Quello del ciclismo lavora solo un giorno. Sale sull’ammiraglia la domenica dei Mondiali e la sera torna a casa. Quello del tennis in Coppa Davis portava un nome meraviglioso, il più bello di tutti, era il capitano non giocatore. Gli sport olimpici individuali lo chiamano direttore tecnico, negli sport di squadra è un acronimo che qualche volta diventa un bisillabo accentato. Il cittì è come la tivvù.
A guardarla da lontano, la sua è una vita invidiabile. Puoi sceglierti i giocatori che vuoi senza dover chiedere a un presidente di fare un sacrificio. Pensa, puoi avere i migliori senza tirar fuori un soldo. Magari vinci anche i Mondiali. Non devi andare in ufficio tutti i giorni. Puoi accompagnare la bimba a scuola, andare a prenderla, fai il lavoro che secondo il cliché farebbero volentieri altri sessanta milioni di italiani. Rispetto ai tempi di Enzo Bearzot, non devi neppure uscire di casa e farti centinaia di km, prendere un treno o un aereo per andare la domenica a vedere una partita. Anzi. Se vai allo stadio a vederne una, finisce che te ne perdi altre nove. Adesso le immagini arrivano dentro casa, dove un ruolo così affascinante può convivere con una routine domestica. Il tuo datore di lavoro è a Roma, tu puoi esercitare anche da Fusignano [molto prima dello smart working]. In teoria puoi fare persino il cittì di un paese che sta dall’altra parte del mondo, per esempio l’Arabia, senza muoverti – che so – da Jesi. Ci sono un mucchio di database che spiegano chi, cosa, dove, quando. Le meraviglie dell’età digitale.
A guardarla da vicino, una vita da cittì è un pochino più complessa. C’è sempre qualcuno in giro che sa spiegarti come devi fare il lavoro tuo. Come scegliere un giocatore che hai lasciato a casa, come mettere in campo un altro che hai tenuto in panchina. Soprattutto se non vinci i Mondiali. Figuriamoci quando ai Mondiali nemmeno ci vai. È questo il peso di un’aspettativa, la rilevanza di un ruolo, la conseguenza della sua esposizione.
Chi la fa facile, pensa che si tratti di un fastidio ben pagato. Non è così. I disagi si manifestano lo stesso. I rapporti personali possono guastarsi comunque. Se lo spaesamento arriva, è inspiegabile in chi guarda, ma dentro la tua testa resta vivo. Qualcuno sa come metterlo a tacere e resiste, c’è chi rompe e se ne va portandosi dietro il suo mistero, altri aspettano di avere un lavoro alternativo per ricominciare. In queste ore di commenti sulla scelta di Roberto Mancini, l’ultimo è uno scenario sottovalutato, si direbbe escluso. In sintesi: nasce un conflitto, vivo un disagio insopportabile, mi sento mal tollerato, non vedo l’ora di andarmene, appena trovo qualcosa lo faccio. È una versione che sulla scena non compare, eppure si tratta della versione più compatibile con quella cosa che chiamiamo verità. Siamo fatti di bisogni personali. I nostri ci paiono sempre indiscutibili. Quelli che si manifestano nelle vite degli altri, sono per lo più risibili.
I rapporti professionali sono regolati da contratti non da principi etici. Uno dei compiti originari della dottrina pura del diritto è quello di evitare ogni confusione tra il concetto di norma giuridica e quello di norma morale, assicurando l’autonomia del primo dal secondo. Che un Ct dimissionario trovi un nuovo lavoro da 4 o da 40 milioni all’anno, nel giro di una settimana o di sei mesi, dentro una cornice giuridica rimane un elemento secondario. I contratti dei tecnici con molte federazioni prevedono un opt-out, penali o clausole che scattano in caso di uscita volontaria, fuori dalla scadenza naturale o dalla risoluzione consensuale. Questo vale. Il resto sono opinioni sulle vite degli altri, sono punti di vista, non sono verità.
