Se non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, forse è dalle penne che usa, che si giudica un allenatore. Il primo a metterci sulla strada giusta fu Oronzo Canà. Chi se lo scorda, l’allenatore nel pallone, quando disse al suo vice Orecchia che avrebbe usato la biro, mentre «il signor De Sisti il pennarello, Trapattoni la penna stilografica, ma senza l’inchiostro, perché ci sputa direttamente nell’occhio del suo allenatore in seconda». Allegri commenterebbe a questo punto con un bel sospiro, direbbe che quel calcio era bello, era semplice, ora con tutta questa complessità di cui siamo circondati, siamo costretti finanche a distinguere che c’è biro e biro. Più parliamo di algoritmi e dati, più raccontiamo lo sbarco degli iPad in panchina, più quelli che vanno a sedersi in panchina si portano dietro cose antiche, resistono, tengono tra le mani dei foglietti con una penna.
Sulla panchina del Napoli, poi, non ne parliamo. Quando Walter Mazzarri smise di toccarsi l’orologio, arrivò Rafa Benítez con i suoi quadernini pieni pieni di appunti. “Quando meno te lo aspetti – scriveva il Sole 24 Ore – quando uno dei suoi segna un fantastico gol, lui non esulta, ma afferra il suo quaderno e prende appunti. Altri mister, su tutti zeru tituli Mourinho, hanno quest’abitudine. Ma nessuno come Benitez è capace di estraniarsi nell’istante più bello di una partita. Sinonimo di freddezza? Tutt’altro. È che per lui il calcio è una passione vera che si traduce su quei taccuini fitti di note dove il mistero del pallone si traduce in geroglifici che accomunano scienza esatta e follia, prosa e poesia. È un atto d’amore per il gioco più bello del mondo”.
Deve essere l’aria del San Paolo. Maurizio Sarri dopo di lui faceva lo stesso, ma non metteva enfasi sulla penna. Erano i taccuini che lo appassionavano. Si scoprì che li sceglieva sua moglie, andava a comprarli sempre nella stessa cartoleria, per scaramanzia. Gattuso ricondusse tutto alla maglia sudata, mentre Luciano Spalletti ha rimesso la penna al centro del villaggio – ops – e quando passeggiava davanti alla panchina ne masticava una, oppure ne teneva appeso il moncherino giù per le labbra, come Clint Eastwood con un sigaro.
Con tutta questa storia alle spalle, Rudi Garcia bisogna capirlo. Deve essersi sentito in dovere di portarsene appresso una pure lui. Ma lo sapete come sono fatti i francesi nei nostri cliché, sono orgogliosi, sciovinisti, vogliono metterci sempre del loro. Così la penna di Garcia sarà pure una semplice Bic ma ne contiene quattro. La celebre, elementare Bic a quattro colori.
Non è un caso, non è un dettaglio senza senso. La Bic 4 colori in Francia è diventata da un po’ di tempo oggetto di una mania. Sul serio. Ne ha scritto il seriosissimo Le Monde più o meno un anno fa, mentre a Napoli erano distratti dallo scudetto. Pare che questa biro-quadricromia eserciti un fascino irresistibile sugli scolari francesi. Una febbre che porta a furti e conflitti. I professori, esasperati, le sequestrano. A gennaio, il vicepreside di una scuola media del Basso Reno ha pubblicato online la foto del suo raccolto giornaliero dalla borsa di un ragazzino di quinta elementare. Didascalia: “L’epidemia di furti di penne a quattro colori è sempre diffusa”. LeMonde diceva che sono finiti i tempi in cui ci si fregava dalle cartelle le carte Pokémon. Resta da capire in che modo una penna banale sia diventata un bottino di guerra. Pierre-Yves Le Cossec, preside di un collegio nella Val-de-Marne, raccontava al giornale francese che si tratta di una specie di sfida, ma dovete dire challenge se volete fare i giovani. L‘obiettivo è averne il maggior numero possibile. Alcuni ragazzini ne fanno un business. Ci sono studenti che se la portano in bagno, per non indurre in tentazione. Altri si sono presi a schiaffi durante le lezioni.
Il mercato si è subito adeguato. Ce ne sono in commercio coi colori pastello o con la carrozzeria metallizzata. “Alla Bic, che custodisce gelosamente i suoi segreti di fabbricazione nella fabbrica di Montévrain (Seine-et-Marne), le idee non mancano” racconta LeMonde. Quelle semplici sono in vendita al dettaglio al costo di 2 euro e mezzo, un prezzo contenuto, alla portata di tutti, tipo come un difensore centrale dell’Atletico Bragantino. Ma esistono pure edizioni limitate, luxury, ne producono una ventina all’anno. Costano 390 euro e sono ispirate a certi temi speciali: il giorno di San Patrizio, Star Wars, la città di Le Havre. Pare che girino sulle panchine dell’Al-Ahli e dell’Al-Nassr.

