giovedì 22 gennaio 2026
# 1 giorno alla discesa libera sulla Streif
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► Dagli Australian Open: Musetti ha vinto il derby italiano con Sonego, Mastrelli è stato battuto da Djokovic, Sinner ha iniziato alle 9 la sua partita con Duckworth e ha vinto il primo set. Bolelli e Vavassori fuori al primo turno nel torneo di doppio. Avanti Pegula, Keys e Shelton. Spagna affranta per l’eliminazione di Paula Badosa.
◇ In Australia stanno pure correndo il Tour Down Under. La seconda tappa è finita con una doppietta della UAE, la squadra di Tadej Pogacar, che ha messo Jay Vine e Jhonatan Narváez al primo e secondo posto con un attacco a Corkscrew. Ora l’australiano ha preso la maglia di leader.
◇ Dalla notte NBA arriva invece un risultato da primato. New York ha vinto il terzo derby della stagione con Brooklyn e l’ha fatto per 120-66: 54 punti di scarto sono il massimo della franchigia trentadue anni dopo i 48 dati a Philadelphia [130-82]. I Nets non avevano mai segnato così poco nella loro storia.
Quando il mio corpo sarà cenere, il mo nome sarà leggenda
Jim Morrison
Audi Crooks e la battaglia dei corpi difformi
Venti minuti dopo la sconfitta, quando la Fifth Third Arena non si è ancora svuotata, le luci sono ancora accese, ma l’atmosfera è cambiata, Audi Crooks in genere se ne sta lì con i suoi vent’anni e la sua maglia numero 55 a parlare con le bambine che la guardano dal basso verso l’alto. Quello è il momento in cui tutto è più sopportabile, tutto si regge senza fretta e senza tempesta dentro.
La guardano dal basso perché Crooks è alta un metro e novanta. Ma non è solo l’altezza a farla emergere. Il suo corpo occupa uno spazio in un modo incompatibile con l’idea addomesticata di cosa dovrebbe essere una stella del basket femminile universitario. Ha piedi rapidi. Ha mani morbide che arrivano all’orlo dei pantaloncini. Ha gomiti che aprono varchi tra difensore immobili. Ha spalle che assorbono il contatto. È questo corpo ad averla portata in cima alle marcatrici della Division I, 26,9 punti di media a partita. Ed è lo stesso corpo che rende la sua presenza l’ultimo capitolo di quel romanzo sportivo che non perdona la difformità.
Sports Illustrated ha scritto che Audi Crooks è diventata un caso mediatico non solo per ciò che produce in area, ma per ciò che il suo corpo rappresenta nello spazio pubblico. Le critiche sul fisico accompagnano ogni sua prestazione. Lei le ha trasformate in rumore di fondo, ma tutto ciò richiede fatica, e nessuno avrebbe il diritto di imporla. Come altre donne nell’arena sportiva prima di lei, Crooks rivendica il diritto a essere giudicata solo per l’impatto sul gioco, ma il suo dominio – dice SI – non è mai neutro. Ogni canestro diventa una smentita implicita di chi associa l’atletismo a un solo tipo di corpo. Eppure la presenza sotto canestro ha reso inevitabile una discussione più ampia su stereotipi e legittimità.
Secondo SI, Crooks non ha costruito la propria centralità attraverso il carisma tradizionale, ma con la ripetizione. Tocchi profondi, posizionamento, secondi possessi. La sua cifra tecnica è la persistenza. Iowa State, la sua squadra universitaria, ha finito per orbitare attorno a questa affidabilità quasi ostinata.
Candace Buckner sul Washington Post ha scrittp che la questione non è solo sportiva. È linguistica, culturale, sociale. In un mondo che continua a misurare le donne prima con gli occhi e poi con i risultati, Crooks costringe a fermarsi su una domanda scomoda: come si parla del corpo di un’atleta senza ridurla a quel corpo?
“Nelle scorciatoie pigre con cui descriviamo gli altri, le persone intere diventano categorie. Il tizio nero. La bionda. Il vecchio. La ragazza grossa. Con gli atleti succede lo stesso. Abbiamo un’idea precisa di come dovrebbero apparire, soprattutto quando sono donne, e ogni deviazione da quell’aspettativa diventa la loro caratteristica dominante”.
