Nove anni, nove mesi e nove giorni. Tanto durò il regno inattaccabile di Edwin Moses, maestro dei 400 ostacoli, imbattuto fra il 1977 e il 1987 per 122 gare, 107 finali. In questo fiume di sole vittorie raccolse due ori olimpici [’76 e ’84] e due titoli mondiali [’83 e ’87]. La tripletta ai Giochi gli sfuggì solo per il boicottaggio americano ai Giochi di Mosca 80. Nessuno avrebbe potuto batterlo. Ha battuto quattro volte il record del mondo. Ha preso una laurea in fisica e in ingegneria industriale presso il Morehouse College.
Tutto questo è accaduto mentre aveva ai piedi delle scarpe, quelle vecchie cose che si allacciavano, non queste astronavi che vanno oggi, gondole le chiamano per via della forma che nasconde altre meraviglie, le suole in carbonio, i tacchi, la schiuma. Moses non dice che il mondo era più bello ai tempi suoi. Moses dice: «Vorrei aver avuto la possibilità di correre in queste condizioni». Con l’innovazione tecnologica nel settore delle calzature, con le piste sulle quali si rimbalza, come alle Olimpiadi Tokyo, come agli ultimi Mondiali di Budapest. I 400 ostacoli sono una delle gare che più si è giovata della combinazione. Nel giro di due giorni, il 3 e il 4 agosto del 2021, sono stati battuti ai Giochi entrambi i primati mondiali, maschile e femminile, con Karsten Warholm e Sydney McLaughlin. L’americana disse: «Mi sembrava di correre su delle molle».
Quelle molle, a Moses, sarebbe piaciuto provarle. Lo ha detto in una intervista con la Bibbia dell’atletica leggera, la rivista americana Track&Field, venuto a intervistarlo in Italia, dove si trovava al gran gala del premio Fair Play Menarini, organizzato dal 1997 dall’azienda farmaceutica italiana. Moses è stato anche presidente dell’agenzia antidoping degli Stati Uniti e dell’associazione filantropica Laureus, oltre che membro del Comitato olimpico internazionale, nelle commissioni atleti e etica.
«Agli ostacoli – ha detto Moses a Sieg Lindstrom – è stata data una nuova prospettiva di vita. Penso che l’attrezzatura abbia molto a che fare con questi nuovi tempi. Le piste che usano adesso, sarebbero state vietate quando correvo, e sicuramente le scarpe. Penso che così si spiegano i crono d’allora e quelli di adesso».
Con Karsten Warholm, Moses ha avuto un confronto sei anni fa, quando ancora faceva 48.2 al meeting Bislett. «Mi sono seduto e ho pranzato con lui e il suo allenatore. Mi facevano ogni genere di domande, mi chiedevano cosa pensavo sarebbe servito per correre più veloce, che tipo di allenamento, tutto. Ho parlato con Delilah Muhammad, ho guardato un video con lei. E anche con Shamier Little. Ho analizzato per un po’ le loro gare e così via. Ero in Norvegia con Karsten a gennaio, nella sua città natale, al meeting di atletica indoor, il primo che veniva organizzato dopo tre anni a causa del Covid. Sono andato lassù per intervistarlo per un documentario sulla mia vita. L’anno scorso ho parlato con Alison dos Santos perché lavoriamo entrambi con Adidas. Sono stato spesso dietro le quinte, a parlare con gli atleti, ogni volta che ho potuto. Non è che li alleno, non mi permetterei, semplicemente spiego loro cosa succede in gara e come io mi sono avvicinato all’atletica».
Ci sono anche domande che Moses pone a loro, su «come gestiscono l’attrezzatura, come ci si sente e così via. Gli allenatori hanno sempre insegnato loro a correre come faceva Moses: correre in modo molto, molto aggressivo. Ma penso che ora abbiano un vantaggio meccanico con le scarpe che usano e anche con le piste. La Mondo sostiene di aver progettato una superficie per ridurre i tempi del 2%. Lo abbiamo visto a Tokyo. Su quella pista il mio 47.02 si sarebbe convertito allora in un 46.09 e non sto ancora contando le scarpe [ride]. La verità è che non si possono mettere in relazione i tempi degli ultimi 5 anni con le nuove superfici e le suole in fibra di carbonio all’interno delle scarpe».
