
Il 6 aprile nel ‘66 è un mercoledì, e i giornali raccontano di Kossighin che al congresso dei comunisti di Mosca manifesta fiducia “nella coesistenza pacifica”. Fa caute promesse ai cittadini russi per un migliore livello di vita, ma è svanito l’ottimismo di cinque anni prima, quando parlava di raggiungere l’America. Ci tiene infatti a sottolineare soprattutto che non si devono ripetere gli errori di calcolo di Kruscev.
Ma in questo posto dove cerchiamo tracce di futuro anticipato, spicca la confessione di François Mauriac a La Stampa. Lo scrittore premio Nobel dice che non gli viene più da scrivere niente, perché l’età delle passioni è andata, e senza passioni non ci sono romanzi da aggiungere agli altri. Ha 76 anni e si dichiara troppo vecchio per capire i giovani Dice che non basta essere uno scrittore affermato, un uomo che ha attraversato il secolo, per avere ancora un accesso naturale al presente. È una posizione rara, perché rinuncia a quel privilegio molto adulto e molto intellettuale di sentirsi sempre competente su ciò che viene dopo. Superiore, anzi, non competente.
Eppure, Mauriac è più sottile. Non trasforma la propria estraneità in una condanna dei giovani. Dice di non capire perché dipende da lui, dal suo tempo, dalla sua formazione, dalla sua età. Siamo appena prima che il discorso sui giovani esploda in forma più conflittuale e Mauriac avverte come il rapporto tra le generazioni non possa più essere governato con la continuità culturale.
È uno scrittore anziano, cattolico, moralista, abituato a parlare al suo secolo, ma il secolo gli è scivolato di mano. «Quando cominciai a scrivere, da giovane – dice a La Stampa – esistevano parecchi scrittori che io consideravo maestri e che tuttavia mi sembravano non leggessero nulla per capire la nuova generazione». In sostanza, non vuole cascara nella trappola di chi lo ha preceduto. «Posso dire che non capisco niente… Alla vostra domanda rispondo perciò che non mi sento in diritto di giudicare, perché sono vecchio, o, se volete, perché sono troppo vecchio».
Mauriac era stato il grande romanziere della borghesia francese di provincia, soprattutto quella del Sud-Ovest, e dentro quel mondo aveva scavato, per mostrarne la combustione morale interna. I suoi personaggi non fanno cose enormi. Tramano, desiderano male, pregano male, amano male. È uno scrittore di coscienze che si torcono, ossessionato dalla grazia e dalla caduta, dalla possibilità del bene dentro creature mediocri e infelici. Per questo i suoi romanzi hanno qualcosa di severo e claustrofobico.
«Voi vedete – dice all’inviato de La Stampa che lo intervista – che posseggo qualche quadro. Ebbene io non sono un particolare intenditore di pittura. Ho appreso a guardare un dipinto dopo la guerra del ’14 da un mio amico pittore che possedeva dei Renoir, dei Manet e altri quadri di valore, un pittore che fra l’altro aveva fatto un ritratto a Proust: Jacques-Emile Blanche. Ebbene tutto quello che Blanche mi insegnò allora oggi non mi serve più a niente; o mi serve forse solo a sentire che la pittura d’oggi mi fa una gran pena. Picasso è un anarchico che ha fatto saltare la casa … Mi dicono che ci sia anche una musica d’oggi. Per quel che mi riguarda, ho un orecchio vecchio, non la sento, non dico che sia male, dico che non entra nel mio orecchio vecchio».
E il Napoli inventa le card
Ci sono orecchie vecchie e orecchie nuove anche nel calcio italiano. A Napoli, intorno alla squadra neo-promossa e al secondo posto dietro l’Inter, il presidente Roberto Fiore lancia un’iniziativa perfino troppo moderna per il 1966.
«Nei giorni scorsi – dice ai giornali – ho avuto una serie di contatti con esponenti di ditte, e con titolari di negozi per mettere a punto un nuovo piano, che, penso, incontrerà un grande successo tra gli sportivi napoletani. Si tratta di questo: noi chiederemo a tutte le più grandi società italiane, ai grandi magazzini, ai titolari dei più noti negozi cittadini (ed abbiamo già avuto una risposta positiva in merito) di praticare uno sconto speciale ai nostri abbonati. Non so, uno ha bisogno di acquistare mobili, oppure di fare spese In un grande magazzino, ha bisogno di scarpe o di vestiti, di un sarto o di un parrucchiere: bene, potrà rivolgersi a quelle ditte convenzionate con il Napoli, sicuro di acquistare bene e, per di più, di risparmiare».
La Stampa commenta: “Non sappiamo, francamente, se l’idea avrà un seguito pratico. Il calcio, comunque, rappresenta un fenomeno di notevoli dimensioni che, come si vede, sta valicando le frontiere del semplice e puro fatto sportivo, per tradursi in qualcosa che tocca da vicino branche intere dell’attività cittadina, allargando la sfera degli interessi”.
Fiore sta anticipando alcune cose a cui oggi diamo dei nomi in inglese. La prima è la membership. L’abbonato non è più solo uno che entra allo stadio ma un soggetto riconoscibile,il membro di una comunità con dei privilegi. La seconda è il marketing convenzionato. Il Napoli si propone come intermediario di fiducia tra tifoso e commercio cittadino. La terza è la territorializzazione del tifo, la quarta la monetizzazione dell’appartenenza. È un’idea che inventa le card e le partnership. Inventa una forma embrionale di welfare identitario. È tutto ancora grezzo, quasi artigianale. Ma non ha una lingua. Non c’è il brand management e non c’è la customer retention. Eppure ci fa annusare un’aria nuova, un mondo in cui il calcio non sarà più soltanto un gioco, uno sport, e neppure solo uno spettacolo, ma un dispositivo di consumo, appartenenza e circolazione economica.