Crooks non viene quasi mai descritta apertamente per la sua stazza nei resoconti mainstream, ma altrove il discorso scivola. Nei forum, sui social, nelle battute mascherate da analisi tecnica. Buckner racconta di thread online che partono dal suo valore cestistico e finiscono sul peso, parla di ironie mal riuscite. Stefanie Dolson, centro delle Washington Mystics, lo conosce bene. Buckner l’ha interpellata e lei ha risposto che «parlare del corpo di un’atleta è legittimo se ha a che fare con il basket. È diverso dire “sono grassa” o dire “Stef Dolson è fuori forma”. Essere grassa cosa c’entra con il gioco? Nulla».
È un storia che ha conosciuto Serena Williams. Per oltre vent’anni il suo corpo è stato trattato come un problema: troppo potente, troppo muscoloso, troppo nero, troppo femminile e tutto insieme non era abbastanza. Serena ha vinto, eppure l’eccellenza non ha mai addomesticato lo sguardo esterno. Lo ha solo reso irrilevante. Ma se non avesse vinto più di abbastanza? Teresa Almeida, portiera della nazionale di pallamano di Angola, ha dovuto attraversare almeno un paio di Olimpiadi da oggetto di sguardi offensivi.
Anche qualche uomo c’è passato. Leo Messi è il corpo difforme per sottrazione: troppo piccolo, troppo fragile, insufficiente per il calcio d’élite. Ha trasformato quella presunta mancanza nel suo baricentro. Ma per anni è stato raccontato come un’eccezione biologica prima che come un genio calcistico. E Maradona? Per Brera era il Divino Scorfano. Basso, tozzo, fuori norma rispetto all’atleta perfetto. La derisione sul corpo ha accompagnato tutta la sua carriera, spesso intrecciata a giudizi morali.
Il golf ha avuto John Dally. Nello sport ossessionato dal controllo, Daly è stato un corpo sbagliato perché era sovrappeso, indisciplinato, anti-professionale. Ha vinto dei Major, ha guidato statistiche, ha riscritto l’immaginario del potenziale atletico. Spesso deriso, mai normalizzato.
Rulon Gardner è stato un peso massimo nella lotta greco-romana, ma aveva un fisico considerato poco scultoreo rispetto ai canoni olimpici. Eppure batté Aleksandr Karelin, l’atleta più dominante di sempre. Per anni è stato raccontato come una anomalia fisica non come un vertice tecnico. Tutte storie che dicono la stessa cosa. L’eccellenza non cancella la derisione, la rende secondaria.
Crooks, in campo, non domina nel senso classico. Impone il suo ritmo. Gioca alla sua velocità. Riceve, fa da perno, gioca fronte a canestro. Contro Cincinnati ha costruito così ventuno tiri. Ha sofferto l’accoppiamento con avversarie più alte, ha chiuso con 23 punti e 10 rimbalzi, ha sbagliato dei tiri liberi. Bill Fennelly, il suo allenatore, continua a collocarla tra le prime cinque giocatrici del Paese.
Dolson oggi indossa pellicce su Instagram, firma i post come BigMamaStef, celebra finalmente un corpo che per anni ha provato a nascondere sotto magliette larghe e posture chiuse. Il passaggio, racconta, è avvenuto al college, quando il basket le ha offerto una grammatica per accettarsi, prima ancora che farsi accettare. Crooks sembra trovarsi in quella fase. Balla su TikTok, gestisce la propria immagine nell’era che consente guadagni alle sportive dei college, accetta che il suo corpo venga guardato senza lasciare che sia l’unica cosa vista.«Ci saranno cento commenti sul mio corpo – ha detto – o su come appaio. Ma poi ce ne sono mille sulle mie abilità, sul mio carattere, su come sorrido e su come tratto le persone».
Buon cammino, ragazza. Non ci sono corpi sbagliati.
