Diario del ’66 – Pasolini a Cannes e il primo senatore nero negli USA

Il 14 maggio del ‘66 è un sabato, all’Inter mancano due punti per diventare campione d’Italia e li cerca a San Siro con la Lazio. Devono portare allo scudetto della stella. Solo la Juventus ne ha una sulla maglia.  I giornali stanno raccontando l’iter della Legge in Senato per l’amnistia e l’indulto, gli insegnanti delle scuole medie rinunciano allo sciopero dopo aver incontrato con i loro rappresentanti sindacali il presidente del Consiglio Aldo Moro, mentre emerge che l’esperimento della Cina con una bomba esplosa il 9 maggio non riguarda un ordigno all’idrogeno. 

Le pagine di cultura raccontano l’esposizione di un pittore molto speciale alla galleria Gianferrari di Milano. È lo scrittore Dino Buzzati che “dovesse scegliere tra il Nobel per la letteratura e la commissione d’un quadro, anche piccolo dal Louvre, direbbe subito Louvre”. 

Dal festival di Cannes, in attesa di vedere il Dottor Zivago, arriva “la tiepida accoglienza” per Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini secondo il Corriere della sera, mentre per l’Unità si tratta di “un buon successo”. Sul quotidiano del PCI, Aggeo Savioli si domanda: “Il film intende significare la fine delle ideologie? Piuttosto un loro aggiornamento (dice Pasolini, ed è questo anche il nostro parere), un loro svincolamento dal peso del passato: il corvo chiacchierone e saputo muore, mangiato dai due protagonisti, così come muore quanto di vecchio c’è nell’umanità. Il finale del film è volutamente sospeso tra disperazione e speranza, così come sempre sospesi tra il buio delle viscere e la luce della razionalità sono i temi e i personaggi di Pasolini”.  

Il Corriere della sera trova che “il film si solleva quando l’ideologia, il dibattito, le tesi sono meno opprimenti: alcune sequenze (quella del dialogo con i falchi e i passeri; la cacciata dei farisei dal luogo di preghiera) sono suggestive. Disturbano le canzoncine, la voce didascalica fuori campo”, ma soprattutto trova che “Totò è straordinario” giudicando un peccato che non sia in conferenza stampa in Francia. “Il film si giustificherebbe anche solo per la sua presenza, in un ruolo arduo, bilicato tra favola e realtà, e che consente al grande attore d’impegnare tutte le virtù della sua maturità”. 

La Stampa definisce Pasolini “un marxista in crisi spirituale” e considera che anche in Uccellacci e uccellini, o qui più che altrove, c’è un certo imbroglio tra ispirazione e ideologia, o addirittura un caos; anche qui sono i cedimenti del regista che mutua da altri (Chaplin, Rossellini, Fellini) o si distrae nell’estetismo dell’immagine improvvisata; ma viene poi sempre il momento che la mano del poeta si fa sentire (l’episodio dei fraticelli, la figura, tutta freschezza, di Ninetto, il baleno di quella Luna, la campagna bellissima, e un senso così propriamente italiano di tutto il rappresentato), e allora bisogna tornare a convincersi che Pasolini è uno dei pochi veri registi di «rottura» nel senso che morde in qualcosa di superiore e di arcano rispetto al cinema tradizionale. Questo regista non è di quelli che tormentano gli attori illustri, li ospita graziosamente. È stata una fortuna per lui imbattersi in un Totò, che pur lasciato a sé stesso, ha saputo scegliersi la sua misura, così da riuscire nel medesimo tempo divertente alla sua maniera e a quella voluta dall’autore.

Ma in questo spazio dove cerchiamo nella cronaca del tempo un anticipo di futuro e di cambiamenti, spicca un pezzo a pagina 5 del Corriere della sera. Giuseppe Josca da Nuova York riferisce l’ascesa di Edward Brooke, procuratore generale dello Stato del Massachusetts, che ha molte probabilità di diventare il primo senatore nero del paese. Non come episodio locale, ma come incrinatura reale dentro l’architettura del potere americano. Josca mostra bene quanto la sua avanzata passi attraverso filtri sociali, culturali e politici molto precisi. Quale procuratore occupa la più alta carica elettiva ora affidata a uno della sua razza negli Stati Uniti, ha una posizione di leadership nel partito repubblicano

Brooke non è soltanto una candidatura forte. È una figura che costringe gli Stati Uniti a misurarsi con il proprio ritardo democratico. Però il pezzo non si ferma alla cornice eroica. Va dentro il modo in cui l’America bianca seleziona e promuove. Ed è molto utile che lo dica senza ipocrisie, con passaggi che oggi non troverebbero cittadinanza. Brooke è in realtà un nero di “pelle leggera” (la definizione è sofisticata e à la page e chi ha una colorazione appena sospetta) e quindi non suscita immediati e improvvisi richiami razziali. Ma per quanto i neri americani si distinguano in una lunga e complessa gamma di tinte, che vanno dal nero-secco al bianco-biondo, bisogna ricordare che la classificazione razziale non è qui un problema di pelle, bensì di sangue. Il Mississippi e altri Stati del Deep South considerano neri perfino individui il cui colorito si è diluito fin quasi a scomparire attraverso successivi incroci, ma che sono bollati da un remoto marchio d’origine.

Questo è il centro storico del testo: Brooke emerge, ma emerge dentro un paese in cui la questione razziale resta quasi biologizzata, ossessiva, amministrata da codici sociali durissimi. Non basta apparire integrabile, il sistema continua a definire l’appartenenza con regole che precedono l’individuo. Il Corriere vede bene il carattere specifico del Massachusetts, cioè di un ambiente che si pensa avanzato, colto, quasi immune dal peggio, ma che resta pur sempre un mondo di club e dinastie, vecchi ceti dirigenti. Ed è qui che Brooke diventa un test per gli USA. Ora, per uno di quei paradossi che sembrano caratterizzare l’evoluzione storica e sociale del Massachusetts, è toccato proprio a un nero il compito di guidare la campagna contro il malcostume. Edward Brooke si è gettato con ardore nella battaglia di risanamento morale. Ha fatto licenziare un gran numero di funzionari disonesti. La sua fama, tuttavia, non è dovuta soltanto a questo scontro con il sottobosco politico-amministrativo. Il procuratore generale è distinto anche come promotore di ogni legge in favore del progresso umano e civile. E già nel 1964 la sua popolarità era tale, che nessuno si meravigliò al vederlo vincere contro la schiacciante maggioranza di voti nel territorio di Johnson e del partito democratico

Brooke è dunque un uomo d’ordine, di reputazione pubblica, di severità amministrativa e insieme di apertura civile. È questo che lo rende spendibile oltre il recinto simbolico. È il racconto, insomma, dell’apparizione di un protagonista nuovo, ma senza fingere che quel nuovo sia normalità. È un passaggio ancora fragile e filtrato, pieno di condizioni. La novità riferita da Josca non è la rivoluzione di Brooke, ma il fatto che l’America, per lasciarlo emergere, fosse costretta a rivelare sé stessa.

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