Che cos’è questa storia del cricket alle Olimpiadi

    Le cose sono sempre andate in un modo solo. Quando è entrato il trampolino elastico, quando sono arrivate le biciclettine della BMX, non ne parliamo quando si sono aggiunti lo skateboard e la break-dance. Ogni volta che i barbari sono arrivati nel cuore della famiglia olimpica, qualcuno s’è alzato, ha storto il naso, ha mormorato assurdo e ha detto: «E allora il cricket?». I barbari nel senso del termine alla Baricco. Dei mutanti. Una specie nuova. 

Ecco. Tu proponi – che so – lo squash, e quelli dicono: «E allora il cricket?». Tu proponi – tipo – il lacrosse, il flag football, e il solito partito ti risponde: «E allora il cricket?». Ogni volta che dalla periferia dell’impero avanza una richiesta per entrare nel programma ai Giochi, qualcuno viene a ricordarci che a voler esser seri prima viene il cricket, il secondo sport più seguito al mondo dopo il calcio, con oltre 2 miliardi e mezzo di appassionati. Insomma, c’è da capirli: l’arrampicata sportiva sì e loro no. 

Per fortuna Los Angeles è la città degli angeli e del cinema, spirito puro, sogni. Los Angeles conosce meglio di tutti pure le Olimpiadi e la materia di cui sono fatte. Soldi. Los Angeles le ospita in genere ogni mezzo secolo. Il Trentadue, l’Ottantaquattro, il Duemilaventotto. Con tanta conoscenza di mondo, ora che sta per toccare di nuovo a loro, hanno fatto con una manovra sola quel che nessuno aveva osato fare in dieci, venti, trentatré edizioni. Hanno portato nel programma dopo Parigi il lacrosse, lo squash, il flag football e pure questo benedetto cricket. 

Per ora sono richieste degli organizzatori. Erano attese una settimana fa. Per qualche motivo sono slittate, pare per consentire a Bach di trovarsi in India nel momento dell’annuncio. Guiderà a Mumbai la prossima sessione del CIO e vuole presentarsi dinanzi all’Asia che non lo ama con un dono. Sta provando a camminare nelle strettoie delle norme per capire come modificarle, così da candidarsi per un terzo mandato. Ha suggerito alle istituzioni di Mumbai di candidarsi per le Olimpiadi del 2036, quattro anni dopo Brisbane. Ma c’è pure la Turchia. Presentarsi con il cricket in regalo, gioverebbe alla sua immagine, alla vigilia della decisione sulla riammissione o no di Russia e Bielorussia. 

 

Kathy Carter, amministratrice delegata dei Giochi losangelini, parla del cricket in termini di sfida alle gerarchie consolidate e di visione differente, di proposta audace ed equilibrata per trovare nuova energia. È un’attenzione a nuovi mondi, proprio nei giorni in cui si sta giocando in India la tredicesima edizione della Coppa del mondo. La prima c’è stata nel 1975, vinta dalle Indie Occidentali, una selezione mandata in campo in rappresentanza dei territori di lingua inglese nei Caraibi. Stesso esito quattro anni più tardi, mentre stavolta non si sono qualificate, per la prima volta nella storia, battute dalla Scozia. Alla Coppa del mondo partecipano in dieci. Quattro nazioni non sono mai riuscite a entrare nell’élite che gioca i Mondiali di calcio: Bangladesh, Sri Lanka, Afghanistan, Pakistan. Due di esse sono fra i 10 paesi più abitati al mondo. In tutto fanno 483 milioni di persone. Un quinto paese – l’India che ospita il torneo – per i Mondiali di calcio si era qualificato nel 1950, ma alla fine aveva rinunciato, secondo la leggenda per la mancata autorizzazione a giocare scalzi. È la nazione con più popolazione sul pianeta, un miliardo e 430 milioni. Come scrive allora il Guardian, sono i numeri da soli che raccontano questa storia. I diritti di trasmissione tv delle Olimpiadi di Parigi valgono in India 15 milioni di sterline. Se ci fosse il cricket a Los Angeles, secondo gli analisti la cifra potrebbe salire a 150. 