Quando Moses dice che gli sarebbe piaciuto provarle, intende dire: in gara. Perché quelle scarpe le ha provate. «Ne ho un paio, le ho indossate. È una sensazione molto strana, quando sei abituato a stare a terra con un’altezza di 9 millimetri e hai una placca nella parte posteriore della scarpa. Mantiene il piede nella posizione ottimale, che tu sia stanco o meno. Ecco da dove nasce la differenza temporale. Ero sul set con la troupe per fare alcune riprese per il film e allora ho detto: – Vado in pista. Permettetemi di portare sia le mie scarpe vecchie sia quelle nuove, così posso vedere qual è la differenza. Avevo paura di correre con le nuove, probabilmente mi sarebbero venuti i crampi al polpaccio. È tutto radicalmente diverso in termini di biomeccanica. Non le ho usate troppo, perché il giorno dopo i miei polpacci avrebbero urlato. Lo so per via della posizione in cui ti mettono. È molto diverso dal correre in piano con pochissimo spazio sotto i piedi».
Oggi Edwin Mosesi dice di tenersi in forma con la camminata veloce, con la bicicletta, con la ginnastica, con lo yoga, con lo stesso tipo di stretching che faceva nei giorni delle gare. «Vi ho fatto ricordo per evitare di sottopormi a un intervento chirurgico all’ernia del disco. Mi ci sono voluti 12 anni per venirne fuori, ma ho continuato ad andare avanti. Non ho mai usato oppioidi, grazie a Dio. Sono a dieta, anche se non la chiamo così. Controllo il mio cibo. Ho un giardino dove crescono tutte le erbe aromatiche, origano, timo, rosmarino, coriandolo. Coltivo pomodori e zucchine. Ho fichi e more. Mangio come quando correvo e non ho bisogno di 5000 calorie al giorno. Se ne mangio 2000, per me sono più che sufficienti. Quando correvo, pesavo fra gli 80 e gli 83 chili. Sono appena sceso dalla bilancia 30 minuti fa. Sono uguale. Mi sono mantenuto magro. Mangio i prodotti dell’orto, quasi mai fuori casa. È una questione di stile di vita. Mi piace cucinare. Lo faccio da quando ero al college. Se voglio fare la pasta, vado a prendere i pomodori. Ho il basilico, ho l’origano e faccio tutto da solo. Ogni giorno mangiamo carne biologica, allevata all’aperto e nutrita con mais. Non mangio niente in barattolo, niente che contenga conservanti. Mi ha salvato. Sono stato il primo a fare i bagni di ghiaccio all’inizio degli anni ’80. Quando la gente ne sentì parlare e furono scritti degli articoli al riguardo, molti pensarono che fossi pazzo. Ora, il baseball, il football, il basket, ogni sport, ogni atleta, lo fa come routine del suo programma. Sono stato il primo a usare il cardiofrequenzimetro. Tutte le cose che facevo 40 anni fa ora sono routine: la facilitazione neuromuscolare propriocettiva, la pliometria, tutto questo genere di cose che nessuno faceva. Potevo allenarmi da solo perché ho studiato fisica e ingegneria. Ho preso l’esame di biologia, l’esame di chimica. Volevo diventare medico. Conoscevo la fisiologia e quando andavo al college ho letto moltissimo sul ciclo di Krebs: lo zucchero, l’ossigeno, tutto quel genere di cose. Ho personalizzato il mio programma in modo che fosse tutto naturale. Non avevo bisogno di prendere steroidi, non ci ho mai pensato. Sapevo che il mio programma era all’avanguardia e che nessun altro avrebbe potuto fare quello che facevo io in pista e in allenamento».
Nessuno che non avesse delle gondole ai piedi.