Quando ti metti una Bic del genere tra le mani, ti dichiari un uomo dalle molte possibilità. Ti prendono per uno da 4-3-3 e palleggio, ma tu – clic – cambi il colore e spiazzi tutti, giocando con prudenza e lanci lunghi. Ogni colore è un carattere. Palmiro Togliatti per esempio scriveva sempre con una penna stilografica caricata rigorosamente con inchiostro verde. Un vezzo curioso per un leader dalle cause verticali. Qualcuno dice che fosse una forma di snobismo. Massimo Caprara, suo collaboratore per una ventina d’anni, ha scritto perfino un libro dal titolo L’inchiostro verde di Togliatti, dal quale si apprende che il segretario del PCI soffriva di miopia fin dalla giovinezza, l’esercito lo riformò per quello. Scrivere in verde lo stancava di meno: gli articoli per Rinascita, per l’Unità, le sue lettere, gli appunti, tutto in verde. Prima che inventassero il lettering e che nei film gli avvocati usassero i bloc-notes di colore giallo.
Chi ama i classici, si affida ancora al nero. Rappresenta la serietà, la forma, offre la garanzia che il tempo non scolori il contenuto. Neri sono i timbri di stato, gli atti notarili. L’articolo 7 del testo unico in materia di documentazione amministrativa dichiara che “i decreti, tutti gli altri atti pubblici, e le certificazioni sono redatti, anche promiscuamente, con qualunque mezzo idoneo atto a garantire la conservazione nel tempo”. Anche i medici usano solo quello. In presenza di ricette rosse compilate con la penna blu, l’ASL potrebbe rifiutarsi di accettarle. Il nero è d’obbligo ai concorsi pubblici e agli esami di maturità, ma certi prof concedono eccezioni.
Chi ne sa di colori, sostiene che scrivere col blu significa apprezzare la calma, lasciarsi andare ai sentimenti, cercare relazioni stabili e rassicuranti. Il rosso, si sa, è invece lo strumento per le correzioni. Sta tra le mani delle maestre ma pure dei maestrini. È leggendario l’uso dell’inchiostro viola da parte di Enzo Ferrari. Era il ricordo delle copie dei documenti conservati da suo padre.
“Mio padre scriveva le sue lettere facendo prima una minuta sul retro delle buste che riceveva poi le batteva sulla piccola macchina da scrivere Royal e firmava con un lapis copiativo. Teneva poi diligentemente copia di tutto nel copialettere bollato: una specie di fotocopia ante litteram – si legge nelle sue memorie – che si otteneva con un piccolo torchio a pressione. Gli umidi duplicati riprodotti risultavano, sia nel testo che nella firma, di un intenso colore violaceo. Da quel ricordo, la mia fedeltà al viola”.
Avere una penna del genere sulla panchina di una squadra di calcio ha i suoi vantaggi. Con ogni colore puoi farci una cosa. Con il verde, contro la miopia, ti appunti che non devi dimenticarti di avere in panchina Lindstrom e Simeone. Con il nero, la tinta del classico, scrivi: primo non prenderle. Con il blu, la sfumatura del sentimento, mandi messaggi d’amore a Zambo Anguissa. Il rosso si consuma tutto per Kvicha Kvaratskhelia.
Il verde e il rosso potrebbero tornar buoni anche per disegnare uno scudetto. Il problema è quando ti accorgi che sei arrivato dalla Francia e ti manca l’inchiostro bianco. Oh, se la cosa vi sta appassionando, sarà utile sapere che la Bic non comunica i dati delle vendite. Sono stimate in 240mila al giorno. Sappiamo invece che ogni penna ha una durata di scrittura di 6 chilometri. Può durare per tutto un campionato. Sempre che non ti caccino prima di Natale.
Dunque il Napoli di Garcia ha un ritardo dalla prima che è già quasi pari al vantaggio con cui Spalletti andò al mese di riposo per i Mondiali. Quel +8 sull’Inter oggi è un -7 dall’Inter. Dopo le prime due giornate, il Napoli non ha più vinto in campionato, da quando i ritocchi pensati per una macchina perfetta hanno cominciato a incidere la carne della squadra. Lobotka è scivolato nel tran tran, Kvara ha la malinconia fin giù le calze, Osimhen è tornato irritabile, la difesa non si sa bene quale sia, Mario Rui è ridiventato Shining dopo un anno da gentiluomo alla Djalma Santos, nessuno ride. Questo è il punto vero. Non i pareggi o la sconfitta con la Lazio. Nessuno ride, nessuno si diverte. Succede quando a una persona incaricata di guidare un gruppo non viene riconosciuta autorevolezza. È una questione di toni e sfumature. Succede quando un’obiezione pare un rimprovero e un’idea un’offesa.
