Il golfista da mezzo miliardo di euro. Il contratto più ricco nella storia dello sport

Jon Rahm diceva che il golf è un’altra cosa. È amore, radici, tradizione. Jon Rahm diceva che i soldi offerti dal fondo saudita per portare campioni nel circuito separatista LIV erano un’esca, un inganno, «soldi che sventolano sotto il naso per ingannarti». Ha cambiato idea o forse si è fatto ingannare pure lui. Ha accettato la corte e si è featto mettere una firma sotto la dote, un assegno da 500 milioni di euro. In Spagna stamattina stanno usando due parole, forse abusate, ma danno un senso. Terremoto e bomba. El Pais dice che questo è il titolo che quasi nessuno avrebbe immaginato. Succede proprio mentre LIV e PGA Tour stavano dialogando. Nel mese di giugno avevano firmato una tregua, con la prospettiva di una fusione. La firma di Rahm per gli scissionisti – il numero tre del mondo, il vincitore della giacca verde del Masters – accresce il potere della LIV nei negoziati. 

«Gioco per farmi un nome. Sono cresciuto guardando i grandi golfisti nei grandi tornei e cerco di far parte di quella eredità. Questo – diceva Rahm quando i sauditi gli parevano i cattivi della storia – ha molto più valore del denaro». Era febbraio 2022. «Non ho mai giocato a golf per soldi, gareggio per amore» ripeteva prima di criticare il nuovo format con cui si tengono i tornei nella LIV. «Tre giri senza taglio non sono golf. Io voglio giocare contro i migliori del mondo in un formato utilizzato per centinaia di anni. Il mio stile di vita cambierebbe se avessi 400 milioni? No, per niente». Così gliene hanno offerti cento di più. «Potrei ritirarmi adesso e avere una vita molto felice. Non mi sorprende che tanti se ne vadano. Centinaia di milioni sono una grande ragione. A me attrae la storia. I nomi di Seve Ballesteros, Jack Nicklaus. Il golf non è solo denaro, si tratta di essere un campione con una storia alle spalle. Ecco perché il mio cuore va al PGA Tour. Per molte persone, tre o quattro anni nella Lega saudita valgono la pensione». All’ultimo assalto dell’INPS non ha resistito. 

Greg Norman, l’amministratore delegato della Lega saudita, lo ha corteggiato per mesi e mesi. Anche Phil Mickelson, una delle star della LIV, grande padrino di Rahm ai suoi esordi negli Stati Uniti, ha avuto un ruolo. L’ultima volta che Rahm aveva parlato del circuito separatista lo aveva fatto per dirsi contrario a punizioni, squalifiche, esili per chi vi facesse parte. Sergio García, per esempio. Era stato escluso dalla Ryder Cup. «Vorrei che si trovasse una maniera di coesistere  diceva – di sedersi e parlare. Non mi sembra giusto che la PGA e l’European Tour voltino le spalle ai giocatori che se ne sono andati. Partono per una nuova opportunità. Una cosa è chiara: la LIV non se ne andrà. Spero che avremo un po’ di pace». Era l’anno scorso.

Nel mese di giugno, all’annuncio della creazione di un unico soggetto per la gestione del golf mondiale, nel giorno di quella che sembrava la fine della vertenza, disse di sentirsi tradito. «Io e moltr altre persone, non è questo il modo di fare le cose consensualmente. Capisco la segretezza di certe operazioni, ma da giocatore coinvolto dico che non è bello svegliarsi un giorno e vedere questa bomba. È un’incertezza che non ci piace». Ma questa incertezza gli consente di firmare per LIV e poter giocare ugualmente Major e Olimpiadi. 

 

L’età della ricchezza

La Lega saudita ha annunciato per la sua terza stagione un calendario che prevede 12 tappe, si comincia il 2 febbraio e si finisce il 18 agosto, tra Mayakoba, Las Vegas, l’Arabia, Hong Kong, un evento negli Stati Uniti con una sede da confermare, e poi Adelaide, Singapore, Houston, Nashville, Valderrama, Rocester, Greenbrier, prima di una finale individuale e un’altra a squadre non ancora in calendario. Jon Rahm si unisce ad altri pesi massimi di questo sport come Phil Mickelson, Dustin Johnson, Bryson DeChambeau. Cameron Smith aveva firmato da numero 2 del mondo e fresco vincitore del British Open. Brooks Koepka è l’unico ad aver vinto un Major, il Championship di maggio, da separatista. Rahm diventa il gioiello della corona dice El Pais. È il momento più trascendentale nella storia del golf secondo Luis Buxeres su la Vanguardia