 

Senza la pandemia, forse non saremmo arrivati fin qui. Senza il vento di Sportify, nemmeno. Nel periodo in cui un po’ tutti si sforzavano di cercare nuovi formati, il cricket ha visto imporsi il T20, partite con un limite di tiri in ogni tempo. Il limite storico del cricket è che le partite possono durare giorni. Nel T20 no. Lungo la strada c’è stato il fatale scontro con i puristi, in aggiunta alla crisi esistenziale vissuta per colpa del covid. Dopo un consulto medico-scientifico, il Consiglio internazionale del cricket si mise in testa di vietare ai giocatori l’uso della saliva per lucidare la palla prima del lancio. Vic Marks scrisse sul Guardian che all’osservatore occasionale la discussione sulla manutenzione della palla da cricket deve sembrare bizzarra [pss, ce l’aveva con noi] ma il cricket – scrisse – è di fronte a un potenziale fallimento. Non esistono altri sport in cui si passi tutto questo tempo a contemplare la palla. I giocatori di tennis possono chiederne tre e poi ne scartano una prima di servire, ma l’impressione è che la cosa abbia più a che fare con la superstizione. I calciatori non si preoccupano troppo di quali palloni calciano. È vero che i rugbisti inglesi ai Mondiali del 2011 hanno subito accuse di manomissione della palla e alcuni sono stati squalificati dopo la vittoria contro la Romania, quando si è scoperto che avevano modificato illegalmente il pallone. Ma è stato un evento unico. Nel cricket ci sono discussioni sulle palle da  decenni. Durante il tour dell’India nel 1976-77, John Lever fu sospettato di barare dal capitano indiano, Bishen Bedi, che lo accusò di applicare della vaselina sulla palla per migliorarne la brillantezza e mantenerla scivolosa. I giocatori della Nuova Zelanda nel 1990 hanno ammesso di usare tappi di bottiglia per modificare le condizioni della palla; Imran Khan una volta ha confessato di aver fatto lo stesso. Non sono tutti matti; c’è una logica. I giocatori sono alla disperata ricerca di far andare veloce la palla nell’aria o fuori dal campo. La saliva aiuta. Ma con il virus in giro era un problema. 

 

  CHE C’ENTRANO GLI USA CON IL CRICKET | Da questa mole di problemi, adesso il cricket esce con il più desiderato dei regali. Non tutti s’aspettavano che una mossa del genere venisse dagli Stati Uniti, l’apertura a uno sport dalla scarsa tradizione nel paese. Ma se sistema le casse, perché no? In fondo siamo nella patria del baseball, un cuginetto. Quattro anni fa la federazione USA ha chiesto di diventare membro associato dell’International Cricket Council e ha lanciato un piano decennale per ottenere i requisiti indispensabili, per farne parte in via definitiva: avere un campionato e vincere alcune gare internazionali. BBC World dedicò tempo fa un servizio all’arrivo degli americani nel pianeta cricket. Iain Higgins, il direttore esecutivo della proto-federazione disse che negli USA potrebbero esserci dai 10 ai 20 milioni di appassionati. «Possono superare il calcio. Ma esiste una disconnessione tra il numero di appassionati e la quantità di contenuti disponibili. Se riusciamo a creare un prodotto nazionale, possiamo renderlo mainstream in questo paese. Avere un programma scolastico è una delle priorità fondamentali». 

La base è Lauderhill, in Florida, il primo e unico campo di cricket presente in America fino al 2020. Secondo Higgins servivano almeno sei stadi da 15 mila posti per cominciare. Così, gli USA si sono decisi a conctrarsi direttamente sullo sviluppo della versione T20. Un motivo di marketing è il fatto che uno dei romanzi preferiti da Barack Obama si chiama Netherland, di Joseph O’Neill (La Città invincibile in italiano), ambientato a New York nel post 11 Settembre. È la storia di Hans van den Broek, un olandese dal matrimonio finito, che trascorre i pomeriggi con ragazzi indiani, pakistani, turchi e caraibici per giocare a cricket e rimettere insieme i pezzi della sua esistenza. 

 

Il cricket si presta. È uno sport nato nel sud est dell’Inghilterra, praticato nelle sue ex colonie, carico di significati politici. I colonizzatori inglesi volevano dimostrare attraverso il cricket la loro superiorità, i colonizzati volevano ribellarsi agli oppressori. L’Inghilterra non aveva mai vinto i Mondiali fino al 2019.  Si trovò a giocare la finale contro la Nuova Zelanda in un Super Sunday, la domenica in cui si correva il GP di F1 a Silverstone e si giocava la finale di Wimbledon. Ebony Rainford Brent, opinionista del Telegraph, scrisse che non c’erano dubbi su cosa guardare: il primo titolo mondiale nel cricket avrebbe avuto il potere di unire una nazione divisa in politica sulla Brexit. Davvero le Olimpiadi potevano ancora rinunciare a un evento così?

 

  PAGINE  |  A contare è che ce l’avevo fatta. Avevo spedito la palla in aria come un giocatore di cricket americano, e l’avevo fatto senza ledere l’idea che avevo di me stesso

di joseph o’neill, La Città invincibile (Rizzoli)

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