Se esistesse la Pennichella srl, questa sarebbe stata la sua rèclame. Una giornata incredibilmente noiosa, calma, uno dal divano l’avrebbe giudicata inutile. Anzi, no. Non l’avrebbe giudicata,. Avrebbe dormito. Rachel Jury sulla rivista Rouleur se ne dice cera, giacché “nemmeno i corridori delle squadre minori hanno voluto tentare la fortuna di una fuga dall’inizio. L’unico divertimento è stato uno sprint intermedio per i punti della maglia verde, a metà percorso, e un breve allungo a due di Anthony Delaplace e Benoît Cosnefroy”.
Così è andata ieri al Tour. I ciclisti scherzavano e chiacchieravano fra loro, i commentatori della tv discutevano di cosa avevano mangiato a pranzo. Fino a quando, racconta Rouleur e raccontano tutti, il gruppo non ha iniziato ad annusare il traguardo. Con l’avvicinarsi degli ultimi chilometri, la corsa si è trasformata. La noia durata quattro ore è diventata eccitazione, adrenalina, eccesso. Si sono formati i gruppi dei velocisti e sono cominciati i tuffi intorno alle rotatorie, “a una velocità che faceva battere battere il cuore solo a guardarli. Dal pisolino sul divano siamo passati a sobbalzare sulla sedia”.
| Guy van den Langenbergh sul giornale belga Het Nieuwsblad ha scritto che è giunto il momento per il gruppo di passarsi una mano sulla coscienza, alla ricerca di uno sport che sia più sicuro per tutti“. L’immaginifico Alexander Roos, inviato di punta de L’Équipe, dice che ormai siamo fatti così, dal divano non sopportiamo più quando le cose non vibrano, e ieri gli è parso di vedere “un capolavoro di tappa in formato pigiama party”, una cosa che non si addice al telespettatore, il quale pensa che “devono accorciare la distanza delle tappe dedicate ai velocisti, compattare i format, mettere strappi ovunque, frustare questi muli di corridori, per accontentare i drogati di channel surfing, illuminati come palle stroboscopiche da discoteca. Ma perché non godersi un po’ di tregua, di lentezza?”. Segue elogio della birra Tourtel in sala stampa, con la consapevolezza che Pierre Chany e Antoine Blondin, le firme storiche del Tour “avrebbero scioperato per assai meno”. È stato un giorno “di dolcezza prima della boxe” [sempre Roos], dove la boxe sta per la scalata dei Pirenei, che inizia addirittura oggi, al quarto giorno. Si va verso Laruns attraverso il Col de Soudet e il Marie Blanque, domani si arriva in cima a Cauterets dopo aver scalato l’Aspin e il Tourmalet. “Il Tour de France – dice Roos – è un anacronismo, una corsa di resistenza, una transumanza, che comporta il lungo tempo della ricerca e dell’avventura”.
| Ah, certo. La tappa, lo sprint, è stato vinto di nuovo da Jasper Philipsen, il vagone che la locomotiva van der Poel porta fin sotto la linea del traguardo. Giovanni Battistuzzi sul Foglio la racconta così: “Jasper Philipsen non ha una fionda in dotazione, ma ha la fortuna di avere in squadra Mathieu van der Poel, che non è una fionda, è molto meglio. È una specie rara di mago che ha la capacità ad accorciare lo spazio e ad accelerare il tempo.
In quel gioco di spallate ad alta velocità e traiettorie ballerine che è andato in scena nel circuito di Nogaro, Jasper Philipsen sembrava spacciato agli ultimi cinquecento metri. Era indietro, troppo indietro. La vittoria sembrava essere destinata ad altri, a tutti quelli, e non erano pochi, che si trovavano davanti a lui. Poi è entrato in scena Mathieu van der Poel. L’olandese ha trovato uno spazio buono per passare, ha rimontato una decina di posizioni, ha aumentato la velocità. Quando si è spostato – il tutto è avvenuto in qualche centinaia di metri – Jasper Philipsen si è ritrovato quasi in testa. Toccava solo a lui. Doveva fare quello che sa fare meglio: pedalare velocissimo. Lo ha fatto”.
| Philipsen punta alla maglia verde, la maglia del leader della classifica a punti, solo che il verde non è più lo stesso di sempre, signora mia, non esiste più il verde di una volta. Ne ha scritto Diebrecht De Smet sul giornale belga Het Nieuwsblad raccontando come è nata questa tradizione. Era il 1953 e il verde aveva a che fare con il primo sponsor, La Belle Jardinière, “non un’azienda di giardinaggio per tagliaerba – equivoco persistente che sta facendo il giro del mondo – ma una catena specializzata in abbigliamento casual. Il verde era il colore che usava nelle sue pubblicità”. Quando La Belle Jardinière si fece da parte nel 1967, la maglia rimase verde brillante grazie a uno sponsor come la società di gioco d’azzardo PMU, per 25 anni. Solo nel 1968 il verde diventò rosso, per accontentare il marchio di bibite SIC Champigneulles. E adesso ci risiamo. Il verde ha ritoccato la sua tonalità per l’arrivo di Skoda, il design della maglia è stato rivisto dall’azienda bergamasca Santini che la produce insieme con la maglia gialla. Ci sono parecchi Brontolo in giro, come sempre succede quando lo sport tocca le sue tradizioni. La Bora-Hansgrohe ha patito le conseguenze più concrete. Ha dovuto cambiare le sue divise dopo la prima tappa e tirar fuori la vecchia maglia, perché le nuove erano troppo simili al verde Skoda.
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cosa ci aspetta I PIRENEI ► Anthony Clément scrive ancora su L’Équipe che le tappe di montagna si corrono quest’anno “in un contesto appesantito dalla caduta fatale a Gino Mäder in Svizzera, una tragedia che ha riacceso le discussioni sulla sicurezza”. L’inizio delle tappe di montagna al Tour 2023, da oggi, non segna solo il ritorno dei brividi per gli attacchi in salita ma pure il terrore per le acrobazie in discesa e “il gruppo non può sottrarsi – si legge – alle idee più cupe, perché questo dramma è rimasto nella mente di tutti. Tutti sono consapevoli che il rischio zero non esisterà mai, ma il diritto all’errore – scrive ancora Clément – passa attraverso protezioni aggiuntive. I 100 km/h sono diventati una routine”. Pierre-Yves Thoualt, vicedirettore del Tour promette che in alcune curve saranno montati materassi assorbenti.