Il significato politico della vittoria del Galles al Sei Nazioni

 

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Il significato politico della vittoria del Galles

 

  Il trofeo gliel’hanno consegnato in ritiro. Al Vale Resort, il centro federale. Come ogni tanto abbiamo visto con gli scudetti nel calcio, il Galles ha vinto il Cinque Nazioni + l’Italia davanti alla tv, mentre la Scozia faceva il lavoro per conto suo battendo la Francia a Parigi dopo 22 anni. Cerimonia dal profilo basso, i giocatori non c’erano nemmeno tutti: alcuni avevano già raggiunto i loro club, a distanza di una settimana dall’ultima partita nel torneo. Un altoparlante ha chiamato i nomi, il capitano Alun Wyn Jones ha alzato il piatto, hanno fatto la foto, arrivederci-arrivederci. 

Su questa 40esima vittoria che riporta il Galles davanti a tutti nell’albo d’oro, una più degli inglesi, ha ragionato Peter Freeman sul Manifesto, scrivendo che “se è vero che la storia del rugby è innanzitutto, per motivi di genesi, una storia inglese fatta di college, giovani rampolli della classe agiata e ambienti esclusivi, è altrettanto vero che senza i gallesi (e gli scozzesi, e gli irlandesi…) questo sport perderebbe una quota importante del suo fascino”. 

Freeman ricorda che in Galles il gioco si è diffuso sin dall’inizio nelle scuole private “ma piacque molto anche ad operai e minatori e divenne in poco tempo il loro sport preferito. Inoltre, non parve vero ai gallesi di avere l’occasione di sfidare gli inglesi, inventori del gioco, in uno sport tanto fisico e talora brutale, nel quale i colpi proibiti erano praticati senza troppi patemi d’animo”.

Un campo da rugby era insomma il teatro perfetto per parafrasare von Clausewitz e far diventare una partita la prosecuzione della politica con altri mezzi. “Si regolavano un po’ di conti – scrive Freeman – con una storia di sopraffazioni andata avanti per secoli e che sarebbe stata così riassunta da Phil Bennett, leggendario mediano di apertura, in una celebre arringa ai compagni di squadra nei minuti che precedevano un match tra Galles e Inghilterra: «Guardate quello che quei bastardi hanno fatto al nostro paese. Hanno preso il nostro carbone, il nostro acciaio, la nostra acqua. Comprano le nostre case per passarci due settimane l’anno. E cosa ci hanno dato in cambio? Assolutamente nulla. Siamo stati sfruttati, umiliati, controllati e puniti dagli inglesi. Ed è contro di loro che giocherete questo pomeriggio. Gli inglesi».

Quando si dice la franchezza dei gallesi, terra di poeti (La palla che lanciai giocando nel parco non è ancora scesa al suolo, Dylan Thomas) e di gente dall’accento con la zeppola. 

“Nell’universo ovale – spiega il Manifesto – esistono soltanto due nazioni che hanno fatto del rugby un simbolo della propria identità senza distinzioni di classe. Una è la Nuova Zelanda, l’altro è il Galles. Non il Sudafrica, dove per più di un secolo il rugby è stato simbolo e prerogativa della minoranza bianca e razzista. Nelle altre home union la palla ovale divide la popolarità con altri sport, per i gallesi è una religione civile e anche oggi, con buona parte delle miniere di carbone chiuse per sempre, i match della nazionale e la sfida annuale con il XV della Rosa si gonfiano di significati politici e risuonano gli echi di una mai sopita ribellione”.

Per tutto questo – e grazie alla Scozia: “Galles campione, Inghilterra penultima. Sipario”.

 

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