L’ultimo Bologna fra le prime otto è un ricordo di 21 anni fa. Infilarsi lassù sarebbe un risultato straordinario. Ma stamattina s’è svegliato perfino più in alto, al quinto posto, dove non riesce a chiudere un campionato dal 1971, con Edmondo Fabbri in panchina, intento a togliersi di dosso l’ombra dell’eliminazione mondiale con la Corea del 66, e con sedici gol di Beppe Savoldi. Giacomo Bulgarelli era ancora il capitano. Le maglie erano quelle che vedete dipinte.
Sono nomi che danno l’idea del tempo trascorso e di come il calcio italiano si sia consegnato strada facendo alla rassegnazione di aver perso la propria classe media, sotto il peso delle diverse trasformazioni vissute: la caduta del vincolo, la sentenza Bosman, le Coppe come un bancomat che scava un solco tra chi va in Europa e chi no. Invece la classe media fa la ricchezza di un movimento e il Bologna lassù è un bel segno. C’è arrivato nonostante un calendario difficile in avvio, ora il cammino s’addolcisce, il piazzamento tra un mese potrebbe finanche essere migliore. Casomai: sarà tre volte Natale.
1-0 Emilio Marrese su Repubblica Bologna ha scritto: “Dopo mezz’ora, diciamoci la verità, hanno tutti pensato che questa potesse essere la serata dello stop. E invece è diventata una notte da sogni mostruosamente proibiti”. Secondo Marrese il Bologna ha legittimato la vittoria sulla Lazio “mettendo in campo molta più organizzazione e carattere dei romani, frustrati nei loro sforzi da una difesa che strabilia quanto i risultati di questa squadra che ha in Thiago Motta un demiurgo straordinario”.
Alessandro Barbano sul Corriere dello Sport-Stadio dice: “Metti due maestri di tattica e due squadre diversamente assortite, e la migliore vincerà. La migliore è il Bologna. Più giovane, più rapida, più unita, più flessibile. Il centrocampo di Thiago è un capolavoro di freschezza. In mezzo a Freuler e Aebischer c’è il solito Ferguson, il bomber mascherato che parte da dietro e sfrutta con freddezza l’ennesimo altruismo dell’assistman Zirkzee, il vero gioiello degli emiliani. Un metro e novantatré di altezza, ma un baricentro così basso da rendere quasi caricaturale la corsa. Eppure questo ventiduenne olandese formato nel Bayern e approdato alla corte di Motta dopo un passaggio al Parma e uno all’Anderlecht, ha una lucidità tattica e una morbidezza nel tocco che ne fanno un fuoriclasse”.
Il subbuglio intorno a Juric
Tira una certa arietta da resa dei conti a Torino, dopo l’eliminazione dalla Coppa Italia. Guglielmo Buccheri su la Stampa scrive stamattina che “o c’è la ripartenza o è meglio spegnere la luce: il patron Urbano Cairo metta l’abito più decisionista e, seppur con estrema sofferenza, faccia calare il sipario: il giorno dopo il viaggio in Lombardia il campionato si farà da parte per lasciare la scena alla Nazionale, assist migliore per le grandi svolte”.
Marco Bonetto su Tuttosport analizza però lo scenario con uno sguardo più ampio, considerando le responsabilità di Cairo. Il giornale torinese sottolinea che il presidente ha voluto andare avanti con un allenatore in scadenza, con minore autorevolezza nello spogliatoio. Vagnati ha un rapporto molto complicato con lui e la società è sempre troppo snella. Tuttosport parla di Grande Azzardo senza cuscinetti. Troppe crepe non aggiustate a sufficienza.
Scrive Bonetto: “Cairo è giunto alla 19ª stagione e Juric è il suo 15° allenatore: 8 tecnici A.V. (Avanti Ventura: prima del 2011) e 6 D.V. (Dopo Ventura: dal 2016). Vi evitiamo la preistoria. In epoca moderna (D.V.), sono durati di più Juric (è entrato nel 29° mese, ma il destino è già segnato al più tardi a fine stagione), Mazzarri (25 mesi) e Mihajlovic (18). Vorrà dire qualcosa anche tutto questo? Sono concretamente messi nelle condizioni ideali, gli allenatori di Cairo, per sbagliare di meno e funzionare di più? Per scelta precipua di Cairo sempre ribadita in quasi 20 anni, la società granata appare come una palafitta (termine che usiamo da lustri, difatti) perennemente esposta ai venti e a rischio crollo ogni volta che infuria una bufera (una perdurante crisi di risultati)”.
Ranieri santo subito
Colpo di scena. Avvenire dissente dal papa. Massimiliano Castellani stamattina scrive: “Personalmente, mi perdoni Santità, io scelgo sempre quel genio maledetto de El Diego. Maradona”. È un riferimento alla preferenza per Pelé espressa da Bergoglio nell’intervista al Tg1. E in panchina? In panchina Avvenire sceglie “l’antidivo Claudio. Claudio Ranieri è il Gigi Riva della panchina. Una mosca bianca, vince contro il Frosinone e va ad abbracciare il suo collega Eusebio Di Francesco, quasi scusandosi per quello che è successo, come a dire: stavolta ho solo avuto più fortuna io o forse ho solo sbagliato meno di te. L’umiltà dei grandi, del detentore di tanti primati in campo, ma il riconoscimento che più lo rappresenta è quello che gli hanno conferito lo scorso giugno: il “Premio Gentilezza”. Il cor gentile di Ranieri è un piccolo segno di speranza che, magari, in un mondo di conflitti si possa ancora trovare un po’ di pace, restando umani”.
Mourinho lo spacca-curve
Ancora allenatori. In apertura del Foglio sportivo di questo week-end, Marco Gaetani analizza cosa accade a Roma intorno a José Mourinho. Gli pare di cogliere una novità, una insofferenza verso di lui della sua stessa parte.
“Sarebbe ingeneroso e scorretto dire che il tifo romanista è spaccato in due parti eguali: la fotografia più attendibile è quella di una maggioranza, rumorosa e affettuosa, sempre presente sugli spalti di un Olimpico i cui sold out consecutivi ormai quasi non si contano più, che come Bove sarebbe disposta a morire per Mourinho, in una ormai pienamente accettata e dolcissima sindrome di Stoccolma nei confronti dell’uomo capace di portare nella bacheca di Trigoria la Conference League, primo trofeo Uefa della storia ormai quasi centenaria del club, e di andare a un pugno di rigori segnati da quella che sarebbe stata un’incredibile doppietta in Europa League. C’è poi un’altra parte, numericamente inferiore e certamente più silenziosa, che inizia a mostrare il volto della rassegnazione: fino a che punto è lecita la rinuncia al gioco? Può davvero essere sempre colpa di qualcun altro? Di una Lega che avrebbe dovuto collocare Inter-Roma di lunedì come le sfide di Atalanta e Fiorentina? Della gestione delle ammonizioni in una partita in cui l’unico ad aver rischiato concretamente la doccia anticipata è stato Paredes? È forse l’apoteosi del Mourinho divisivo: prima spaccava il mondo intero, tra chi era con lui e chi era contro di lui. Adesso riesce a farlo persino all’interno della sua stessa tifoseria”