Il pacificato Guardiola di fronte al Real

Potrebbe perfino essere l’ultima volta, chi lo sa, chi lo può sapere. Quando il sorteggio della Champions mandò Guardiola al Bernabéu nel febbraio del 2020, poco prima che il Covid ci rinchiudesse dentro casa con la falsa promessa che ne saremmo usciti migliori, erano trascorsi meno di due anni dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza del parlamento regionale catalano da Madrid. Pep mancava dalla capitale dal 2014 e tornò da ribelle, da sostenitore dell’idea che Barcellona dovesse essere un’altra cosa, tornò da manifesto vivente di un’idea. Pol Pareja ha scritto una volta sull’Huffington Post che Guardiola ha rappresentato l’immagine che gli indipendentisti catalani volevano trasmettere di sé stessi: un tipo colto, calmo, poliglotta, educato, un grande professionista. Sua sorella Francesca si è laureata in filologia e letteratura catalana all’Università di Barcellona. Ha fatto una carriera all’ombra di Artur Mas e Carles Puigdemont come ambasciatrice della catalanidad presso i paesi nordici.

E adesso? Ancora tu, diceva ieri Marca nell’avvicinamento a questa nuova visita, in un nuovo Bernabéu e forse pure con un nuovo Guardiola. Il rapporto tra Pep e la capitale è passato da un’aperta ostilità politica e sportiva a un rispetto istituzionale quasi distaccato. Dalla Trincea al Rispetto. Se in passato Guardiola ha incarnato la resistenza regionale contro il centralismo di Madrid, oggi gli scappa di parlare del Real come di un punto di riferimento. Succede proprio nel momento in cui la cronaca mette nell’altra metà del campo Alvaro Arbeloa, l’incarnazione del madridismo più identitario, più battagliero, più mourinhista. Guardiola sta all’estetica catalana come Arbeloa alla milizia di José. Ha preso il posto della diplomazia di Ancelotti. In altri tempi, le due visioni del mondo e del calcio opposte e viscerali avrebbero potuto produrre una vigilia di scintille e di brace.

Invece arriva un Pep che manda segnali diversi.

 

 


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