
L’ossessione di Mário Jorge Lobo Zagallo per il numero 13 era nata accanto ad Alcina de Castro Zagallo, la sua fidanzata devota di Sant’Antonio – la cui venerazione cade il 13 di giugno. Così cominciò a cercare solo parole di tredici lettere, si sposarono il 13 gennaio, cambiò il numero di maglia lasciando l’11. Andarono a vivere al 13esimo piano di un palazzo di Rio, la macchina aveva la targa 1313. Ai Mondiali del 1994, quando il cittì del Brasile era Carlos Alberto Parreira e Zagallo era tornato come braccio destro, deliziava giornalisti e dintorni con risposte di 13 parole. La qualificazione era stata difficile, la Seleçao aveva perso dall’Uruguay [Brasil + Uruguay = tredici lettere] ma era certo di vincere in America, perché il suo primo Mondiale era arrivato nel 58 e cinque più otto fa tredici, perché il torneo con la finale a Pasadena si teneva nel 94, e nove più quattro faceva sempre tredici. Era convinto di farcela anche nel 98, così come era convinto di farcela ogni volta perché Brasil campeão – facile – è di tredici lettere. Negli hotel chiedeva una camera al tredicesimo piano, la 1313 se esisteva, se non era occupata. Altrimenti si faceva bastare la 1312. Ancora una volta da assistente di Parreira, in Germania nel 2006 ripropose la sua ossessione. Disse che avrebbero vinto loro perché l’avversaria all’esordio era la Croazia e Brasil + Croacia faceva le famose tredici lettere.
Se n’è andato il 6 – che è quasi la metà – all’età di 92 anni e forse s’aspettava di viverne almeno altri due. Mário era “il vecchio Lupo” della Seleçao, il Professore, due volte campione del mondo da giocatore [Svezia 1958 e Cile 1962], un’altra da cittì [Messico 1970], l’ultima da coordinatore tecnico [Stati Uniti 1994]. Nessun altro nella storia del calcio è arrivato a tanto.
Era nato il 9 agosto del 1931 nello stato di Alagoas, ha giocato da attaccante con le maglie di Flamengo e Botafogo. Nel necrologio della famiglia si legge che è stato “un padre devoto, un nonno amorevole, un suocero affettuoso, un amico fedele, un professionista vittorioso e un grande uomo”.
Un idolo gigantesco nel paese che un anno fa ha perso Pelé. Lo ebbe come compagno da ragazzino e lo chiamò di nuovo in nazionale quando era al tramonto, quando nel 70 il cittì Saldanha voleva farlo fuori dai Mondiali e invece la federazione fece fuori lui, sotto la pressione della giunta militare. “Un patriota che ci lascia un’eredità di grandi conquiste”, dice ancora il necrologio. ”Un esempio di brasiliano che non si è mai arreso” dice il presidente Lula.
Il nome di Zagallo contiene più di cinquant’anni di storia del calcio brasiliano. Dalla Francia, dove perse la finale del 98, Le Figaro lo definisce lo scultore del jogo bonito «Gli devo molto. Forse il 50 percento di quello che ho fatto è opera sua» ha detto una volta Pelé. «Ho avuto tanti bravi allenatori ma Zagallo è stato il migliore» ha riassunto Ronaldo sul sito della FIFA. Era stato ricoverato a metà agosto per un’infezione alle vie urinarie.
Nel 1950 aveva partecipato come militare al servizio di sicurezza per la finale dei Mondiali nel nuovissimo Maracanã, costruito nel suo quartiere di Tijuca. Aveva assistito pietrificato e sconvolto alla sconfitta in finale contro l’Uruguay, in mezzo a 173mila spettatori. Formichina, così lo chiamavano, avrebbe fatto parte della squadra che avrebbe riscattato quel trauma. Segnò due gol nella prima partita contro il Paraguay nel 58, così in Brasile amano dire che fu lui ad aprire le porte alla Coppa del Mondo. Fece un gol in finale contro la Svezia. “È stato il periscopio del Brasile” dice Le Figaro, senza vantarsi, efficace, essenziale, al servizio del gioco e degli altri, da ala sinistra all’ombra di Pelé e Garrincha, di Vavà e Didì, da commissario tecnico pronto a valorizzare Jairzinho e Tostao, Gerson e Rivelino, i quattro numeri 10 che mise tutti assieme in campo intorno a Pelé. Era il primo Mondiale trasmesso a colori in Europa [non in Italia] e i colori che rimasero negli occhi furono l’oro e il verde. Bebeto in queste ore sta dicendo che è stato Zagallo a fargli amare il giallo.
Il quotidiano brasiliano A Tarde titola che Zagallo lascia “una traccia per sempre”. Mário diceva che il Brasile del 58 e quello del 70 avevano una cosa in comune, la capacità di incantare e di stupire“. Ha esportato la sua esperienza in Kuwait e in Arabia Saudita. “Un rivoluzionario gentile” per Walter Casagrande, ex attaccante di Torino e Ascoli, oggi apprezzato polemista su Uol. “Perdonami Zagallo – ha scritto – ma questa non la mando giù”.
La rivista Veja ricorda che Zagallo è stato anche uno dei primi grandi comunicatori del calcio, un frasista lo chiama e ricorda alcune delle sue uscite più memorabili.
«Il calcio olandese? I Paesi Bassi sono molto bravi con la farina di mais, come l’America negli anni ’50» disse durante i Mondiali in Germania nel 1974 ma dovette pentirsene. Aveva sminuito quella che chiamò «la giostra olandese» e il Brasile ne uscì stritolato. «La gente mi definisce un idiota, un ritardato e uno stupido, io ascolto e vinco». Nel 1998 prese posizione contro la decisione della federazione di vietare alle mogli dei giocatori la presenza in ritiro. «Io sono favorevole al sesso prima, dopo e anche durante la partita». Poco prima di compiere 80 anni, in un’intervista alla stampa spagnola, rivelò che aveva ancora una vivace vita sessuale grazie alle pillole blu.
Quando la federazione lo richiamò ancora come coordinatore tecnico nel 2003, disse: «Non trovano Saddam Hussein, non trovano Bin Laden, ma Zagallo lo trovano sempre». In transito all’aeroporto di Los Angeles, diretto in Messico per una partita, lo fermarono perché aveva un visto dell’Arabia Saudita sul passaporto. Ha portato la fiamma olimpica di Rio quando ormai era molto indebolito nel fisico. È stato un uomo del mondo a cui tutto il mondo adesso rende omaggio. “Un padre del calcio moderno” dice Tagesspiegel dalla Germania, il profeta del 4-2-4 e di un originale utopistico 4-1-2-3. “Il padre del bel calcio” secondo Der Spiegel. Ma Gianni Brera a suo tempo dissentiva, anzi lo aveva definito “il primo a battere in breccia il WM inglese” accusandolo di praticare il contrario delle sue teorie. Per Brera il Brasile del 58 era un esempio di difensivismo, e lo apprezzava, sia chiaro.
La veglia funebre si terrà domani mattina. L’addio sarà aperto al pubblico, nella sede della federazione e la sepoltura è fissata nel pomeriggio, al cimitero di São João Batista, nel quartiere di Botafogo, a sud di Rio. Il calcio brasiliano resterà in lutto per sette giorni. Il Flamengo lo ha salutato sui social ricordando al mondo che Zagallo eterno farà per sempre tredici lettere.