La Roubaix, la fatica e i suoi rumori
Che cos’è che spinge un corridore a muoversi da Compiègne fino a Roubaix in bicicletta in pieno autunno, sotto la pioggia, ballando con le ruote su delle pietre e ricoprendosi di fango dalla testa ai piedi? Se lo è domandato Peter Ahrens sul tedesco der Spiegel sottolineando che domenica ci sono state 20 cadute, secondo una stima molto prudente, tra le pozzanghere e la fatica. “Che monumento allo sport di alto livello”, ha scritto.
Il tedesco John Degenkolb, uno che la Roubaix l’ha vinta nel 2015, stesso anno del primo posto alla Sanremo, è tra quelli che sono andati giù, per poi arrivare al traguardo da 48esimo. Non ha detto quanto fosse stato terribile. Ha detto: «Questa è una storia da raccontare ai nipoti. Non si riesce nemmeno a esprimere per intero con le parole. Fa impallidire tutto ciò che ho provato finora nel ciclismo».
“Molti ciclisti – considera der Spiegel – sembravano figure primordiali, grigi da cima a fondo come i ladri di tempo in Momo, coperti di un fango che lentamente si asciugava trasformandosi in polvere, man mano che la gara andava avanti. Arcaici, per come pedalavano attraverso la leggendaria e famigerata foresta di Arenberg. Potevano essere scene degli anni ’50 o ’60, lo sport nella sua forma originale. La Parigi-Roubaix è uno scrigno pieno di drammi, aneddoti, storie grandi e piccole, una classica, e da nessuna parte questa parola è più appropriata. Non c’è tanto glamour qui, gli atleti sono solo atleti, con la loro attrezzatura sportiva e questa sfida crudele e affascinante. Il ciclismo è uno sport molto screditato, contaminato dal doping, in tanti non hanno resistito alla tentazione di affrontare lo stress umano, a volte sovrumano, facendo ricorso a sostanze illecite. Un cartello di truffatori, sì, ma anche uno sport che pretende tutto da tutti. In piedi sul ciglio della strada, siamo ammirati e irritati dalle capacità di questi atleti. E da una domanda: perché le persone fanno questo a se stesse? Per il vincitore c’è un’enorme pietra come trofeo oltre al bonus per la vittoria. Cos’altro sarebbe più appropriato? Sei ore in bici, al freddo, alla pioggia, sui ciottoli: è pazzesco. Questo è sport”.
Filippo Cauz e Leonardo Piccione hanno scritto per Bidon Magazine che “la Roubaix è una corsa che fa rumore. Anzi, rumori. Fa sdeghedeghedeng ogni volta che le ruote sobbalzano sulle pietre; swufffff quando deviano sui corridoi di erba laterali. Un tubolare che si sgonfia è il più classico degli pfffffff, cui fa seguito il tacutacutacu del cerchione afflosciato sulle pietre. Qualche volta la Roubaix fa sguasssshhh: accade quando, come oggi, i settori di pavé vengono invasi dalla pioggia, e le biciclette si ritrovano a fendere le pozze di fango come rompighiaccio in un mare torbido, non prima di essere state precedute da indistinguibili grida, come di battaglia, provenienti dal gruppo o da quel che di esso resta”.
Sono rumori sordi, dicono, che insieme al fango ricorderemo a lungo, insieme alle foto di tutte quelle maschere impiastricciate, la Roubaix “di limiti raggiunti e scavalcati; di tensione e di eccessi, eccessi che – sosteneva Henri Desgrange – permettono l’identificazione. Le presenti generazioni di appassionati di ciclismo hanno goduto in questo weekend di corse identificative di quest’epoca, corse che ci verranno in mente tra le prime quando un giorno racconteremo a qualcuno che passavamo pomeriggi interi a guardare anacronistiche gare di biciclette. E verrà in mente anche a Tom Paquot, esordiente come Colbrelli, Van der Poel e Vermeersch, arrivato fuori tempo massimo dopo 150 chilometri da solo, gli ultimi 50 senza rifornimenti. «Ho pianto di più nel finale di oggi che negli ultimi due anni della mia vita», ha detto Paquot dopo il traguardo, assaporando l’accoglienza del sole tornato a splendere su Roubaix, almeno per un po’”.