Stamattina, per esempio, il direttore della Gazzetta Stefano Barigelli ritiene che Mancini avrebbe dovuto rifiutare la cifra offerta dall’Arabia, perché così “si fa, quando scegli la maglia azzurra, quando scegli di rappresentare un Paese, quando i bambini fanno la fila per mettersi una maglia con il tuo nome. Si fa, quando sei un professionista che onora i contratti. Si fa, quando hai straguadagnato in tutta la tua lussuosa e fortunata carriera. Si fa, perché non c’è somma che valga la fiducia di milioni di italiani. Allenare la Nazionale prima che un lavoro è un impegno, una responsabilità. Un onore, direi, usando una parola che nel calcio non è più compresa da tanto tempo”.
Solo che questa squadra così amata dai bambini, così simbolica nel rappresentare un Paese, così significativa di un impegno e di una responsabilità, quando va in campo e interrompe la serie A viene trattata con fastidio, sia dai club sia dai quotidiani sportivi, che in genere la mettono tra pagina 17 e pagina 20, in coda alle 17 o 20 dedicate alle squadre che – spiegano i direttori – fanno vendere di più. Abbiamo un cattivo rapporto con la ricchezza. Quella degli altri. Non facciamo altro che leggere, cercare, pubblicare classifiche che parlano di soldi, monte ingaggi, valutazioni di mercato. Citiamo Forbes e Deloitte, viviamo dentro un sistema capitalistico nel quale i governi che provano a regolamentare il mercato diventano impopolari, sono accusati di mettere lacci e lacciuoli. Vendiamo la nostra casa a chi offre di più, riconosciamo a ogni botteghino dove staccano dei biglietti il compito di attribuire un valore a qualcosa, finanche a qualcuno, addirittura a un’opera di ingegno. Tutti cambiamo lavoro quando arriva un’offerta più interessante, anche i giornalisti, ma a Roberto Mancini viene rimproverato di averlo fatto, perché il suo ruolo avrebbe dovuto imporgli altra postura.
Marco Tardelli su la Stampa dice stamattina che “cambiare la maglia azzurra con quella verde non è come passare da un club all’altro, e la questione diverrebbe ancora più delicata se a Riad approdasse anche Lele Oriali, uno che con la maglia italiana ha vinto un Mondiale”.
È una posizione interessante. Viene dal paese che prima di tutti è andato a prendersi calciatori in Sudamerica per farli giocare in maglia azzurra. Luisito Monti era in finale con l’Argentina nel 1930 e campione con l’Italia nel 1934. Anche Tardelli ha vinto un Mondiale come Oriali, anche lui è stato sulla panchina di una nazionale con la maglia verde, solo che – spiega su la Stampa – lui andò in Irlanda, vuoi mettere, “l’Irlanda è un paese bellissimo, molto simile al nostro, ed è una scelta di cui vado fiero. L’Arabia Saudita è invece un paese lontano dal nostro, per abitudini e cultura, e soprattutto con i problemi che tutti conosciamo in tema di diritti civili”.
Ah. I diritti civili del mondo arabo.
Anche Gian Antonio Stella sul Corriere della sera scrive stamattina che Mancini va al servizio di un “disegno politico nettissimo. Quello di usare il calcio come grimaldello per mostrare lo stato autoritario guidato da Mohammad bin Salman e dalla Sharia, tra i Paesi più sferzati da Amnesty International (196 impiccati nel solo 2022) e al 170º posto (su 180!) nella classifica di Reporters Sans Frontières sulla libertà di stampa”.
È verissimo, ma è lo stesso Paese dove il calcio italiano porta la Supercoppa, senza costrizioni, a naso dovrebbe essere una faccenda di soldi, non di principii morali. È lo stesso paese con il quale nell’ottobre del 2020 venne firmato un protocollo d’intesa con l’impegno a “intensificare la collaborazione reciproca” dal presidente della federcalcio italiana Gabriele Gravina, allo stesso tavolo con il ministro dello Sport Abdul Aziz bin Turki Al-Faisal e il presidente della federazione saudita Yasser Al-Misehal. Per un po’ la stampa americana, con The Athletic prima e il New York Times avanzarono anche l’ipotesi di una candidatura congiunta Italia-Arabia per i Mondiali del 2030. È lo stesso mondo arabo nel quale andiamo a organizzare il Giro degli Emirati in bicicletta – paese che se interessa è al 145esimo posto della libertà di stampa. Siamo là.
