Un’idea per il Giro che viene da lontano: una tappa a Olimpia nel 2026

 GLI ANNI CON IL QUATTRO

 

 

L’idea era venuta a Vincenzo Torriani, patron del Giro d’Italia da una quindicina d’anni. Chissà per quanto tempo l’aveva tenuta segreta, protetta, chiusa dentro un cassetto. La Gazzetta la tirò fuori quando non si poteva più indugiare, mancavano quattro mesi al via della corsa e si stava componendo quella che venne definita la grande bozza del percorso, non erano tempi in cui si presentasse il tracciato con tanto anticipo.

Non solo mancavano quattro mesi alla partenza della 47esima edizione del Giro, ne mancavano pure nove ai Giochi di Tokyo, la 18esima Olimpiade. Parve allora il momento giusto per dirlo, per raccontare l’idea ambiziosa e rivoluzionaria dalla prima pagina del giornale, nella prima settimana del gennaio 1964. Portare la maglia rosa in Grecia nell’anno delle Olimpiadi, portarla anzi proprio a Olimpia, dove undici sacerdotesse accendono il fuoco sacro dello sport con i raggi del sole, mettendo una torcia in uno specchio concavo.

La nostra tradizione vuol dire aggiornamento, così si intitolava l’editoriale affidato a Bruno Raschi per presentare il progetto. Il punto felice cui è giunta la trattativa di Torriani – scrisse Raschi – sembra consentirci quel fondamentale ottimismo che promuove l’annuncio. Come direbbero forse oggi i calciomercatisti: mancano solo le firme.

Nell’anno olimpico – spiegava Raschi – il Giro d’Italia darà alla propria odissea un indirizzo ideale, suscitandolo da una eredità che gli è propria dal giorno in cui, tre anni fa, intraprese l’itinerario sull’orma storica del nostro Risorgimento e diede luogo al meraviglioso Giro del Centenario.

Il percorso salvato in bozze prevedeva la partenza da Roma, una serie di tappe fino a Brindisi, un traghetto da prendere verso la Grecia. Da una spiaggia ellenica, riposato del viaggio e ricomposte le file, compirà il più patetico pellegrinaggio mai compiuto da una corsa di biciclette: fare traguardo sul Colle di Olimpia. Un’idea geniale, una pittoresca impresala chiamava Raschi, anticipando il percorso a ritroso attraverso l’Adriatico per proseguire verso nord, verso Milano. 

Un lancio con una richiesta d’aiuto. La realizzazione di un simile progetto è consegnata alla collaborazione di uomini di Governo, di Enti e di imprese private attualmente a colloquio con la nostra Organizzazione e che già hanno dimostrato, più ancora che una sensibilità, una affezione sincera all’idea. Eppure i discorsi dovevano essere avanzati, se la Gazzetta aprì il giornale del 4 gennaio con la notizia, parlando di qualcosa di più di un semplice atto di coraggio. Raschi scrisse che il ciclismo è sport che usa nutrirsi di tradizione, ma che della tradizione non può più fare un abuso, per questo il Giro d’Italia è manifestazione che vuol essere di avanguardia nella ricerca assidua, annuale, di novità coraggiose, di ispirazioni geniali, tali da poter attrarre alla sua sfera, e dunque a quella del ciclismo, un pubblico vasto e sensibile. Il tradizionalismo del Giro, insomma, si spiega e si avvalora con l’aggiornamento

 

 

L’idea fece rumore. Troppo, secondo il CIO. Col giornale in edicola, poco dopo mezzogiorno, un telegramma partì con la firma di Otto Mayer, il braccio destro del presidente Avery Brundage, e si posò sulla scrivania ateniese di Jean Ketseas, membro greco del comitato olimpico internazionale. In sostanza diceva: che cosa vi sta saltando in mente. 

«Apprendiamo con stupore progetto apparso stamane su Gazzetta dello Sport – Milano suggerente partenza da Olimpia Giro ciclistico professionistico d’Italia 1964 stop Vi chiediamo insistentemente interdire categoricamente tale sacrilegio del luoghi santi di Olimpia». Esattamente così: sacrilegio.  

Quando ne furono informati, in Gazzetta sobbalzarono. Cercarono al telefono Mayer e si sentirono confermare dalla sua voce che aveva ricevuto parecchie comunicazioni telefoniche da parte di membri del C.I.O. e di altre personalità sportive internazionali che protestano vivacemente contro una simile intenzione. Così riferiva il giornale in prima pagina, appena 24 ore dopo aver lanciato la proposta. «Avremmo compreso che da Olimpia fosse data la partenza ad una manifestazione sportiva internazionale riservata ai dilettanti – sono le parole attribuite a Mayer – ma ciò non certamente in una annata olimpica. Non capisco assolutamente l’idea degli organizzatori del Giro d’Italia».

