Le vittorie di Sinner e quella storia del carro

    Piegarsi in due, come sul punto di vomitare alla maniera di Sampras a New York. Poggiarsi al manico della racchetta, ritorto su sé stesso, quasi fosse una stampella, durante una rieducazione. A guardarla sembra la foto di una delusione. Invece è un atto di nascita. Sul cemento di Toronto Jannik Sinner ha festeggiato così il primo titolo Masters 1000, a pochi giorni di distanza dal 22esimo compleanno, forse in ritardo rispetto alla tabella di marcia con cui esperti e tecnici ce lo avevano presentato da ragazzino. Un’ansia e una fretta con cui Sinner ha fatto i conti di fronte al giudizio popolare, ora che il tennis è un intrattenimento di massa e sta tornando un giardino per teenager. 

Sinner fa la storia, si sente dire con un certo slancio stamattina, sebbene la storia sia in effetti ancora un gradino più su, con gli Slam, un magnifico obiettivo da inseguire. Toronto è un torneo di quelli che oggi chiamiamo Masters 1000, un tempo Supernove, ce ne sono nel curriculum di Nicola Pietrangeli [Monte-Carlo], Adriano Panatta [Roma], Paolo Bertolucci [Amburgo], Fabio Fognini [ancora Monte-Carlo]. È il titolo più importante della sua carriera, questo sì. Jannik s’è arrampicato da stamattina al numero 6 del mondo, come l’anno scorso accadde a Matteo Berrettini, un posto più su del Corrado Barazzutti 1978, due sotto l’Adriano Panatta del 1976. Significa che non ne abbiamo avuti tanti come lui, nel tennis italiano. Basterebbe questo per accoglierlo come una luce. Insistere sul fatto che presto sarà il numero 1 – presto, dicono [anche ieri Paolo Lorenzi su Sky] – lo espone all’impazienza di chi poi numero 1 lo vuole vedere per davvero. Tutto qua. 

 

 | In effetti, Paolo Grilli sul Resto del Carlino fa notare: È lunga la strada per il top, e pure sempre troppo intasata, ma il rock ’n’ roll di Jannik Sinner suona già al massimo volume. L’etichetta di predestinato gli è stata appiccicata molto in fretta, quando a 16 anni e cinque mesi vinse il suo primo incontro in un tabellone di un torneo pro, contro l’indiano Goveas a Sharm El Sheik. Poi la scalata dell’altoatesino è stata continua, ma non priva di momenti di riflessione.

Giorgio Spalluto, voce di Supertennis, fa due conti e dice che salirà al numero 4 già questa settimana nei seguenti casi: 1] se vince Cincinnati, 2] se fa la finale, senza che Rublev o Tsitsipas vincano il torneo, 3] se fa la semifinale, Rune e Ruud non ci arrivano, Rublev o Tsitsipas non vanno in finale, 4] se fa i quarti di finale, Rune non arriva agli ottavi, Ruud non arriva ai quarti, Rublev o Tsitsipas non vanno in finale. Ci sarà tempo per capire. 

Vanni Gibertini su Ubitennis racconta così la partita contro Alex De Minaur, l’australiano che ha giocato un primo set controllando i suoi istinti, rallentando gli scambi da fondocampo per cercare di non entrare nel gioco di ritmo di Sinner, e alternando l’altezza dei colpi per togliere all’azzurro la sicurezza negli appoggi e nei colpi. E per i primi 50 minuti di gara ha fatto un lavoro egregio, rimontando per ben due volte un break di vantaggio, quel break che, come era accaduto anche nella semifinale contro Paul, Sinner fa davvero una fatica tremenda a consolidare. La sua strategia di variare costantemente rotazioni, lunghezza e altezza dei colpi, per poi approfittare e piazzare la zampata vincente, soprattutto con il rovescio dal centro verso l’esterno, aveva dato risultati più che incoraggianti fino al decimo gioco del primo set, quando finalmente Sinner si è un po’ scrollato di dosso la tensione della finale e ha “tirato il grilletto” con i suoi colpi da fondocampo.