Rahm è diventato il boccone migliore una volta incassato il rifiuto di Tiger Woods, nel suo caso un No a un’offerta da 800 milioni. Spiega Carlos Arribas su El País che a Woods era stato offerto di più perché non è più un giocatore. È un simbolo. È la stella che ha fatto crescere gli stipendi di tutti. Prima di lui il guadagno medio nel circuito americano per i primi 250 al mondo era di 146mila dollari a testa. Oggi quella media supera il milione e mezzo. Più di 10 volte.  Lo sbarco dei petrodollari del fondo sovrano saudita [PIF] ha innaffiato una terra già fertile e ha portato a una seconda rivoluzione monetaria, più profonda d’allora. I numeri del golf sono diventati irraggiungibili per gli altri sport. Uno Slam nel tennis mette in tasca a chi vince due milioni e 300mila euro, anche se ti chiami Djokovic, Nadal, Serena Williams e sei all’apice di una carriera leggendaria. Eugenio López-Chacarra è il nome di un giovane golfista che aveva lasciato i dilettanti per entrare alla Lega saudita. Ha vinto un torneo di tre giorni a Bangkok e ha guadagnato 4 milioni e 880mila euro. Più del doppio di uno Slam di tennis. Quella stessa domenica Rahm mise in tasca l’assegno per il vincitore dell’Open di Spagna nel circuito europeo: 297mila e 500 euro, sedici volte meno del debuttante Chacarra. Per reggere la concorrenza, il commissioner del PGA Tour Jay Monahan ha moltiplicato il montepremi di alcuni tornei, fino a toccare i 25 milioni a evento, lo stesso livello della Lega saudita. Anche i Masters hanno fatto uno sforzo. Monahan ha fermato l’emorragia, ma allo stesso tempo ha preso atto che per fermare la deriva, alla deriva doveva adeguarsi. Doveva usare gli stessi strumenti del nemico, prima di negoziare alla pari. Il risultato è una montagna di soldi come il golf non ha mai conosciuto nella sua storia. Il numero uno del mondo, l’americano Scottie Scheffler, ha guadagnato quest’anno 21 milioni di dollari, la cifra più alta mai incassata da un giocatore in una sola stagione. Il suo commento: «È troppo per colpire una pallina bianca».

Sono soldi osceni scrive dall’Inghilterra stamattina il Guardian. Nella sua colonna di commento, Ewan Murray dice che nel golf da tempo è presente il problema dei troppi maschi alfa”. Le loro opinioni sono ascoltatissime, ma Jon Rahm non è mai stato il tipo che si tira indietro. Se McIlroy e Woods dicono No, non si lascia impressionare. La sua firma serve a ricordare all’establishment del golf che gli investitori sauditi non hanno alcuna intenzione di andarsene o di essere presi in giro. Il fatto che Woods abbia parlato della gestione unica del suo sport come di una opzione sul tavolo ha fatto sollevare le sopracciglia a Riad”. Il Guardian dice che Rahm – come tutti – ha il diritto di cambiare idea. Aveva perso fiducia nella leadership del PGA Tour a causa del modo segreto in cui è stato trovato l’accordo per la riunificazione. Non è un sentimento isolato – dice il giornale inglese – e sarebbe strano se Jay Monahan rimanesse in carica a lungo. Come diavolo sarà la nuova era non è chiaro. McIlroy, Rahm e Woods – condizione fisica permettendo – si affronteranno nel Masters di aprile. Rahm non è la causa di nulla, il suo cambio è invece sintomatico di una scena caotica nello sport.
Il punto è che qui non si tratta più di fama o di popolarità. Non si tratta neppure di ricchezza. La faccenda è più complessa e riguarda il nuovo ordine sportivo mondiale di cui si parla da parecchio, con lo slittamento dell’asse del potere verso il Medio Oriente. Proprio in questi giorni L’Équipe ha pubblicato in tre puntate un dossier sulla forza dell’Arabia Saudita nel calcio [1: I grandi investimenti per i Mondiali 2034 | 2: Le polemiche per il gigantismo | 3:  I Mondiali 2034: la seduzione]. Al tavolo del principe ereditario Mohamed Bin Salmán si sono seduti Cristiano Ronaldo, il presidente della FIFA Gianni Infantino, perfino il presidente del CIO Thomas Bach.

 

Lui. Jon Rahm

E proprio io non avrei dovuto? Deve aver pensato così Jon Rahm, con la penna tra le dita, un attimo prima di firmare. Il 2023 è stato l’anno migliore della sua carriera, con quattro tornei vinti, tra cui l’Augusta Masters, oltre alla Ryder Cup da leader dell’Europa. Da quando è diventato professionista nel 2016, Rahm ha guadagnato in tutto 51 milioni di dollari. Un decimo di quanto gli pagheranno i sauditi. Ha scritto Carlos Arribas su El Pais: Jon Rahm ha un ego che nemmeno tutta Bilbao riesce a contenere. Così sostengono i suoi critici, gli stessi che lo chiamano traditore o ipocrita, ma è proprio quell’ego, quel desiderio assoluto di distinguersi da tutti gli altri, che ha lo ha reso l’alfiere, la bandiera della follia calcolata dell’Arabia Saudita nel suo piano megalomane di diventare l’impero sportivo mondiale. Rahm ha un carisma che nemmeno Rory McIlroy, l’altro maschio alfa del golf mondiale, può eguagliare. È una rarità nello sport spagnolo. È arrivato a mettere fine all’alone romantico che ha sempre circondato il padre fondatore del nostro golf, Seve Ballesteros, il più grande genio nella storia dello sport spagnolo, un personaggio che ha avuto un peso nell’evoluzione e nella rivoluzione del golf, un essere unico, arrogante e umile, con l’animo di un artista, più incline a lanciarsi in battaglie perse che a salire con calcolo sul carro del vincitore. Il suo erede, José María Olazabal, era felice quando giocava senza pubblicità sul berretto, come se il peso di una pubblicità fosse insopportabile. Rahm è sempre stato un’altra cosa, un leader della Generazione Z, quella che non ha paura di perdere, casomai di non vincere. Ha lasciato casa da ragazzino e senza conoscere l’inglese per andare a diventar grande all’Università di Phoenix. Lì, forse, ha scoperto di essere nato per dominare.

 

fonti El Pais | El País | Abc | Marca

 

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