specchi Il montepremi femminile
Quando Lizzie Deignan sabato è arrivata davanti a tutte, ha scoperto che sul suo assegno di prima storica vincitrice della Roubaix c’era scritto: 1.535 euro. Su quello di Sonny Colbrelli la cifra è di 30 mila. La differenza è figlia dalla portata degli sponsor e degli interessi economici che si muovono intorno a una corsa, in uno sport che ha deciso di votarsi al mercato, e dunque dal mercato si lascia regolare. Il montepremi maschile è di 90 mila euro, di 7 mila per le donne. La differenza nel premio è stata sanata dalla Trek Segafredo, la squadra di Deignan, e stamattina il suo general manager Luca Guercilena ne parla con Cosimo Cito per Repubblica: «Il criterio ispiratore di questa idea – dice – ancora unica nel suo genere nel ciclismo femminile, è la considerazione del team come una cosa sola: lo stesso staff, stesso management, stessa denominazione e sponsor. Uomini e donne, per noi, sono esattamente sullo stesso piano. Stiamo arrivando a somigliare al tennis e allo sci, che hanno tornei e Coppe del mondo femminili praticamente sullo stesso piano rispetto a quelle maschili. Gli sponsor stanno arrivando e arriveranno. A quel punto cresceranno anche i montepremi, senza dubbio. Il cammino è ancora lungo, ma l’evoluzione rapidissima delle cose mi fa pensare che quel momento non sia lontano. Ed è bello che accada in uno sport che un tempo nemmeno troppo lontano veniva considerato non adatto alle donne. Lizzie Deignan è mamma di una bambina ed è doppiamente un simbolo. Ha fatto una gara incredibile, tutta all’attacco, non ha avuto paura di rischiare. È stata una giornata miliare nella storia dello sport».
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Ci sono dubbi anche su Colbrelli
Marco Bonarrigo sul Corriere della sera riepiloga stamattina i dubbi che una parte della stampa francese ha sollevato su Sonny Colbrelli dopo la vittoria domenica. Le Dauphiné Libéré ha scritto che il suo successo “getta una nuova pietra in un mare di sospetti e si porta dietro l’odore nauseabondo del dubbio. Certo, Colbrelli non è mai stato trovato positivo all’antidoping e all’ultimo Tour de France la perquisizione nell’albergo della sua squadra, la Bahrain-Merida, non sembra aver dato risultati, ma la vittoria di un debuttante alla Roubaix non si vedeva dal 1955”. Le Sud-Ouest ha trovato “incredibile che l’italiano, un velocista puro, riesca a volare anche sul pavé”, il campione belga Philippe Gilbert si domanda come mai «Colbrelli da quando ha vinto il campionato italiano in giugno non è mai andato oltre il secondo posto», e Le Parisien lo definisce come “un ex sprinter che si è trasformato in scalatore, che non finisce più di sorprendere e la cui squadra è nel mirino dell’autorità giudiziaria”.
Sonny Colbrelli è di Desenzano, come Marcell Jacobs, il cui successo ai Giochi ha provocato la stessa reazione nella stampa inglese. Il Times rilanciò con grande risalto una notizia uscita su Repubblica, una inchiesta a per traffico di steroidi anabolizzanti a carico di Giacomo Spazzini, l’ex nutrizionista dello sprinter, titolare di una palestra proprio a Desenzano.
Il Corriere della sera scrive stamattina che “in quel caso il veleno si ritorse contro i britannici (un loro staffettista, Chijindu Ujah, fu trovato positivo all’antidoping, la medaglia d’argento verrà revocata e riassegnata)” e Bonarrigo si dice certo che “il legame tra il campione olimpico e un preparatore sotto inchiesta si rivelò del tutto indiretto come senza alcun fondamento sono i sospetti sull’azzurro del ciclismo. Sonny – spiega – ha perso oltre otto chili con l’aiuto della dietologa Laura Martinelli («Con enormi sacrifici» spiega), si fa aiutare dalla mental coach Paola Pagani («Grazie a lei ho scoperto che i limiti nella testa me li ero imposti da solo e sono riuscito a sbloccarmi»), ha cambiato radicalmente posizione in bici, passando da un telaio di taglia M a uno S per diventare più scattante («Adesso mi sento un pezzo unico con la bicicletta»), e modificato l’allenamento, lavorando tantissimo in palestra per sviluppare la forza”.
pareri La mental coach di Sonny Colbrelli
«Con lui è la cosa più facile del mondo ma anche la più entusiasmante. Un aspetto su cui abbiamo insistito molto alla vigilia della Roubaix è stato quello “immaginativo“. Ossia, gli ho chiesto al sabato di realizzare una forma di meditazione, di concentrarsi, chiudere gli occhi e pensare di essere già in gara, di immaginare i passaggi più difficili, il freddo, la volata finale. È stato un lavoro di astrazione e di immedesimazione nel suo ruolo dell’indomani. Ho seguito la Roubaix in tv dal primo all’ultimo metro e gli ho sempre visto uno sguardo concentrato, sereno, cattivo, come se sapesse sempre cosa fare. Lui non è nato campione, come nessuno. Molti sono campioni e non lo sanno finché non scoprono cosa impediva loro di esserlo. La sua esplosione quest’anno non è solo frutto di un lavoro mentale, ma anche fisico e a livello tattico. È migliorata la sua lettura della corsa e di se stesso».
Paola Pagani intervistata da Cosimo Cito, Repubblica