Lo sci è uno sport bastardo, ci si fa male
Federica Brignone
Il ritorno di Federica Brignone
Certe volte la forza di un corpo non sta nella rapidità della guarigione, ma nella precisione di una profezia. Ogni atleta che si rompe sa che la chirurgia può fare molto, ma che la vera riabilitazione inizia con un atto di volontà mistica: fissare una data. Un giorno esatto sul calendario che diventa un totem, un traguardo mentale a cui il corpo straziato è costretto a obbedire. È qui che la mente esercita la sua signoria più oscura e affascinante sui muscoli e sulle ossa. Non è che il dolore sparisca, ma viene riorganizzato, viene indirizzato verso una data. Quella data. E il corpo, fedele e riluttante servitore, si piega. Non sempre. Ogni tanto.
Quello di Federica Brignone sì. Nel suo profilo di autolesionista di successo, come la definisce Paolo De Chiesa, c’è questa capacità di masticare il dolore, di buttarsi giù per salire su. In questi nove mesi passati in officina a sistemare l’infortunio che rischiava di farle perdere i Giochi olimpici invernali in casa – dopo essere stata molto tentata nelle stagioni scorse dall’idea di fermarsi prima, non arrivarci – in questi nove mesi molte volte deve aver smesso di accontentarsi del piccolo progresso fatto quel giorno pensando al successivo, e quello dopo, quello dopo ancora, senza cadere nella trappola dello sconforto e guardare indietro ai 14 anni passati. La sua storia non è fatta di tante assenze prolungate come quella di Sofia Goggia, ma per altri motivi ha vissuto ritorni puntuali, quasi arroganti.
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Così, nell’ammirata osservazione di prodezze che solo certi corpi fuori norma sanno esibire sotto il naso di chi si accascia sul divano con 36.8 di febbre, quella tigre che porta sul casco è la rappresentazione visiva di questa fame, questa capacità di azzannare la felicità anche quando il corpo vorrebbe solo riposare. «Qual è stata la cosa più difficile di questi mesi? Non avere dei tempi, non avere una deadline, non avere la sicurezza nemmeno di un’esistenza normale. Ma ora tutto mi pare più facile» ha detto ieri parlando del suo rientro al cancelletto.
Ha usato l’ipnosi e la meditazione, e adesso Kronplatz. This must be the place. Plan de Corones in ladino, una montagna delle Dolomiti che divide la Val Pusteria dalla val di Marebbe, da Brunico sono tre chilometri. Sul versante tedescofono un tempo veniva chiamata Spizhörnle o Hühnerspiel, e la presenza del vocabolo Huhn [pollo] ha suggerito di usare un gallo come mascotte della stazione. I tredici tornanti della strada che conduce in cima sono dedicati a tredici campioni di ciclismo che hanno vinto il Giro d’Italia [sì: ci sono Bartali, Coppi e Pantani].
Tredici è anche il numero del pettorale con cui riparte Brignone. Uno dopo Sofia Goggia [uscita di pista dopo una ventina di secondi, si è inclinata troppo]. Deve essere un messaggio subliminale. Le ha portato fortuna per tre volte in Coppa del mondo: ce l’aveva quando vince la combinata di Crans Montana del 24 febbraio 2017, al Super-G di Sochi del 2 febbraio 2020, alla discesa di Garmisch del 25 gennaio 2025. Nessuno le chiede niente, neppure lei chiede un risultato a sé stessa. Quando è arrivata al traguardo, si è lasciata dietro cinque avversarie, su un tracciato impegnativo, pieno di curve. In genere le piacciono, col dolore meno. È stato un giro fra i pali per capire. Non c’è nulla di più affascinante della conoscenza.