Paolo Condò su Repubblica stamattina scrive: “Premesso che per la tenuta di un ambiente è fondamentale che i giocatori sostituiti rispettino nelle reazioni pubbliche (quelle private sono altra cosa) le scelte dell’allenatore, va detto che i cambi di Garcia sono incomprensibili. Specie per un allenatore che da Hazard a Totti ha esaltato i propri fuoriclasse partendo da un solido rapporto umano. È del tutto evidente che Kvara stia cercando se stesso, e gara dopo gara i miglioramenti si percepiscono. Ieri era tornato vicino ai suoi livelli, e stava crescendo — il (discutibile) rigore è figlio suo — col passare dei minuti: escluderlo dagli ultimi venti lascia perplessi. Passando a Osimhen, sarebbe stato perfetto se il nigeriano avesse trasformato il rigore: dopo l’errore di mira, invece, Victor schiumava senso di colpa e bisogno di rivincita. Toglierlo dal campo è stato psicologicamente frustrante, e la considerazione per Simeone di cui ha parlato Garcia si dimostra meglio con una maglia da titolare mercoledì con l’Udinese — è il turnover a riguardare tutti — che con i dieci minuti finali di Bologna”.
Antonio Giordano parla sul Corriere dello Sport-Stadio di “uomini sull’orlo di una crisi di nervi: e sarà per colpa della sorte o magari per l’imprecisione; oppure sarà per frustazione o per debolezza, ma quando a Bologna è finita, la sensazione che il Napoli offre di sé è di una squadra livida e pure un po’ inquieta. Il Napoli sembra sia (già) sfuggito di mano al proprio allenatore”.
Una squadra che ad Alessandro Barbano, sempre sul Corriere dello Sport-Stadio, pare che “ha disimparato a palleggiare veloce, condannandosi alla prevedibilità. Che fa fatica a giocare tra le linee, a far scattare automatismi e sovrapposizioni che inneschino una discontinuità tattica. Che non ha la mentalità e il carattere di chi vuole il risultato a tutti i costi. Lo vedi perfino dall’atteggiamento del migliore degli azzurri, Osimhen, che a Bologna si è mosso con il consueto impegno, ma con una determinazione e una propensione a finalizzare incomparabilmente inferiore rispetto all’avvio della scorsa stagione”.
Stefano Agresti sulla Gazzetta dello sport considera: “Se i calciatori migliori della squadra reagiscono allo stesso modo nei confronti di chi li guida dalla panchina, significa che qualcosa là dentro non funziona, e questo a prescindere dal giudizio che ognuno ha sulle scelte di Garcia. In merito alle quali la nostra idea è chiara: ferma restando la legittimità del tecnico di decidere come vuole, è incomprensibile il motivo che lo spinge a togliere i suoi migliori realizzatori nel momento in cui è alla ricerca disperata del gol. Qual è la logica tecnica di queste sostituzioni? Noi non ne troviamo traccia. O forse Garcia ha voluto semplicemente dimostrare che nel Napoli è lui a comandare?”
IL CONIGLIO DAL CILINDRO Et voilà, monsieur Zlatan
Carlos Passerini sul Corriere della sera elogia Leao per “la pronta reazione di sabato dopo l’erroraccio in Champions”, trova che sia “oggettivamente un segnale incoraggiante” e sottolinea “l’impressione (anche dentro al club)” che “un Ibrahimovic accanto lo aiuterebbe a velocizzare il percorso: vedremo”.
IL MANGIATORE DI LAME Allegri e la partita farfallina
Massimiliano Nerozzi, Corriere della sera: “Tutti colpevoli nessun colpevole è la morale (sbagliata) con cui la Juve rischia di archiviare la brutta sconfitta di Reggio Emilia, covo del Sassuolo: partita che pure, anche il giorno dopo, somiglia a un autodafé, tra le eresie di Szczesny, la disattenzione di Danilo e il gesto anti-conservativo di Gatti. Con una moderazione, nei toni e nei commenti, che a fine settembre non può diventare rassegnazione. L’effetto «farfallina» — ipse dixit — da teoria del caos: piccoli eventi qua, fanno un disastro là”.
Paolo Condò, Repubblica: “Il pensiero che la Juventus possa estrarre un cospicuo vantaggio dalla mancanza delle coppe esce ridimensionato dalla quinta giornata, la prima “di rientro” dall’Europa, nella quale è stata paradossalmente l’unica grande a lasciare i tre punti nel piatto. La sconfitta col Sassuolo ha una concausa importante nella giornataccia di Szczesny: portiere di assoluto spessore, ma più o meno una volta all’anno viene colpito da un bug, e ne combina di tutti i colori”.
