Cosa ce ne facciamo di tutta la plastilina del salto in lungo

Quando il Lipsia con la griffe della Red Bull si presentò sette-otto anni fa allo stadio di Darmstadt, quelli sul Reno gli fecero trovare al posto del tabellone elettronico un segnapunti manuale. Come nel Subbuteo. I tipi moderni fateli voi, gli stavano dicendo. 

È un posto di conservatori, lo sport. Si fa sempre una fatica enorme a strappare col passato e progredire, a portare dentro il recinto un pezzetto di tutto il mondo che gira attorno. È il più paradossale dei risvolti per un mondo che al contrario sa come restare agganciato all’economia che cambia, ai flussi finanziari dei fondi, ai nuovi ricchi. Eppure all’arrivo di una corsa di Formula 1 c’è sempre un omino che sventola un vecchio pezzo di stoffa a scacchi e dai box della MotoGP si affacciano con dei cartelli grossi così per dire che il vantaggio è salito oppure è sceso.  Sui ring della boxe ne girano con il numero del prossimo round, le ginnaste si spalmano le mani con lo stesso carbonato di magnesio che usava Olga Korbut, il nuoto ha le bandierine sospese a quasi due metri dal pelo dell’acqua e la pallanuoto i birilli al limite dell’area di rigore. Piccoli oggetti di un mondo antico. 

 

  Va così, così deve andare. Chi si fa venire un’idea, passa per eretico. World Athletics, per esempio. Uno degli oggetti più antichi dello sport è la plastilina posta alla fine dell’asse di battuta nel salto in lungo. Sopravvive alla fine della pedana per la rincorsa. Ma adesso la pedana della rincorsa corre il rischio di finire nella stanza dei ricordi. 

Quando eravamo bambini, le novità venivano accolte con un discreto carico di stupore. Bello, adesso fanno che. È quando non siamo più bambini che la bellezza ci pare concentrata nel passato. Plastilina compresa. World Athletics ha commesso l’errore di annunciare l’esperimento di un nuovo formato per il salto in lungo. Succede dopo aver registrato una crescita considerevole del numero di nulli. Agli ultimi Mondiali il 33 percento. 

Jon Ridgeon, amministratore delegato di World Athletics, ha anticipato le intenzioni della federazione internazionale al podcast Anything but Footy: tutti i salti nel futuro saranno validi, a condizione che comincino in una certa zona. La distanza sarà misurata digitalmente, dal punto del decollo all’atterraggio. Con la plastilina ci farete i lavoretti a scuola, sempre che a scuola ancora si adoperi ancora il DAS.

 

È una riforma annunciata per il 2026. World Athletics vorrebbe ragionevolmente prendersi due anni di test prima di decidere. Se funziona: bene, se non funziona: amen. Né più né meno di quanto successo con l’altro tentativo fatto qualche anno fa, il sesto salto che azzerava i cinque precedenti. Hanno provato, non è piaciuto, non si fa più. 

 

 

L’idea è che se devi vendere uno spettacolo, non gli puoi vendere una scatola vuota. Quelli che obiettano, pensano che dello show faccia invece parte pure un salto nullo. Di certo un salto nullo fa parte della gara e di quei necessari accessori alle imprese dello sport che chiamiamo errori

Ridgeon è consapevole del fatto che «non è possibile apportare modifiche a uno sport inventato 150 anni fa senza provocare controversie. Se hai dedicato la tua vita all’atletica e a perfezionare la tua tecnica per saltare con una tavola di battuta, quando questa viene improvvisamente sostituita da una zona di stacco, capisco che possa esserci una resistenza iniziale». 

Diventerebbe più rapida anche la misurazione. Così non è difficile intravedere nella proposta un altro passaggio di quella faccenda che qui su Slalom da tempo chiamiamo Sportify: l’adeguamento di format e norme dello sport ai gusti del tempo, ai futuri titolari delle carte di credito, a un nuovo pubblico da andare a pescare in altri stagni. La Netflixizzazione dello sport. 

Carl Lewis, quattro volte campione olimpico e due volte campione del mondo nella specialità fra il 1983 e il 1996, si è irrigidito. Ha scritto su X che certi scherzi non si fanno con tanto anticipo sul primo di aprile. «Il salto in lungo è la prova più difficile nell’atletica, questa riforma eliminerebbe l’elemento tecnico più delicato. Forse ingrandiamo il canestro perché molti giocatori sbagliano i tiri liberi?». 

È di parere opposto Malaika Mihambo, la tedesca oro olimpico e due volte campionessa del mondo. «In un certo senso sarebbe più giusto, perché porrebbe l’accento sulla performance assoluta. Penso che sia una questione di gusti».  Altri pensano che dica così perché è lei la regina dei salti nulli. 

 

  La proposta del Guardian

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L’atteggiamento verso le novità è decisamente più laico quando la novità la pensiamo noi. Bello, adesso facciamo che. Sean Ingle sul Guardian per esempio boccia l’idea di World Athletics. È convinto che il nuovo progetto della zona di decollo non risolverà il problema. Ne ha pensata invece un’altra lui. La plastilina rimane. Ecco. In fondo c’era pure quel giorno in cui Bob Beamon batté il record del mondo di 55 centimetri, Sports Illustrated scrisse che era decollato nel 1968 ed era atterrato da qualche parte nel secolo successivo. 

Al Guardian è chiaro che World Athletics insegue i gusti del pubblico, prova a intercettarli, certamente insegue i gusti delle tv che ci mettono i soldi. Ammette che bisogna fare qualcosa per le discipline meno cool e allora propone un salto in lungo a eliminazione diretta. Le misure delle eliminatorie stabiliscono il tabellone, e dopo si va avanti uno contro uno. 

Perché dovrebbe funzionare? Innanzitutto – dice Ingle – ogni testa a testa durerebbe solo cinque minuti. E potrebbe essere mostrato quando nello stadio non c’è un’altra gara. Sarebbe già una svolta. Gli eventi in pesana sono in difficoltà perché la TV interrompe costantemente l’azione, rendendo difficile qualsiasi narrazione. Questo problema verrebbe eliminato.

In secondo luogo, quasi ogni salto avrebbe importanza. Volete il drama? Questa formula ve ne dà a bizzeffe. Se sbagli il tuo primo salto nei quarti di finale olimpici, quattro anni di allenamento vanno in fumo. Il salto in lungo in sé non cambierebbe. Si tratterebbe sempre di velocità, atletismo e precisione. Il vincitore non effettuerebbe più di sei salti, l’evento finirebbe in un’ora

Ingle scrive che è questo il segreto del successo delle freccette. L’eliminazione diretta consentirebbe anche di costruire dei personaggi. 

In effetti, utilizzerei questo formato per la maggior parte degli eventi in pedana.

Ma la proposta contiene lo stesso identico elemento che qualche anno fa era stato considerato un limite, un’eresia, uno scandalo, ai tempi del format con il sesto salto rischiatutto. Con la Regola Ingle puoi avere nei quarti di finale la migliore misura del giorno e non vincere lo stesso la medaglia d’oro. La vera domanda è una: cosa desideriamo per lo sport del futuro?

Sono dilemmi da Sportify

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