la dannatissima finale di Basilea: ma resterà il nome della Juve a significare che, fino a questi anni, la vecchia signora dei campionati non ha mai onorato secondo logica la sua immagine fuori dai confini”. Riepilogò la storia di certe sconfitte europee e aggiunse: “Se dobbiamo riandare alla finale, onestà critica vuole che respingiamo subito ogni fatua idea trionfalistica. Il piacevole Porto ha fatto tutto per venire infilato a dovere. Purtroppo, sono disastrosamente mancati i soliti goleadori: primo fra tutti Paolo Rossi, acciaccato e frastornato da un continuo accerchiamento di avversari agili e decisi; poi, il divino Platini, malamente mortificato da ritmi che lo escludevano di acchito; infine, l’impetuoso magnifico Boniek. Ha scontato la foga con improvvisi obnubilamenti sotto misura. Ammirati come eravamo di lui, avremmo preteso altro dal suo indomito cuore”.
Nelle pagelle di una finale di Coppa delle Coppe vinta, Brera diede 4 a Paolo Rossi e 4.5 a Platini, dicendosi comunque “ammirato degli agili e fantasiosi portoghesi con una sola ma valida riserva: che il giocare bene non basta se i temi offensivi si urtano a una difesa di ferro; che giocare bello senza gol significa – eh sì – masturbare calcio”. Masturbatores pilae era il termine latino con cui di solito li definiva.
La Stampa riferì che “rimbalzano voci clamorose sul futuro della Juve. Boniperti avrebbe in mente cambiamenti rivoluzionari. Da Torino partirebbero Boniek, Penzo, Gentile e Vignola, ma arriverebbero, oltre a Giordano, il cui passaggio alla Juve è sempre stato molto probabile, anche Vierchowod e Batista. Non solo, ma nei piani della Juve ci sarebbe addirittura Bruno Conti. Sono voci molto variopinte che non trovano conferma, ma hanno una loro paradossale logica”.
