IL TOUR DE FRANCE DI JACQUES SEDENTEUR |
9a tappa: Pau-Laruns
Questa Italia senza grimpeur né moschettieri
Il merito del Tour, pensavo, dipende dallo spirito, nel caso conservatore, di noi francesi che non cambiamo mai nulla radicalmente. Lo scheletro magari ne può venire deformato mai distrutto. Una specie di Wimbledon che si attraversa sui pedali, dove al posto dei prati ci sono le cime. Puoi evitare il Galibier e il Tourmalet, puoi scegliere di non passare per il Ventoux e l’Alpe d’Huez come quest’anno, ma l’esagono avrà sempre sei lati e li devi solcare. Il Soudet è una salita che illude, verde, comoda, vorrei dire finanche accogliente, questo all’inizio, poi ti tira coltellate alle gambe con certe pendenze intorno al 10%, alternate qua e là a tratti meno complicati. Fabio Aru è andato alla deriva prima ancora di annusarla e io sono qui a domandarmi che ne sarebbe dell’Italia, cosa ne sarebbe stato, se il Tour non avesse compiuto l’unica rivoluzione della sua storia, cancellando la corsa per Nazionali.
C’è stato un tempo nel quale Fabio Aru sgranocchiava salite come torrone di Tonara. In bello stile, in piedi sui pedali, dalla sua bocca contorta s’intuiva la portata dello sforzo. Quattro anni fa aveva nelle gambe fuochi d’artificio. Una Nazionale italiana avrebbe avuto il dubbio se fare di lui il capitano. Lui e non Nibali, intendo. Invece adesso l’Italia è smarrita, già quattro ritiri, un solo corridore entro i 4 minuti (Caruso), il suo campione nazionale a casa (Nizzolo), l’Italia è stemperata nel ciclismo internazionale dei nuovi paesi che emergono e finanche la Slovenia che sta appena alla frontiera pare irraggiungibile. Aru che scatta sul Col de la Lusette, storia di giovedì, e i signori del gruppo che lo lasciano andare, è una scena malinconica come una canzone di Cocciante.
Finisce la storia sua e di una inesistente Nazionale 2020 proprio qui al Soudet, dove si arriva su una valle chiamata dei Moschettieri perché avrebbe dato i natali a D’Artagnan e Aramis. La città di Arette si è nominata da sola loro patria. Dumas li aveva definiti per conto suo «tre bastardi figli della mia immaginazione». Qui si sono insubordinati. Dicono che allora questo signor Dumas farebbe bene a spiegare come mai nei paraggi esista un castello dei conti Porthos, un villaggio che si chiama Aramitz e un altro borgo che si chiama Athos. Dumas, come si sa, non è in grado di discolparsi, e nemmeno l’Italia, incapace di correre tutti per uno, e uno per tutti, senza un uno e senza un tutti. Resta al massimo un Daniel Oss, uno che si fa mettere alla frusta in quanto gregario, se occorre e quando occorre.
Ma sul Marie-Blanque, che sa essere più perfido del Tourmalet, mi volto e non vedo i grimpeur che ricordo – non voglio dire in Pantani – ma nemmeno in Guerini, Massi, Simoni, Roberto Conti, Pellicioli, Basso, nella solennità di certe figure incontrollabili eppure rigorose come Beccia e Panizza, in certi cavalli disciplinati e imprevedibili come Fincato, Caucchioli, Lanfranchi. Dove sono mai più.
Il mestiere del grimpeur è di destra o di sinistra? Non sono domande oziose, Una volta se ne occupò le Figaro, ai tempi di Pantani. Perché Marco da giovane, ragazzo di Romagna, della “rossa” Romagna, era stato un militante, prima che gli venisse in soccorso la bicicletta. Pedalare, scrissero i miei amici del Figaro, lo aveva salvato dal “torrente di una passione amorosa distruttrice”. Una tesi che non poteva lasciare indifferenti. Corremmo a dirglielo, un pomeriggio, sotto l’albergo, alla fine di una tappa, e lui con quegli occhietti smarriti e piccoli piantati in mezzo al Ventoux che aveva al posto della testa, rispose: “Ma in Romagna siamo tutti rossi: che male c’è?”.
Uno per tutti, l’Italia non ha più nessuno.
Amen.