
Solo una settimana fa, Carlitos Alcaraz era il giocatore più implacabile che potessimo immaginare sul cemento. Girava una statistica a sostenere suggestioni e ragionamenti. Nei suoi primi 200 match sul cemento, una superficie su cui non è nato, Alcaraz ha vinto 158 volte. Un passo superiore a quello tenuto da quasi tutte le leggende allo stesso momento della carriera. Sampras ne aveva vinti 155, Djokovic 153, Agassi 152, Nadal 150, Federer 145. Alcaraz era finanche davanti a Sinner – a sua volta a 154 – eppure considerato su cemento più a suo agio. Questo si diceva. Una settimana fa.
Ma come si sa, una settimana un giorno solamente un’ora a volte vale una vita intera. Carlitos è uscito a Indian Wells in semifinale con Daniil Medvedev e l’altra sera a Miami con Sebastian Korda. La Curva Sinner fa calcoli per stabilire il momento del possibile sorpasso. Lo spagnolo potrebbe perdere il numero 1 al mondo, ma il punto non è nemmeno questo. Il punto è in questa improvvisa condizione di vulnerabilità psicologica che lo ha spinto a quello sfogo durante la partita [«Non ne posso più, voglio andarmene a casa: subito»] e che lo lo fa camminare con la convinzione di avere un bersaglio dietro la schiena. Ha detto esattamente così. Un bersaglio dietro la schiena.
Carlitos pensa che tutti vogliano batterlo e che tutti provano a giocare meglio contro di lui. Carlitos, in sostanza, pensa un’ovvietà. Intanto perché è sempre così. Tutti vogliono battere tutti. Secondo: perché per pensare di provare a battere il numero 1 bisogna alzare il proprio livello di gioco. Solo che Carlitos non le sta pensando come un’ovvietà da vivere nella sua condizione di miglior tennista del mondo, ma come una mania di persecuzione – e qui la faccenda diventa seria.
Il gioco di Alcaraz è basato sulla pressione e sull’elettricità. Questo però dà ritmo agli avversari. A differenza di un Djokovic che ti soffoca lentamente, o di un Nadal che ti distrugge fisicamente, Carlos sfida spesso a chi tira più forte. Sono tanti in circuito quelli che non hanno paura di scambiare a 150 km/h. Alcaraz sta solo vivendo quello che hanno vissuto tutti i Grandi nella loro carriera. La differenza è che si tratta di un ragazzo ancora di 22 anni, che deve imparare a vincere anche quando l’avversario gioca il match del secolo. Ma accanto al ragionamento tecnico, ce n’è un altro.
Alcaraz manda segnali di logoramento dell’Io. Le sue parole sono rivelatrici di un affanno profondo, una sindrome da accerchiamento. Alcaraz sta psicologicamente accettando l’idea di essere la causa del livello degli altri. È un carico cognitivo enorme. Invece di concentrarsi sul suo gioco, l’attenzione si è spostata sull’intenzione dell’avversario. Un meccanismo che crea una iper-vigilanza. Gli prosciuga le energie mentali ancora prima di scendere in campo.
Se pensi che tutti facciano la partita della vita contro di te, il tennis smette di essere non solo un gioco, ma perfino una partita, perfino agonismo. Diventa una lotta per la sopravvivenza. Clinicamente, porta all’esaurimento della motivazione e al subentro di un’ansia da prestazione costante. Alcaraz non gioca più per divertirsi, non gioca più per vincere, gioca per non essere abbattuto.
Pensare che l’altro stia facendo la partita della vita è anche un meccanismo di difesa proiettivo. Se perdo, non è perché ho giocato male io, ma perché l’altro ha fatto l’impossibile. È un modo per proteggere la propria autostima da crepe profonde, ma è un cassetto con il doppio fondo. Se ti convinci che gli altri siano sempre al 120%, inizi a sentirti impotente.
Alcaraz si ssente solo in cima a una piramide. Socialmente e psicologicamente, avverte una caccia all’uomo. È una condizione che può provocare un irrigidimento muscolare e mentale, quello che abbiamo visto in alcuni suoi recenti blackout, dove il corpo smette di essere fluido perché la mente è in modalità scudo alzato.
Paolo Bertolucci sulla Gazzetta di stamattina si dice sorpreso. “L’aspetto che mi ha colpito di più è stato che Alcaraz era riuscito a rimontare. Pensavo che, come capita nel 99% dei casi, il numero 1 al mondo prendesse in mano la situazione e portasse a casa il risultato al terzo set. Invece questa volta è stato il giocatore sfavorito a prevalere. Paradossalmente, se avesse perso 6-3 6-3 contro una versione assolutamente da fantascienza di Korda sarebbe stato più normale. Carlos dovrebbe sapere che questa è la croce che si portano addosso i più forti”.
Daniel Arribas su El Pais ha scritto una cosa interessante – sebbene lo spunto di partenza fosse [apparentemente] un altro.
“I neuroscienziati più importanti del mondo concordano sul fatto che il mito secondo cui la vita accelera con l’età rimane inspiegato. Quel che è certo, ed è stato dimostrato, è che, a prescindere da ciò che facciamo, il tempo scorre inesorabile per tutti. Nello stesso arco di tempo in cui Alcaraz, Doncic o Pogacar sono diventati ciò che sono oggi – una vita intera per molti, un battito di ciglia per altri – centinaia di migliaia, forse milioni, sono scomparsi. Un’infinità di nomi che non conosciamo e che non conosceremo mai. Un altro esempio che, contrariamente a quanto molti vorrebbero farci credere, il tempo non premia l’impegno; semplicemente scorre. Manuel Vincent ha scritto che il mare è una serie di onde successive, proprio come la vita è composta da giorni e ore che scorrono l’una dopo l’altra . Ed è vero. Ogni giorno che passa, ci allontaniamo da quel pomeriggio in cui sognavamo quell’obiettivo, quel punto, quella corsa, e ci avviciniamo a qualcuno molto più giovane, che ancora non conosciamo, che lo raggiunge per noi. Ogni mattina che ci svegliamo, quindi, ci avviciniamo a qualcuno più giovane di Doncic, Alcaraz e Pogacar che li supera, proprio come loro hanno fatto con chi li ha preceduti. Una meravigliosa e inquietante ripetizione ciclica”.