I tocchi di Giannelli e Verratti. Il mestiere del regista

    Un regista va. Mette in valigia le sue cose e parte per un altro mondo. È il suo mestiere. Qualche volta documenta. Arriva, vede, racconta. Qualche altra volta immagina. Inventa una storia, chissà dove stava prima, le cerca un’anima, le dà un corpo. Ti sei fatto un film, si dice a Napoli per convincere qualcun altro che sta credendo a una realtà inesistente. Un regista questo fa. Intuisce cose che prima non esistevano. Fa sopralluoghi, individua spazi, altri ne spalanca con la fantasia. Un regista non mette radici. Può girare in Spagna storie italiane ambientate nel vecchio West d’America oppure portare l’America in Italia e immaginare che la vecchia Palestina sia a Matera. Un regista sa d’essere nato in un posto, ma pensa che Hollywood sia casa sua, che Cannes sia casa sua, Berlino e Veenzia siano casa sua, oppure San Sebastian, Park City, ovunque si trovi un festival dove mostrare cosa aveva dentro la testa, ovunque si trovi uno schermo. 

 

Regista, lo chiama il calcio, quel tipo che tiene il gioco in mano e lo conduce, quello che fa girare gli altri intorno alle sue idee e alle sue visioni. In effetti, pure nel calcio come al cinema, quelli che han fatto vincere l’Italia, sono dovuti uscire dall’Italia per raccogliere. Jorginho se n’è andato in Inghilterra prima di segnare a Wembley contro la Spagna un rigore decisivo per la semifinale europea [ma poi ha sbagliato quelli là]. Marco Verratti in serie A non ci ha giocato nemmeno per un minuto, scelse Parigi dopo Pescara e adesso il Qatar. Daniele Manusia su Ultimo Uomo lo saluta prima di quest’altro viaggio chiedendosi cos’è che non abbiamo capito di lui e perché non gli abbiamo mai perdonato niente, lui che è [per Slalom] il giocatore italiano più internazionale degli ultimi 10 anni. 

C’è qualcosa di miracoloso nel modo in cui Verratti si è fatto strada dalla ruvidezza della Serie B fino al lusso del PSG, e nella sua resistenza in un calcio muscolare e ipertrofico, in cui le cosce dei giocatori somigliano a quelle dei cavalli da corsa. In un calcio di supereroi, vicino a Thor e Capitan America, Verratti era – è – Gigi la Trottola, il detective Conan, il Goku delle prime stagioni ancora con la coda da scimmia. Goku che però non diventa mai Super Sayan. Verratti – dice Manusia – in questi anni è cresciuto, anche se noi non ce ne siamo accorti. Come è cambiato in questi dieci anni, come lo ha cambiato vivere a Parigi, giocare con quei campioni, vincere un Europeo? Non lo sapremo mai. E come sempre, quando c’è un mistero, significa solo che ci manca la curiosità.

Marco Gaetani sul Foglio è convinto che Verratti si sia messo in castigo e parla di malinconia, di sapore del passo indietro, di esilio dorato, aveva tutto per essere un talento generazionale mentre ora siamo qui a chiederci cosa non abbia funzionato nella carriera di Verratti. Ha fatto sapere al nuovo cittì di non essere abbastanza in condizione per giocare contro Macedonia del nord e Ucraina, Luciano Spalletti ci ha fatto sapere di essere intenzionato ad aspettarlo. Meno male. Nel giochino che facciamo da un mese della sovrapposizione tra il Napoli dello scudetto e l’Italia che verrà, Verratti sarebbe un perfetto Lobotka, per il semplice fatto che quel Lobotka di Spalletti è stato costruito sul modello di Verratti. È un’attesa più convinta e convincente di quella per Zaccagnatskhelia. 

Michael Cox su The Athletic si è fatto portavoce di cotanto smarrimento e ha scritto che Marco Verratti è probabilmente uno dei migliori centrocampisti della sua epoca, ma chi lo sa?. Cox ricorda di quando Andres Iniesta lo trovò abbastanza bravo da dirlo il suo successore, mentre Lionel Messi lo defintì un giocatore enorme, uno dei migliori al mondo nel suo ruolo. Eppure, scrive The Athletic, non avendo mai messo alla prova se stesso in uno dei migliori campionati ed essendo rimasto a lungo solo in un grande torneo internazionale, è difficile esserne sicuri.

 

    Perché un regista deve andare, deve muoversi, deve uscire da sé, deve farsi altro e altri. Quelli del basket li chiamiamo playmaker. Daniel Hackett da Forlimpopoli, cinquanta km di distanza dalla Rimini di Fellini, se n’è andato a lavorare una volta nella Grecia di Theo Angelopoulos, un’altra nella Germania di Murnau, alla fine nella Mosca di Andrej Končalovskij. Marco Spissu da Sassari è andato a vedere com’è fatta Kazan – che peraltro un regista lo porta nel nome. Niccolò Mannion da Siena ancora meglio. È cresciuto nell’Arizona raccontata da Kusturica e ha sbirciato la California della Walk of Fame. Matteo Spagnolo da Brindisi è stato ragazzino nella Madrid di Pedro Almodóvar, per il prossimo campionato lo aspettano nella città degli angeli di Wim Wenders, nel palazzetto del cielo sotto Berlino, ma è già stato scelto dalla NBA nel Minnesota dei fratelli Coen. 

