lo sport e il Covid-19
Mascherine e respiratori
La riconversione industriale
A cavallo tra la solidarietà e il business – Tutti producono mascherine. La riconversione industriale verso l’unico prodotto che di sicuro si vende sta coinvolgendo anche aziende e marchi sportivo. Un po’ di sviluppi delle ultime 48 ore.
La Lamborghini ha cambiato vocazione ad alcuni reparti del suo stabilimento di Sant’Agata Bolognese per mettersi al servizio delle esigenze del Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna. Produzione: mille pezzi al giorno più duecento visiere mediche. Stefano Domenicali, che di Lamborghini è il CEO ha detto che «ci sentiamo di dover dare un contributo concreto».
| l’intervista Domenicali spiega ➣ Ho sentito che avete riaperto parzialmente la fabbrica. «Soltanto il reparto selleria, una piccola riconversione per una ventina di operai. Produciamo visiere di protezione, mascherine e insieme a un’azienda biomedicale della zona anche componenti per i respiratori, delle valvole. Duemila pezzi al giorno, li destiniamo in massima parte all’ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. Non si tratta di beneficenza, ma di solidarietà, un contributo tanto spontaneo quanto doveroso. Alla Lamborghini siamo 1.800, mille gli operai, prima di questa terribile battuta d’arresto ci stavamo godendo il successo, negli ultimi anni siamo cresciuti esponenzialmente posizionandoci in modo diverso rispetto al passato. Abbiamo capito che non dovevamo copiare gli altri ma valorizzare le nostre conoscenze e il nostro brand. Urus ha fatto da detonatore». | Intervista di Ivan Zazzaroni, Corriere dello sport-Stadio
La Sportiva, leader a Ziano di Fiemme, Trentino, nella produzione di calzature e abbigliamento per montagna, ha destinato i macchinari dello stabilimento pensati per il taglio e la cucitura di pelle e gomma alla produzione di mascherine e camici per la Protezione Civile di Trento. Ci lavorano 8 tra operai e tecnici dei 369 dipendenti messi in cassa integrazione.
Paolo Broggi per Tuttobici Tech ha invece intervistato Paola Santini, direttrice del maglificio bergamasco che produce abbigliamento da ciclismo (vestono la squadra di Nibali), in grado di garantire tra le 15mila e le 50mila mascherine al giorno. «L’idea è stata collettiva: mia sorella, io, i nostri collaboratori, i nostri dipendenti ci siamo chiesti cosa potessimo fare per aiutare la nostra gente, il nostro territorio ed è nata l’idea di realizzare delle mascherine. … Abbiamo dovuto tarare le tagliatrici sul nuovo tipo di necessità ma direi che il punto più difficile è stato convincere le nostre operaie cucitrici a cambiare approccio: non più la cucitura bella e perfetta che richiede l’abbigliamento tecnico ciclistico (pensate che una maglia passa attraverso 9 diverse macchine cucitrici, tutte manovrate da una addetta diversa, ndr) ma una cucitura efficace ed il più possibile veloce per le mascherine».
Rebus – La questione però è più complessa di come appare. Giuliano Foschini, Marco Mensurati e Fabio Tonacci scrivono stamattina su la Repubblica che molto probabilmente “l’Italia raggiungerà l’autosufficienza in fatto di mascherine quando la pandemia ce la saremo lasciata alle spalle. Eppure a sentire il commissario Arcuri, il sogno di una produzione autarchica procede a vele spiegate”.