Questo dribbling di Mancini, o un colpo di tacco sbagliato come lo chiama Barigelli sulla Gazzetta, ha trovato per fortuna una pronta risposta nella federazione, col grosso colpo dell’ingaggio di Luciano Spalletti, a sua volta uscito volontariamente, in corsa e di corsa da un contratto, anche lui parlando di bisogni, di vita, di stimoli. Stefano Saladin su Tuttosport ieri trovava questo accavallarsi di circostanze assai sospetto. Facciamo che è stata una bella estate di distinguo e gioco delle parti, gli antichi greci nella loro lingua dicevano ὑποκρίνω e ὑποκρίνομαι. Messe tutt’e due insieme, in italiano la chiamiamo ipocrisia.
Vite di altri cittì
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I MONDIALI MASCHILI DI BASKET
La vita di Gianmarco Pozzecco è un pochino più facile dopo la vittoria [90-83] contro le Filippine nella terza partita del girone. L’Italia ha raggiunto l’obiettivo minimo dei Mondiali, passare il turno e garantirsi un posto al pre-olimpico verso Parigi. Le parole che arrivano da Manila sono alterate pure stavolta. «Datemi addosso, dite che perdo le partite, che sono pazzo ma lasciate stare i miei giocatori. Non toccate il mio staff: se non ci fosse stato mi sarei buttato giù dal 37esimo piano, uno di loro mi viveva vicino perché mi controllava che non facessi cazzate. Io sono così e non cambierò mai. Non toccate il mio presidente federale, che ha detto la cosa giusta e che in questi giorni mi ha trattato come un figlio, ha visto la sofferenza di un uomo», e qui il Gianmarco furioso sfuma nello scaltro Gianmarco, perché era stato proprio Petrucci a dire «Mai più certe intemperanze» dopo l’espulsione per proteste dalla panchina contro la Repubblica Dominicana.
Sulla Gazzetta di stamattina Dan Peterson aveva parlato di “un Poz poco sereno e il fatto preoccupa tutti. Come disse Giulio Cesare, è inutile l’ira senza la forza. E la Fip, per tutta la sua bravura, non ha nessun vantaggio in questi grandi eventi. Può essere difficile da accettare, ma è così: il fallo tecnico ci sta. Però bisogna prenderne uno, non due. Con due, succede questo: il Poz finisce nel mirino degli arbitri come rompiscatole e da quel momento in poi lo tengono sott’occhio. Se si alza dalla panchina, lo faranno sedere. Se apre la bocca, gli diranno di stare zitto”. Cosimo Cito su Repubblica stamattina lo chiama “legame viscerale con l’azzurro” ricordando lil rifiuto dell’offerta arrivata dai greci del Panathinaikos.
Per Eugenio Petrillo di Basket Magazine “nel successo sulle Filippine c’è certamente lo zampino di Alessandro Pajola. Il playmaker della Virtus Bologna ha lavorato alla perfezione in difesa su Jordan Clarkson. Assieme a Tonut, Pajola ha arginato il pericolo pubblico numero dell’attacco delle filippine togliendogli ritmo e fiducia. Ma se dal punto difensivo l’anconetano del 1999 non è più una sorpresa, oggi ha fatto molto bene anche in attacco. Ha giocato con personalità e si è preso dei buoni tiri”.
Eduardo Lubrano su Pianeta Basket dice che “l’atteggiamento di coach Pozzecco è stato all’altezza della situazione: normale. E la squadra ne ha risentito evidentemente, giocando la pallacanestro che sa giocare, l’unica che può cavarci d’impaccio contro avversarie alla nostra portata”.
Fabio Cavagnera su Backdoor Podcast aggiunge che finalmente anche Spissu è entrato nel Mondiale, anche se le cinque palle perse sono un elemento di riflessione.