 

      Chi resta è perduto. Forse. Non sempre. Tutti tranne Simone Giannelli. Nella pallavolo i registi si chiamano palleggiatori. Giannelli è un ragazzo che viene da una terra di confine, Bolzano, dove si impiega meno tempo ad attraversare certe linee che sono soprattutto dentro le nostre teste. Dal Sud Tirolo e poi da Trento si è spostato solo verso Perugia, perché nel volley l’Italia è ancora il centro del mondo, e Perugia è il centro dell’Italia. Puoi permetterti di avere uno sguardo periferico restando in mezzo. C’è quel video che sta girando da un paio di giorni, il video di un colpo geniale giocato da Giannelli contro la Francia. Ne scrive stamattina Angelo Di Marino su la Stampa. I paragoni si sprecano, compresa la volée di Panatta.

Giannelli spiega: «Ho fatto per tanti anni tennis, lo guardo spesso in tv. È sempre un discorso di coordinazione occhio-palla, certo non c’è la racchetta ma ci sono delle similitudini. Per me però conta solo la pallavolo. Studio tantissimo. Serve tanta preparazione, tanto studio, tanta autoanalisi su me stesso, su quanto posso fare meglio tutte le volte». 

È stato nominato mvp dei Mondiali di un anno fa, stasera guida l’Italia nella finale europea contro la Polonia. Fabiuo Disingrini per Dazn dice che Simone Giannelli è un atleta devoto allo sport e alla passione che lo sport diffonde. Simone Giannelli è un capitano d’Italia , campione del mondo ed europeo di volley. Simone Giannelli è un leader della porta accanto : bello, elegante, gentile, sorridente

Ad Andrea Giordano di Vanity Fair un paio d’anni fa Giannelli raccontò che «da bambino leggevo i fumetti, Topolino, Diabolik, anche ora a dir la verità, facendomi incantare dai disegni. Quando ho iniziato a giocare a pallavolo non avrei mai pensato di veder un giorno realizzato un fumetto su di me, sembrava fantascienza, che però, grazie BeccoGiallo è diventata realtà. Il libro è un modo di stare vicino ai bambini, comunicare con loro».

Eleonora Cozzari sul Foglio Sportivo stamattina lo chiama palleggiatore, prestigiatore e all’occasione pure attaccante (con Lavia che gli alza il pallone in uno scambio di ruolo gustosissimo) celebrano pure il suo vice Riccardo Sbertoli, l’asso nella manica della semifinale. Entrato come cambio in battuta ha mandato in tilt la ricezione francese. Giannelli stesso dice che Sbertoli ha vinto il primo set da solo. 

Pierfrancesco Catucci sul Corriere della sera spiega che confermarsi sul tetto d’Europa, vincere il terzo trofeo consecutivo in tre anni, significherebbe proiettare questa Nazionale in una dimensione molto simile a quella frequentata da De Giorgi trent’anni fa e dare una spinta ulteriore alla popolarità dello sport. Significherebbe anche una buona dose di pressione in più in vista dell’Olimpiade di Parigi (unico oro che manca alla pallavolo italiano), ma come ricorda spesso il c.t., la pressione è la compagna di viaggio di chi vince

 

antagonisti

Carlo Lisi sul Corriere dello Sport-Stadio scrive che la grande novità nelle fila della squadra di Nikola Grbic si chiama Wilfredo Leon: dopo una prima parte di Europeo in cui è stato utilizzato a corrente alternata e ha avuto un rendimento in chiaro scuro si è ripreso la scena con il ruolo di protagonista nella semifinale contro la Slovenia, a cui sono seguite dichiarazioni molto battagliere sul sito della sua federazione. Il fuoriclasse cubano naturalizzato, un po’ italiano visto che in campionato veste la maglia di Perugia, non ha fatto mistero della sua voglia di lasciare Roma con l’oro al collo

 

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  BASKET

L’esonero di Scariolo a Bologna

 

Walter Fuochi su Repubblica racconta così l’esonero di Sergio Scariolo a Bologna da parte della Virtus. Ci si chiedeva da tempo, a Bologna, quanto potessero andare avanti i separati di Casa Virtus.  Scariolo, che pareva dirne apposta una calda e una fredda per farsi cacciare, avrà tempo e modo di trovare una squadra. La Virtus affiderà invece il suo percorso, anziché alle fredde e distanti cautele di Don Sergio, a un tecnico più motivato. Già ieri sera ha ufficializzato l’accordo con Luca Banchi, reduce da un magnifico Mondiale, col 5° posto della sua piccola Lettonia e il titolo, per lui, di miglior allenatore del torneo. Scelto il nome più in voga, ma pure il coach che già aveva vinto scudetti a Siena (poi revocato) e a Milano, la Segafredo ha chiuso in gol il contropiede allestito pure per oscurare la macchia della cacciata di Scariolo. Se va fatto un nuovo papa, ha coronato un’idea evidentemente non di ieri.

Un paio d’anni fa Davide Labanti sul Corriere di Bologna fece uno studio e contò 63 esoneri in 50 anni di sport a Bologna, tra calcio e basket. Lo segnalammo in newsletter  [una botta di malinconia]. 

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