Quella cosa che ha fatto il premio FIFA per la pace

 

 

Quella cosa che ha fatto il premio FIFA per la pace

Come forse avrete saputo, il premio FIFA per la pace ha guidato un intervento militare in un paese straniero. Massimo Gaggi sul Corriere della sera spiega che la droga c’entra fino a un certo punto, visto che dal Venezuela parte cocaina e non il temutissimo fentanyl che ha origini cinesi e viene raffinato in Messico. C’entra, invece, molto la visione neoimperiale di Trump. La sua promessa agli americani di non impegnare più soldati Usa in lunghe guerre in regioni remote aveva fatto pensare a un ritorno all’isolazionismo. In realtà il presidente americano continua a usare la forza quando lo ritiene opportuno, e lo fa senza consultare il Congresso, ricorrendo ad attacchi brevi, intensi e mirati: dall’eliminazione del generale Souleimani, ai bombardamenti degli impianti nucleari iraniani, agli attacchi contro ribelli e terroristi, dallo Yemen alla Siria. Nel caso del Venezuela c’è di più: il ritorno alla dottrina Monroe enunciata da quel presidente nel 1823. In sostanza la teoria del «cortile di casa».

Anche Roberto Saviano ha spiegato con un reel su Instagram e con una pagina sul Corriere] come le dinamiche internazionali del narcotraffico c’entrino poco in questa storia. Federico Rampini, sempre sul Corriere, dice che la cattura di Maduro può trasformarsi in un disastro internazionale. Trump ha dato un implicito via libera a Putin e Xi Jinping per fare altrettanto nei rispettivi «cortili di casa». E quindi: io mi prendo il Venezuela, voi fate quel che vi pare con i vostri vicini, Kiev e Taipei non rappresentano interessi vitali per gli Stati Uniti. È una tesi fondata. Ma non è certo che Putin e Xi condividano questa interpretazione. L’idea che Trump avalli un nuovo ordine internazionale fondato su «tre imperi e tre autocrati», liberi di spadroneggiare calpestando il diritto internazionale e imponendo la logica bruta della forza, piace in Europa perché è così che Trump viene descritto fin dall’inizio.

Ma Rampini aggiunge che l’operazione «chirurgica» che è stata la cattura di Maduro, Putin sognava di farla con Zelensky nel febbraio 2022. Quanto a Xi Jinping, respingerebbe con sdegno i paragoni tra Venezuela e Taiwan.

Per Ezio Mauro su Repubblica si è aperta l’era dei cambi di regime. “L’Europa con Ursula von der Leyen ha scelto di stare “a fianco della popolazione venezuelana” (che in questo contesto non si capisce cosa significhi concretamente). … Oggi quell’emisfero diventa un’area geopolitica di sicurezza degli Usa, anzi un dispositivo strategico per la Casa Bianca, che ha mano libera: in questo tempo sospeso, all’interno del continente la sovranità è limitata, Caracas insegna: non è solo l’ultimo dittatore del continente a cadere, è il primo regime-change dell’era trumpiana.

Lucio Caracciolo, ancora su Repubblica, dice che per gli USA la sovranità dei vicini inaffidabili non è limitata: è abolita. Il bollettino della vittoria vale da avvertimento per tutti i regimi non allineati agli Usa nel continente panamericano. Teorema peraltro applicabile secondo necessità al resto del mondo: toglietevi di mezzo, l’America è tornata. Fin qui le intenzioni. Vedremo che cosa ne resterà alla prova dei fatti. Perché porre l’asticella tanto in alto significa esporsi al rischio del fallimento. Trump si gioca tutto, anche contro il sentimento di buona parte dei suoi elettori, che lo aveva votato per risolvere i problemi di casa

Monica Maggioni su La Stampa aggiunge che in molti, ascoltandolo negli Stati Uniti, hanno avvertito una sensazione spiacevole, come di trovarsi in presenza di qualcuno che, ormai, ci ha preso gusto ad andare fino in fondo contro chi si mette sulla sua strada. All’estero, e anche a casa propria 

Andrea Malaguti, direttore del La Stampa, racconta che in cima alla classifica delle vendite dei libri per Natale è balzato questo saggio di Alex Karp intitolato La Repubblica tecnologica, la summa del pensiero americano dominante. Karp è il fondatore di Plantir, azienda della Silicon Valley che fornisce Big Data ai militari e all’intelligence.