 

La Gazzetta difese la propria idea. Sacrilegio, poi. In una colonna non firmata del 5 gennaio, il giornale disse che non poteva che stupirsi del grave stupore. Abbiamo coscienza di ritenere che la presa di posizione del Cancelliere del C.I.O., signor Otto Mayer, sia ben lungi dall’interpretare lo spirito e gli intendimenti della nostra iniziativa, iniziativa che, gravandoci di responsabilità e di oneri fuor di ogni comune misura, era e rimane concepita con lo esclusivo proposito di suscitare, attraverso il Giro d’Italia, la più popolare manifestazione sportiva nazionale, l’attenzione sensibile del nostro mondo, disincantato (non certo per nostra colpa) dell’ideale olimpico. La Gazzetta aggiunse che non aveva certo l’intenzione di sostituire la fiaccola con il Giro, mai però esso ha pensato o potrebbe pensare di recar loro un oltraggio. Parlare di sacrilegio di luoghi santi significa pertanto, non solamente tradire una realtà, ma offendere la parte di quel mondo che rimane civile anche se osa interpretare lo sport in funzione professionistica.

 

Il Corriere Lombardo aveva parlato di novità sensazionale, di bersaglio grosso della curiosità popolare nel tentativo, apprezzabile, di disarmare gli spiriti maligni. C’è solo da sperare

– proseguiva il giornale con un sorprendente intuito – che al progetto suggestivo non si tenda il tranello del dispetto. Il Corriere d’informazione scrisse che ogni anno Vincenzo Torriani studia qualcosa di nuovo, di pittoresco, di sensazionale, per la sua corsa; nelle ultime stagioni c’è stato il “Giro del Gavia”, quello del Centenario; l’anno scorso la carovana doveva addirittura giungere in piazza San Marco, a Venezia, ma poi tutto andò a monte all’ultimo momento per motivi extra sportivi. Tuttosport da Torino aveva scritto: Rendiamo omaggio alla grandissima idea. L’unico difetto di questa idea è che difficilmente il prossimo anno si troverà qualcosa non diciamo di più interessante, ma che non sfiguri al confronto: così che si può sin d’ora prevedere che il Giro 1965 sarà meno bello del Giro 1964. Grande idea, così bella che le riserve di ordine tecnico vanno a farsi benedire. Apprezzamento anche dal Corriere dello Sport-Stadio: Sappiamo che nella mente di Torriani mulinano da tempo idee veramente rivoluzionarie. Concordiamo con chi ravvisa in questi programmi la necessità di togliere il Giro dalle vecchie formule (belle ai tempi loro), per lanciarlo verso nuovi itinerari e nuovi spiriti, uno dei quali, appunto, consiste in questi sconfinamenti arditi, degni d’essere invidiati anche da Goddet, il cui Tour, come il Giro, ha urgente bisogno d’essere sveltito e ringiovanito

 

 

Ora, sessant’anni dopo, non possono più esistere le riserve d’allora contro l’interpretazione dello sport in funzione professionistica. I Giochi hanno ufficialmente aperto ai non-dilettanti dal 1992. Quattro anni più tardi, la Gazzetta colse subito l’occasione per omaggiare con il Giro d’Italia lo spirito olimpico, facendo partire la corsa del 1996 da Atene, in occasione del centenario dei Giochi. Il CIO stava invece andando a celebrare l’anniversario nella città della Coca-Cola, Atlanta. Silvio Martinello prese la maglia rosa, la difese a Lepanto e dovette cederla a Stefano Zanini sul traguardo di Giannina. Ma Olimpia era a quasi otto maratone di distanza, lontana oltre trecento km. 

Sarebbe romantico se questa idea che viene dal passato, questa idea di Vincenzo Torriani, si potesse realizzare nell’anno olimpico di Milano, se il Giro potesse finalmente portare la maglia rosa a Olimpia nel 2026. Sessant’anni dopo non si commette più alcun sacrilegio nel calpestare con scarpe sponsorizzate il suo sacro suolo, né il ciclismo in quei luoghi può più dirsi un oltraggio. Lassù è arrivato in questi anni diverse volte il Giro di Grecia. Non solo. Un anno fa è nata una ciclopedalata per amatori che con le biciclette si tiene proprio là. Avrà una seconda edizione il 6 aprile del 2024: le iscrizioni sono aperte. Si chiama – colpo di scena – L’etape greece du Tour de France e viene organizzata da ASO, la concorrenza, la società della maglia gialla. Va bene che in quel 1964 il Corriere dello Sport-Stadio aveva suggerito anche al Tour di farsi venire un’idea per ringiovanire, ma a farsi soffiare proprio la stessa verrebbe da mordersi il cappello come Rockerduck. I maliziosi sospettano che questa di ASO sia una progressiva manovra di avvicinamento, così da portarci un giorno la loro corsa, come adesso fa il Giro di Grecia. Una tappa del Tour disegnata da Torriani, questo sì, sarebbe un oltraggio. Milano deve sbrigarsi. Ha sofferto lo sconfinamento del Tour per la partenza in Italia nell’anno olimpico di Parigi. Può giocarsi con il CIO e con la Grecia la carta della suggestione olimpica del 2026. Metta in campo la sua celebre cultura del fare e si lanci in questa volata. Se i francesi si incazzano, la canzone ce l’abbiamo già.

 

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