GLI EUROPEI MASCHILI DI PALLAVOLO
La vita da cittì riguarda Ferdinando De Giorgi detto Fefè, campione d’Europa e campione del mondo in carica. È l’allenatore che dopo la delusione dei Giochi di Tokyo sotto la gestione di Blengini, prese il coraggio a due mani, salutò Juantorena, rinunciò a Zaytsev e aprì un ciclo nuovo, una ricostruzione immediatamente felice con le mani pesanti di Michieletto e Romanò, i polpastrelli ispirati di Giannelli. L’Europeo dell’Italia è cominciato con un 3-0 al Belgio. Angelo Di Marino su la Stampa ha scritto che “il Noi Italia del tecnico salentino è un modo di essere prima ancora che un motto e in campo si vede. Niente cali di tensione e poche sbavature per gli azzurri che difendono il titolo del 2021”. Ha fatto esordire anche Alessandro Bovolenta, figlio di Vigor. L’ultimo punto della partita è stato suo. “Una favola che manco i fratelli Grimm”.
Prossima partita: Estonia-Italia giovedì sera
GLI EUROPEI FEMMINILI DI PALLAVOLO
Qui c’è Davide Mazzanti che sta provando a fare il De Giorgi. In che senso? Nel senso che da certi meccanismi della nazionale maschile ha preso spunto per rinfrescare gli schemi d’attacco della sua squadra. Non solo. Dopo i Mondiali dell’autunno scorso chiusi al terzo posto, sta cercando un Michieletto in Ekaterina Antropova, così da poter avere più peso nella gestione di Paola Egonu. Così perlomeno pare di capire dai cuscini comodissimi del divano di casa. Ma Paola Egonu, sempre da qui, resta una delle tre migliori giocatrici al mondo. Se anche Antropova è già a quei livelli, se è la quattro, la cinque, la sei: facciamole giocare insieme, no?
Stasera i quarti di finale contro la Francia, una squadra in ascesa che guarda ai Giochi di Parigi dell’estate prossima. La stella è Helena Cazaute, attaccante, passata da Chieri a Milano per far coppia in campionato con Egonu. In una intervista a L’Équipe ha detto che la nazionale è diventate più professionale «con più risorse, prima avevamo pochissime giornate di allenamento, nessun progetto concreto, ci allenavamo per giocare amichevoli contro squadre di livello inferiore. Adesso sfidiamo nazioni che un tempo non avrebbero nemmeno risposto al telefono per riceverci. Siamo in condizioni migliori, anche per l’alloggio o il catering. Avevamo un solo fisioterapista, ora sono due».
Anche Lucille Gicquel è cresciuta in Italia. È la figlia dell’ex detentore del record francese di salto in alto, Jean-Charles Gicquel: si trasferirà in Turchia e sarà allenata da Vital Heynen, campione del mondo con la Polonia maschile nel 2018. Altri progressi in vista.
Christina Bauer, 35 anni, è detta la mamma delle Blues. È la più alta, la più e la più esperta del gruppo. Lascerà la pallavolo dopo le Olimpiadi. Nina Stojiljkovic è nata in Romania, parigina d’adozione. È la figlia di Zoran, ex giocatore serbo di pallamano del PSG. Amanda Silves, 22 anni, viene definita da L’Équipe la leader della generazione emergente. Gioca a Cuneo.
Un gruppo rilanciato dall’allenatore belga Émile Rousseaux. Ha creato uno staff largo quanto quello della squadra maschile oro olimpico. Ha imposto un mental coach permanente, continua a battersi “contro l’inerzia dei club professionistici e le carenze nell’apprendimento della pallavolo tra i bambini” scrive L’Équipe. Rousseaux trova inconcepibile che si cominci a giocare a pallavolo a 11 anni, perché «bisogna mettere in atto le capacità motorie quando si è più piccini. Nel basket, nel tennis o nella pallamano iniziano prima, le ragazze più alte finiscono là. Non credo che sia inevitabile». Al suo arrivo dalle Bleues, ha sottoposto tutte a un quiz sulla pallavolo internazionale, “per risvegliarle e stimolarle”.