
Michael Owen se lo ricorda bene, come andavano le cose ai suoi tempi vent’anni fa, quando giocava nel Liverpool e gli diedero il Pallone d’oro. «Quando si tornava da una trasferta, sul pullman della squadra c’erano sempre un paio di casse di birra chiara. Prima di una partita, spuntavi una casella su un foglio per dire se volevi pollo e patatine o fish and chips, e verso metà strada l’intero pullman era inghiottito dal fumo delle sigarette».
Vent’anni dopo, i nuovi Owen e quelli che ambiscono a diventarlo stanno in campo portando sotto la maglia un bra con il GPS. Non c’è passo che sia possibile muovere senza il controllo della tecnologia. Di questa svolta totale e tutto sommato recente, si è occupato The Athletic per raccontare “l’ubiquità dei dati nel calcio”.
Al magazine americano Owen racconta che la sua generazione era in grado di capire durante un allenamento chi avesse fatto tardi la sera prima e che tipo di nottatina avesse avuto, solo dalla posizione che assumeva in campo. In genere i vampiri andavano a mettersi sulla fascia sinistra e se ne stavano là, senza far nulla. «Ora, se non fai abbastanza in allenamento, tutti si chiedono se c’è qualcosa che non va in un giocatore – fisicamente, emotivamente». Quando sei monitorato, non puoi più nasconderti.
The Athletic fa un po’ di esempi di aziende e di prodotti che vengono offerti su scala ormai globale. STATSports e Catapult sono marchi leader nel settore per i GPS sotto la maglia, Barin Sports e Hudl (WIMU Pro) sono concorrenti nella fornitura del monitoraggio delle prestazioni. I sensori sono ormai in grado di controllare il volume degli sprint effettuati e di calcolare la direzione verso la quale si è rivolti nel momento della ricezione del pallone, l’equilibrio di ciascun piede, quanto peso deve sopportare.
Tiago Malaquias, il senior data scientist presso STATSports [clienti: Arsenal, Liverpool, Manchester United, Juventus] dice che i parametri utilizzati vengono catturati da quattro sensori: GPS, accelerometro, giroscopio e magnetometro. I dati vengono utilizzati per la prevenzione degli infortuni senza contatto. I club sono oggi in grado di impostare soglie individuali di lavoro per ciascun giocatore, per garantire che non ci sia un sovraccarico fisico e per offrire il quadro di una gestione del rischio in tempo reale allo staff. Così è possibile ridurre la durata di un esercizio, si possono aggiungere giocatori extra al torello per ridurne l’intensità, oppure si può limitare la misura del campo per una partitina. Quando Michael Owen sente tutto questo, non gli passa proprio per la testa di essere nostalgico, di pensare com’erano belli i miei tempi, anzi. Quando Michael Owen sente tutto questo, si sente «abbastanza sicuro che se questo tipo di tecnologia fosse esistita vent’anni fa, avrei potuto avere una carriera molto diversa», forse avrebbe avuto meno infortuni, forse avrebbe giocato nel Real Madrid per più di una stagione, forse non avrebbe incantato solo in un Mondiale.
La MatchTracker di Catapult è quel software che passa sui monitor a bordo campo davanti alle panchine in Premier League. Riesce a combinare in tempo reale i dati per il tracciamento delle posizioni in campo dei giocatori con i video della partita. I dati stanno diventando sempre più sofisticati da quando il GPS è scivolato dal torace ai piedi. I giubbotti sono autorizzati dal 2015, mentre più di recente l’International Football Association Board (IFAB) ha approvato l’uso dei cinturini alle scarpe dotati di intelligenza artificiale. Li produce la società Playermaker e catturano informazioni sulla velocità del tiro, sui tocchi di palla, sul tempo che si trascorre con la palla al piede, su dati fisici come equilibrio tecnico, velocità, distanza, cambi di direzione. Le aziende concorrenti si chiamano Jogo e Xampion. Non usano i lacci ma sensori posizionati nella suola delle scarpe. Zepp, Next11 e Oliver hanno invece sviluppato un manicotto per polpaccio che i giocatori indossano sotto i calzini. La tecnologia italiana è entrata sul mercato con la Soccerment che ha progettato i parastinchi intelligenti, si chiamano XSEED e forniscono analisi avanzate sulle partite. Federico Dimarco è il testimonial. Un paio di giorni fa ne ha scritto Tuttosport.
Soccerment spiega che la tecnologia utilizza l’intelligenza artificiale per addestrare una rete neurale in grado di identificare gli eventi tecnici che si verificano in campo, riuscendo a distinguere nei gesti un passaggio, un cross, un tiro – per trasferire tutto a una app. Il parastinchi intelligente rielabora ogni cosa e offre il dato che a molti appare più o meno come Satana – il xG – i gol previsti. Secondo Aldo Comi, cofondatore di Soccerment, la cosa è particolarmente utile nel calcio giovanile, perché «raccogliere questo tipo di dati su un lungo periodo, aiuta a capire il QI calcistico di un giocatore».
Alexia Putellas, la stella del Barcellona e della nazionale spagnola, porta invece un anello Oura, un oggetto assai di moda pure tra i piloti di Formula 1. Serve a monitorare la variabilità della frequenza cardiaca e il ritmo del sonno. Kevin De Bruyne ha usato i dati della società Analytics FC per andare a negoziare il nuovo contratto. Ma può accadere anche il contrario. La NFL ha lanciato in collaborazione con Amazon Web Service un programma chiamato Digital Athlete. Ha come obiettivo il monitoraggio del rischio infortuni e la sua riduzione. Molti giocatori sono sospettosi. Ricordano le parole di Jimmy Dix nel film L’ultimo boyscout, quando Dix rifletteva sul fatto che certe statistiche possono invece essere usate contro di te, per ridurre il potere contrattuale. Dice The Athletic che non esiste una prossima frontiera tecnologica del calcio. La prossima frontiera è già qui.