Non solo. Come sono queste mascherine autarchiche? “Il Sistema Moda – scrivono – sta producendo mascherine che non servono a proteggere i medici e gli operatori in corsia. Munizioni. Ma a salve. … Si è generata una gran confusione: per mettere questo tipo di prodotto sul mercato non serve alcuna validazione da parte dell’Inail e dell’Istituto Superiore di Sanità che sono gli enti individuati dal decreto Cura Italia – basta un’autocertificazione in cui si dica che «non arrecano danno alla salute». Eppure gli uffici vuoti dell’Inail (il 90 per cento dei dipendenti lavora in smart-working) sono subissati di domande di artigiani che propongono le simil-chirurgiche e chiedono un timbro inesistente. Arrivano in media 150 Pec al giorno (domenica scorsa erano 1.100) con mittenti i più vari: chi ha progetti seri, e chi pensa di proteggere la gente dal Covid con stoffe di reggiseno o collant”.
I costruttori di F1 – The Independent ritorna sul Progetto Pitlane a cui hanno lavorato le case britanniche della Formula 1. Hanno sviluppato un respiratore insieme all’Università di Southampton ed è già in fase di sperimentazione all’interno degli ospedali a pochi giorni dalla sua realizzazione. “L’Università di Southampton – scrive Jack de Menezes – ha iniziato a testare un prototipo che, in caso di successo, sarà fornito al personale dei reparti di tutto il paese, in grado di collegarsi alle attrezzature standard di base nel Paese. Il sistema presenta un cappuccio in tessuto che copre la testa di chi lo indossa ed è integrato con una visiera in plastica per proteggere il viso. Una piccola unità portatile fornisce aria pulita attraverso un filtro HEPA (aria particellare ad alta efficienza), ed è alimentata da una batteria montata su una cintura”.
Gli arbitri medici – Il sito della Federazione internazionale basket celebra Silvia Marziali e Guido Giovannetti, due arbitri italiani che con l’attività sospesa si stanno dedicando a tempo pieno alla loro attività professionale di medici.
Giovannetti lavora all’ospedale di Bari. Marziali, cardiologa, è impegnata tra Fermo e Civitavecchia. È stata la prima donna italiana a diventare arbitro internazionale, a 29 anni, nel 2017, due giorni dopo la laurea in Medicina. «Certamente ci sarà sempre un po’ di paura, ma vale lo stesso per quando sto arbitrando: bisogna stare calmi e sereni perché devi affrontare la paura, non hai altra scelta». Entrambi gli arbitri sono figli di medici.
In memoria
Deltaplano e biliardo – Una del virus è Stefano Bricoli, 74 anni, correva in motocross e poi si lanciava con il deltaplano: tre volte campione d’Italia. Smise quando smise il suo gemello, come racconta Maurizio Crosetti stamattina su la Repubblica e poi “preferì chiudersi in sé stesso e cercare una strada silenziosa. Invece del cielo, il panno del biliardo. Fu il suo modo di essere solo. Quando una biglia corre sul tavolo sembra volare nel vento. Le ali, quelle sono dove le vuoi”.
Gli atleti dei Giochi – La prima vittima del virus tra i partecipanti ai Giochi è Daniel Yuste, ciclista spagnolo che si piazzò tredicesimo nell’inseguimento ai Giochi di Città del Messico nel 1968. Lutto nelle Barbados per la morte di Pearson Jordan, che a Montreal nel 1976 corse i 100 e la staffetta 4×100.
Basket – All’ospedale San Salvatore di Pesaro è morto il pivot Santo Rossi, 80 anni, aveva giocato con Virtus Bologna, Goriziana, Forlì e infine a Pesaro dal 1969 al 1974. In Nazionale ha 17 presenze e 11 punti fra il 1963 e il 1966. Aveva poi allenato il Giaguaro, la squadra pesarese di basket in carrozzina. Luciano Murgia su Pu 24 lo ha ricordato così: “Santo era di una bontà unica, con il suo parlare lento, cadenzato, da vero furlan, come la sua andatura, con la voce tenebrosa che poteva incutere timore in chi non lo conosceva”.