Palantir è la prima BigTech che rompe la cultura anti-militarista presente nella Silicon Valley, attaccando direttamente i signori del software che radunano migliaia di geniali ingegneri solo per moltiplicare il denaro nelle proprie casseforti e realizzare effimere app di scambi di foto. La visione di Karp è chiara: «L’élite degli ingegneri della Silicon Valley ha il preciso dovere di contribuire alla difesa della nazione. Non di arricchire sé stessa». Perché là dove i liberali hanno paura di passare, è il sottotesto, arrivano i fondamentalisti. E anche oggi il potere che serve a creare dei danni è un potere che – come sosteneva Thomas Schelling – serve a contrattare. Dunque, fa parte della diplomazia. È questo lo spaventoso scenario di riferimento sposato da Trump, titolare di un esercito tecnologico come mai nessuno in passato. Lo usa. Lo alimenta. Lo stimola. In Venezuela lo ha testato, certo che la stessa visione abbiano i suoi parigrado russi e cinesi. Sicuro che la Grande Accelerazione degli algoritmi possa consentire anche ad un piccolo Paese di generare danni devastanti. Per questo non farà prigionieri, ossessionato dall’idea del controllo totale, in cui democrazia e libertà entrano in contraddizione. La libertà arriva dall’alto. Dalla Casa Bianca. Meglio ancora, da Mar-a-Lago

Come si salva l’Europa? si domanda Malaguti.  Prendendo il largo da questa visione. Investendo in tecnologie, difesa, e coesione. Ricostruendo il proprio universo valoriale. Salutando educatamente l’America. Almeno per un po’. Vasto programma, mentre The Donald ostende i nemici in manette e si bea di successi militari che nessun altro è in grado di realizzare. Si sente un dio. Ha scelto il dio della guerra. Non male per chi pretendeva il Nobel per la pace. Siamo solo al 4 gennaio. Non abbiamo ancora visto niente.

Un editoriale non firmato su El Pais, e dunque riconducibile alla direzione, parla di “operazione che viola il diritto internazionale e apre uno scenario pericoloso. Il rischio in questo momento è duplice. Da un lato, c’è la possibilità che un’operazione militare illegale venga presentata come sinonimo di liberazione democratica. Dall’altro, c’è il rischio che il chavismo usi l’intervento straniero e la cattura del suo leader come pretesto per serrare i ranghi. La comunità internazionale, a partire dall’Europa e dai paesi della regione, deve essere coerente: condannare qualsiasi violazione del diritto internazionale e, allo stesso tempo, riconoscere chiaramente dove risiede oggi la legittimità democratica in Venezuela

Sempre su El Pais, appare un commento di Martín Caparrós – su Slalom più e più volte per le sue riflessioni su Messi, il dualismo con Maradona, sulla rivalità Boca-River, la vittoria della sua Argentina ai Mondiali.

Il titolo è Il fottuto capo e Martín Caparrós regala un attacco di pezzo memorabile: Se qualcuno gli chiedesse cos’è una proposizione subordinata, immagino che il signor Trumpf risponderebbe: – Beh, qualsiasi donna, ecco a cosa servono le donne. Lo scrive così, con la f finale – che in inglese significa più o meno Briscola. Il signor Trump- chiude Caparrós – continua a parlare da solo – il dottor Freud sarebbe fuori di sé – ma di tutte le sue gaffe, la migliore, la più rivelatrice, è stata quando ha chiamato il suo nuovo prigioniero, il signor Maduro, “un dittatore illegale”. A scuola, quando ero piccolo, mi hanno insegnato che essere un dittatore era illegale: che non possono esistere dittatori legali. Sembra che il signor Trump, con il suo subconscio in bella vista, la pensi diversamente – e se qualcuno gli dice il contrario, va a guardarsi di nuovo allo specchio. Il problema è quel che gli dice lo specchio: che sì, lui è il più grande e il più forte, e chiunque lo metta in difficoltà vedrà cosa succede, perché è lui il fottuto capo, quello che decide come va il mondo. L’ha fatto oggi, e nessuno ha detto una parola. Se restiamo in silenzio, diventerà vero, sempre più vero. Non so se reagire – nelle strade, sui media, sui social network, nei ministeri degli Esteri – servirà a qualcosa, ma non reagire è una brutale forma di suicidio. Ora, davvero, è una questione di vita o di morte.

 

Il giusto prezzo da pagare a Infantino 

Oh, a proposito di FIFA. Nella sua rubrica domenicale per Repubbica, Gabriele Romagnoli si domanda come conciliare il profitto della federcalcio mondiale con l’accesso reale delle persone comuni allo stadio per i Mondiali. I prezzi sono fuori dalla portata di molti. La proposta di Romagnoli è ironica e paradossale, porta in Finlandia, dove le multe si pagano in proporzione al reddito. 

La risposta è: Helsinki. Prezzi proporzionati al reddito. Elon Musk o Peter Thiel sapranno ben creare un algoritmo da inserire nella biglietteria on line. Entri, scegli la partita, alleghi la dichiarazione dei redditi, ricevi il tuo prezzo (strategia variabile, no?). Pagando di più avrai anche servizi personalizzati, come la certezza di essere ripreso una o più volte dalla kiss cam. Sessanta dollari per i nullatenenti, sei milioni per Musk e Thiel. Più un grazie per aver fornito il software. Un altro mondo è possibile. Ma dopo il prossimo Big Bang.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.