IL DOMATORE Simone Inzaghi
Paolo Tomaselli, Corriere della sera: “Si potrebbe anche fare gli schizzinosi e vista la disparità di risorse tecniche non ci sarebbe poi nulla di male. Ma una partita come quella di ieri a Empoli, fino al 23 aprile forse l’Inter non l’avrebbe vinta: successe a Salerno, a Genova con la Samp e a La Spezia, poi, proprio in questo stadio in quella data spartiacque, la squadra di Inzaghi è entrata in una nuova dimensione. L’Empoli non si è mai salvato due volte di fila, ma la storia suo malgrado l’ha già riscritta: nessuno era mai partito con il doppio zero nella casella delle vittorie e dei gol segnati. Eppure dopo il 7-0 di Roma, il cambio di allenatore porta più solidità, con sei titolari diversi”
IL BRAVO PRESENTATORE Vincenzo Italiano
Alberto Polverosi: “Si sono viste cose nuove nella Fiorentina di Udine, a cominciare dalla massiccia rotazione di Italiano che, dopo la spietata autocritica per i soli due cambi a San Siro contro l’Inter, stavolta ne ha fatti otto rispetto alla gara di giovedì col Genk. Kayode è entrato dopo 6 minuti al posto di Dodo (brutto infortunio) e ha giocato la sua terza partita come le altre due, da diciannovenne che sembra un trentenne, con gamba e testa; Arthur ha preso il comando che Maxime Lopez, alla prima da titolare, non era riuscito a conquistare; Duncan ha dato slancio. E poi Beltran al fianco di Nzola per la prima volta in questa stagione. Doveva difendersi meglio, Milenkovic ha portato sicurezza e muscoli contro Success, e Italiano ha pensato in modo elastico, senza inchinarsi al sacro modulo d’attacco. Ha visto l’obiettivo, non il gioco, non l’Idea, e ha cercato di proteggersi come meglio era possibile. Non comincerà mai una partita con tre difensori centrali (anche perché ne ha appena tre…), ma questo passaggio può diventare la soluzione di un allenatore che sa cambiare”
I LEONI Quei bei 9 vecchio stampo
Luca Valdiserri, Corriere della sera: “Guardiola ha insegnato al mondo che il centravanti può essere lo spazio, però se hai Lukaku o Zapata va bene lo stesso. Zapata era sulla lista di Mou prima che si aprisse la pista che ha portato a Lukaku. Alla fine è andata bene a tutti I due gol, di potenza, entrambi molto belli, hanno dato il valore aggiunto a una partita intensa anche quando c’è stato qualche errore tecnico”.
Emanuele Gamba, Repubblica: “È stata una partita per uomini forti, per centravantoni di una volta, per giganti che si portano sulle spalle la squadra intera e la trascinano fin dove possono Servirebbe però che sulle spallone di Lukaku trovasse posto anche Dybala, che per adesso rimane un talento smunto e sempre preoccupato dalla sua stessa vulnerabilità. la gente s’è divertita assai, ha visto un calcio elettrico e ruspante, passionale e non troppo raffinato: alla fine è il genere di spettacolo che moltissimi tifosi prediligono”.
Ivan Zazzaroni, Corriere dello Sport-Stadio: “Cos’è Lukaku? È il centravanti che gli altri non hanno, il leader carismatico, il compagno che devi cercare quando sei in difficoltà, quando la partita lo richiede, ma anche quando vuoi farla, la partita. Lukaku è il nonno che porta al parco i nipoti, è Differenza, ha numeri straordinari, e soluzioni: tre gol in una settimana, ad esempio, distribuiti equamente su tre partite”.
IL CERCHIO DI FUOCO Gli incidenti di Rimini
Paolo Brusorio, La Stampa: “Sabato a Rimini, serie C, i tifosi del Perugia hanno letteralmente bruciato con i fumogeni i materassi del salto in alto posti sotto la curva ospite. Già così sa di inciviltà. In più quei materassi erano nuovi e servivano (sarebbero serviti) ai ragazzi delle società di atletica. Danni collaterali del pallone. Che ignora il male che fa a se stesso, figuriamoci poi quando a pagare sono le altre discipline. E chi le vorrebbe praticare”.
Grande Angelo Carotenuto! Modi garbati,conoscenza della materia e intelligente ironia. Bellissimo articolo
Angelo sei un vero fuoriclasse, nessuna penna, nessuna tastiera saranno mai degne della tua scrittura!