 

 | Vincenzo Martucci sul Messaggero cita Riccardo Cocciante e dice che era già tutto previsto, Paolo Rossi su Repubblica considera che Sinner ha saputo mostrare carattere, come nel derby contro Berrettini. Sinner ha sentito la pressione perché, come aveva confermato alla vigilia coach Vagnozzi, «era un match nel quale sapeva di aver tutto da perdere, un match che aveva un valore importante per lui». Ma stavolta ha retto il peso della croce. Il suo tennis ha prevalso sulla responsabilità e, incassato il primo set 6-4, è volato via sulle ali di fiducia, confidenza ed entusiasmo. De Minaur s’è squagliato, come già aveva fatto nelle precedenti quattro sfide: 6-1. Riccardo Crivelli sulla Gazzetta dello sport scrive che adesso sembrano davvero appartenere a un’altra epoca i dubbi che seguirono la sconfitta al secondo turno del Roland Garros contro Altmaier, i tormenti di un ragazzo che improvvisamente si era reso conto di non divertirsi più su un campo da tennis. E in quei giorni di buio, il lavoro soprattutto psicologico dei coach Vagnozzi e Cahill è stato determinante

 

Quella storia del carro

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«Adesso vedremo quali critiche spunteranno», sono le parole del suo coach Simone Vagnozzi, nel pezzo su Repubblica

C’è un grosso equivoco su Sinner, più in generale sui campioni italiani, che andrebbero messi – chissà perché – al riparo da rilievi quando deludono. Accade in ogni sport. Il tennis ha per sua natura l’azzeramento di quel che è successo un attimo prima. Lo dicono i suoi stessi protagonisti. Dopo ogni quindici devi dimenticartene e pensare al prossimo. È lo sport delle seconde opportunità. Sono codificate nel regolamento. Se sbagli la prima di servizio, ti danno un’altra palla. Da quest’esercizio continuo di oblio e ripartenza passa un pezzo della grandezza di un giocatore. Se tutto questo è vero, si tratta allora di uno sport nel quale ci si sottopone a un giudizio costante – qui hai sbagliato, qui no – punto per punto, match per match, torneo per torneo. Un parere per strati, come le lasagne, istante su istante, sfoglia su sfoglia, fino a crearne uno più scolpito e definitivo per ciascun giocatore. 

L’equivoco è considerare i giudizi come delle sentenze. Anche i ragazzi a scuola fanno un quadrimestre diverso da un altro, che male c’è nel farlo notare? Esiste invece quest’immagine del carro – si sale, si scende – che vorrebbe indurre a neutralizzare ogni parere in ogni momento su chiunque. 

  Paolo Bertolucci su Twitter ha scritto: Dopo il Roland Garros il carro di @janniksin era mezzo vuoto. Stranamente in questa serata d’agosto si è riempito. Chissà perché?

Ma il carro va bene per il Carnevale di Viareggio. Chi fa un altro mestiere, non sale e non scende da nulla. Guarda, esamina, filtra, ipotizza. Bertolucci dovrebbe saperlo, perché lui stesso dopo la sconfitta di Sinner al Roland-Garros contro tale Altmaier sulla Gazzetta dello sport parlò di una battuta d’arresto che allunga ombre insidiose sulle qualità ad altissimo livello dell’altoatesino”

 | Gaia Piccardi sul Corriere della sera giustamente sottolinea che ci è voluto un attimo di pazienza, mentre il fenomenale Alcaraz prendeva il largo. Non è scritto che tutti debbano nascere figli degli Avengers. Un altro step di crescita, fedele alla curva di progressione studiata per lui da Darren Cahill, il super coach australiano che siede in tribuna in Canada. Aussie conosce aussie: non c’è arma nel tennis di qualità di Alex De Minaur, il n.18 del mondo che aveva iniziato la settimana giocando il doppio proprio con Jannik (out al primo turno ma l’esperienza è servita a sviluppare i colpi di volo), che non possa essere decodificata dalla premiata ditta Sinner-Cahill

Stefano Semeraro su la Stampa parla allora di prima tappa di una lunga rincorsa ai titoli che contano, una sfida lanciata ai piani alti del ranking, in particolare a Carlos Alcaraz, che era in tabellone in Canada ma si è fatto sorprendere, per il secondo anno consecutivo, da Tommy Paul, l’avversario che Sinner ha battuto due giorni fa nei quarti. Nel tennis non vale la proprietà transitiva, ma alla vigilia degli Us Open, dove l’anno scorso i due si affrontarono in un quarto memorabile, trattasi di una chiara dichiarazione d’intenti. A Toronto, che magari non è il più blasonato dei 1000, è mancata la sfida diretta, il confronto con un avversario pesante, ma Sinner ha confermato di essere l’uomo della continuità, il passista che raramente manca la volata – quest’anno è successo solo nelle tappe sul rosso – e che punta a trasformarsi stabilmente in finisseur sui traguardi che contano. Il tennis al momento ha due numeri 1 – Alcaraz e il papa emerito Djokovic – ma non ancora un vero padrone, Jannik non da oggi è nel gruppo degli inseguitori

 | Daniele Azzolini su Tuttosport sottolinea: Il primo Masters 1000 in carriera è il viatico per scalare l’ultima vetta, quella da cui si guarda tutti dall’alto in basso. Oggi un 1000, domani uno Slam. Possibile? Certamente. Quando? Non è dato sapere, ma ora JS ha una certezza in più, perché ha aggiunto un altro pezzo alla costruzione di un percorso solido e duraturo

