Sarà il littlerismo a divorare Luke Littler

  

Le prospettive dell’adolescente milionario delle freccette

Luke Littler si è seduto davanti ai microfoni con l’aria di chi voleva essere altrove. Ha guardato le file di sedie, ha atteso che gli altri finissero di parlare, ogni tanto mandava un messaggio dal telefono. È la parte del lavoro che non gli è piaciuta. Ma c’è una regola non scritta, se sei lì, in conferenza stampa, vuol dire che hai vinto. Diciotto anni, due titoli mondiali consecutivi, dieci Major conquistati in appena ventuno tentativi, il primo assegno da un milione di sterline incassato nella storia delle freccette. È il centro gravitazionale del gioco. Lo sa lui, lo sanno gli altri, lo sa il pubblico che lo ascolta quando dice, con un mezzo sorriso: «Probabilmente siete stanchi di vedermi. Ma io sarò qui per molti anni ancora».

Il Guardian con Jonathan Liew racconta allora la sensazione che Littler non stia solo vincendo, ma stia normalizzando il concetto di vittoria in una disciplina dove la profondità del campo propone una continua alternanza di vincitori. Come nel golf.

Se dodici mesi fa sembrava emotivamente e fisicamente svuotato dopo il primo titolo mondiale, oggi appare lussuosamente abituato a quella sensazione. E questo, di per sé, è l’avvertimento più stridente per chi lo insegue: se pensavano fosse difficile batterlo quando voleva solo vincere, provino ora che si aspetta di farlo”.

La finale con Gian van Veen è stata quasi crudele. Non tanto per il punteggio, quanto per l’effetto psicologico, con la consapevolezza debilitante che una manche da quindici frecce in partenza potrebbe non bastare – scrive Liew – che quel 96 o quel 127 probabilmente dovrà entrare, che anche un vantaggio di 200 punti non è affatto inattaccabile. Van Veen ha detto che «se lasci una doppia dopo dodici frecce, spesso non torni nemmeno al tiro, perché lui è fortissimo. Sbagliare significa perdere».

Succedeva ai tempi di Phil Taylor, il paragone che in questi giorni è una trappola invincibile. Per atteggiamento e aggressività – scrive Liew – Littler è probabilmente la cosa più simile che questo sport abbia visto da quando Taylor vinse il suo ultimo titolo mondiale nel 2013. Ma le somiglianze finiscono qui. Taylor era ossessivo, divorato dal lavoro e dal denaro. Littler pratica quanto basta, e il denaro resta – almeno per ora – un dettaglio, anche se in quarantatré minuti ha guadagnato quasi quanto Taylor in sedici titoli mondiali.

L’idea del record aleggia. Sedici mondiali. Ma ce ne sono 14 ancora da vincere. Tantini. Littler non scansa la domanda, ci pensa davvero. «Ovviamente è lontanissimo. Quattordici da fare? Altri quindici, sedici anni direi». Jonathan Liew prova a mettere ordine nell’euforia: Penso che Littler possa arrivare abbastanza in fretta a cinque titoli mondiali. Forse anche sette o otto con il vento giusto. Potrebbe aggiungerne un paio negli anni successivi. Ma sedici? Seriamente, no.

Il motivo non è tanto negli avversari attuali, quanto nel futuro che Littler stesso sta accelerando. Il prossimo Luke Littler potrebbe emergere letteralmente da qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Il Guardian racconta di un quindicenne mongolo che vive all’ambasciata di Kensington, già capace di medie sopra i 90. Di adolescenti che giocano da due anni appena. Di ragazze che vincono titoli giovanili. È una rivoluzione che Littler stesso ha contribuito a innescare, e l’ironia è che un giorno quasi certamente finirà per divorarlo. Le acque stanno correndo veloci.

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