L’Équipe dedica la sua prima pagina a Pape Diouf, morto a 68 anni a Dakar: giornalista, agente, presidente del Marsiglia dal 2004 al 2009. Per il quotidiano francese si tratta dell’uscita di scena di un leone. “Fu il primo presidente nero di un club d’élite nel nostro paese. Era orgoglioso – scrive Hervé Pinot – di aver indicato una strada e di essere stato un pioniere. Di rara intelligenza, di immensa cultura, voleva essere una sorta di modello di integrazione, uno che aveva resistito a tutte le difficoltà, che aveva affrontato le avversità, in un ambiente in cui lo standard non era certo orientato verso l’apertura. Diouf ebbe il coraggio di affermare le sue verità, osò mostrare le sue convinzioni di sinistra in un ambiente piuttosto restio a questo tipo di posizioni. Il suo ego non gli permetteva di abbassare mai la testa, guardava tutti negli occhi. Ora ritornano in mente le immagini di Diouf, il suo stile, il suo amore per le giostre verbali. Quel che di lui abbiamo percepito di meno, era questo desiderio di imparare sempre, di ascoltare prima di prendere decisioni. A volte sembrava più sicuro di quanto in realtà non fosse”.
Il diario di Dzeko – Cerco di guardare al lato positivo di questa emergenza: costretti in casa, abbiamo trasformato il campo e rivisto le regole, abbiamo tanto tempo da dedicare ai nostri figli, lo riempiamo con i giochi. Online ne ho acquistati diversi, alcuni ultra-tecnologici. Altri, come i puzzle, mi riportano indietro nel tempo. Temevo che l’impossibilità di uscire rendesse i miei bambini più nervosi e invece sono proprio loro che stanno rendendo tutto più semplice. Insomma, hanno scoperto che con mamma e papà dentro casa si sta benone. … La Roma ritengo si sia davvero distinta: non solo per la capacità di raccogliere fondi, ma per la disponibilità a rimboccarsi le maniche ed essere operativa a fianco delle istituzioni.
L’ultima che hanno fatto è davvero forte: bussare alle porte dei nostri abbonati più anziani per consegnare loro delle mascherine e beni di prima necessità. Questo significa essere una famiglia. Ed è anche per questo che sei mesi fa ho scelto di non lasciarla. | Edin Dzeko, la Repubblica
Il giornalista spagnolo guarito – Kike Mateu, 44 anni, il giornalista spagnolo contagiato dopo Atalanta-Valencia ha raccontato a Davide Palliggiano su Corriere dello sport-Stadio la sua esperienza. «Quando il medico è entrato nella mia stanza d’ospedale e mi ha detto “ho buone notizie per te” ho subito pensato a quel gol che ci ha regalato il nostro primo Mondiale. Ho provato una emozione grande quanto quella vissuta nel 2010. Da 22 anni, in radio, racconto ogni partita del Valencia. Quell’attimo, come la Coppa del Re dell’anno scorso vinta in finale contro il Barça, sono due dei momenti più emozionanti che ho vissuto nell’ultimo decennio da tifoso e giornalista. La gioia è stata praticamente la stessa».
➣ Torniamo indietro, a quella sciagurata trasferta di Milano. «Ho fatto la vita di qualsiasi giornalista al seguito di una partita di Champions League all’estero. Eravamo in 50-60 da Valencia, poteva succedere a me come a chiunque altro, colleghi e no. Durante la partita eravamo in mixed zone, ma nella zona riservata ai giornalisti spagnoli, ma non c’era un grande assembramento di persone. Credo però che il contagio sia avvenuto nella metropolitana di Milano. Avevo lasciato l’auto a San Siro per andare a Piazza Duomo per fare alcune dirette per tv e radio. Lì c’erano tutti i tifosi del Valencia che si radunavano prima della partita. Poi sono tornato a San Siro in metro. Direi che è successo lì, ne sono sicuro. È stato l’unico momento in cui sono stato circondato da tantissime persone e ormai sappiamo tutti in che modo viaggi il virus. Qui sono stato il paziente zero, il primo caso in città».