 

Il torneo femminile in Canada

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Sul campo di Montréal ha vinto Jessica Pegula, in meno di un’ora su Liudmila Samsonova. Pegula ha perso solo un game in 49 minuti. È il suo terzo titolo di singolare WTA in carriera.  È la prima donna americana a vincere in Canada negli ultimi dieci anni [Serena Williams a Toronto], mentre nella città olimpica non succedeva dal 1998 con Monica Seles, americana per acquisizione. Pegula ha messo a segno 16 vincenti, inclusi cinque ace, tre soli errori non forzati nella partita, ha fatto il break cinque volte, non ha mai perso un punto con la prima di servizio. Samsonova sarà comunque da stamattina al culmine della sua carriera [12 in classifica], prima russa in classifica, ma russa d’Italia come ricorda Gianluca Strocchi su Tuttosport: La giocatrice nata a Olenegorsk, ma fin da piccola trasferitasi nella Penisola al seguito del padre Dmitry (ex professionista di tennis tavolo), per un periodo allenata da Riccardo Piatti, per poi passare ad Anzio dai fratelli Piccari e ora seguita dal torinese Danilo Pizzorno.

Pegula ha dedicato il titolo al suo cane Dex, morto da poco. Ha detto che due settimane fa era in lacrime sul divano, chiedendosi come diavolo avrebbe fatto a ricominciare a giocare a tennis. 

È stata una settimana speciale per il tennis americano e per i suoi statistici. Per la prima volta dopo quindici anni un giocatore Usa e una giocatrice Usa hanno eliminato i numeri 1 al mondo nella stessa settimana: Tommy Paul ha battuto Carlos Alcaraz a Toronto venerdì, Jessica Pegula ha eliminato Iga Swiatek a Montreal sabato. L’ultima volta era successo a Miami nel 2008: martedì 1 aprile Serena Williams aveva battuto Justine Henin nei quarti di finale, giovedì 3 Andy Roddick aveva eliminato Roger Federer, sempre nei quarti. 

 

  OGGETTI DI SCENA

Il cerotto di Iga Swiatek

 

La foto è apparsa alla vigilia del Wta1000 di Montreal e tra pubblico e tifosi non tutti ne hanno colto subito il significato. C’era Iga Swiatek, n.1 del mondo, impegnata in una sessione d’allenamento intenta a colpire di rovescio con dello scotch a coprirle la bocca. Attimi di perplessità. Poi le reazioni. La prima è stata all’insegna della curiosità: ma che cos’è? La seconda, lasciava trapelare invece un po’ di preoccupazione: e perché fa così? Via alle congetture, quindi. Alle ipotesi e alle tesi. È un nuovo metodo adottato dal suo coach, Tomasz Wiktorowski, per impedirle di respirare durante gli scambi, tenerla in apnea il più a lungo possibile per poi liberarla in campo così da abituarla a ignorare dolore e fatica una volta impegnata in match ufficiali. La scelta adottata dalla giocatrice polacca non aveva alcuno scopo se non quello di abituarla a respirare con il naso, impedendole di aiutarsi con la bocca: gesto naturale, eppure – ecco la rivelazione – dannoso dal punto di vista della capacità di recupero e di ossigenazione del sangue. La foto è presto diventata una tribuna da cui nutrizionisti, medici e addetti ai lavori di vario genere hanno condiviso motivi e vantaggi della metodologia adottata da Swiatek. Respirare dal naso permette di far affluire in modo più diretto un sangue maggiormente ossigenato nei muscoli. E più ossigeno equivale a meno rischi di ritrovarseli imballati dall’acido lattico quando affaticati dallo sforzo. Dicono che l’innovazione farà scuola e che, osservandola, altri coach e altre colleghe seguiranno la sua strada. Inseguendo performance prima affidate a tecnologia e marchingegni, e alle quali bastava invece solo un po’ di scotch per poter esser perfezionate – di ronald giammò, Corriere dello Sport-Stadio

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