Segue qui
Che cosa stanno leggendo in Europa
⬤ ⬤ ⬤ L’Equipe apre con la sconfitta in Champions del Marsiglia contro il Liverpool. Troppo rosso, c’è stato – titola. Nel soppalco: il Mondiale di rally che comincia da Monte-Carlo.
⬤ ⬤ ⬤ Marca mette in prima la foto di un abbraccio tra Arbeloa e Vinicius, “una riconciliazione che può portare al rinnovo”. Anche As parla di “rinnovo in vista” ora che quel rompiscatole bacchettone di Xabi Alonso ha avuto quel che si merita. In Catalogna sono ovviamente presi dalla vittoria del Barcellona a Praga per 4-2. “Grandi” dice Sport. “Reazione Top” è il titolo di Mundo Deportivo.
⬤ ⬤ ⬤ Oh, e veniamo a noi. La Gazzetta titola: “Che Signora” per la vittoria sul Benfica di Mourinho e la certezza di aver raggiunto i play-off di Champions. Se finisse oggi, il Napoli sarebbe fuori. E il consiglio federale ha respinto la richiesta di sbloccare il mercato. “I no delle big bloccano De Laurentiis” spiega il Corriere dello sport-stadio – che a sua volta celebra la Juve: “Lucio show” è il titolo. “Schiaffi a Openda e lite col tifoso”. Tuttosport: “La Juve chiama il G8”. QS: “Bum Bum Juve. Dolce al Mou”.
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I temi del giorno
Una Champions così così
Se la fase campionato della Champions League si fosse chiusa ieri sera, la Spagna avrebbe riacciuffato un posto con la vittoria dell’Athletic Bilbao a Bergamo, e l’Italia avrebbe una squadra in meno. Il Napoli è oggi la prima delle escluse, in linea con la storia controversa di Antonio Conte nelle Coppe europee. La Spagna ha certamente perso il Villarreal e i tedeschi lasciano sul campo l’Eintracht Francoforte. Barcellona, Chelsea e Newcastle sono le squadre che insieme alla Juventus si sono assicurate ieri almeno un posto agli spareggi. Le altre: Atalanta, Atlético Madrid, Inter, Liverpool, Manchester City, PSG, Real Madrid, Sporting, Tottenham. Il Bayern ha raggiunto l’Arsenal direttamente agli ottavi di finale.
GULP | Lo show di Spalletti
Ivan Zazzaroni sul Corriere dello sport-stadio dice che “lo spettacolo di Juve-Benfica è stato lui, Luciano, non certo la partita, indecente la prima parte, solo accettabile la ripresa, il cui punto più basso è stato il rigore scivolato di Pavlidis, inguardabile. La Juve ha fatto quel che doveva, Mourinho quel che ha potuto in una delle stagioni più sfigate della sua carriera: al Benfica ne sono capitate di tutti i colori, difficile che in futuro la iella che accompagna i portoghesi possa procurare danni maggiori anche se la maledizione di Bela Guttmann non si concede delle pause. Sintesi: Locatelli il più presente, eccellente nei recuperi e nell’interrompere le azioni dell’avversario; David il peggiore. La mossa che ha spostato gli equilibri è stata l’ingresso di Conceição, a destra naturalmente, e il conseguente accentramento di McKennie”.
CLAP | Avversari e non nemici
Antonio Barillà su La Stampa sottolinea due piccoli grandi episodi. “La Fondazione Athletic Club Bilbao ha piantato al parco Goisis di Bergamo il seme dell’albero di Guernica, simbolo di libertà e giustizia per il popolo basco, e svelato una targa con la scritta: «Siamo arrivati da avversari, ce ne andiamo come amici»; una delegazione del Benfica è invece salita a Superga per rendere omaggio al Grande Torino, caduto in un incidente aereo al ritorno da Lisbona dopo un’amichevole con le Aguias. Il lato bello del tifo, il volto autentico dello sport”.
FLOP | Le critiche a De Zerbi
L’Equipe dice che il Marsiglia è apparso globalmente impotente: non è riuscito ad accendere il Velodrome ed è stato dominato dal Liverpool. La qualificazione dovrà essere conquistata nell’ultima partita a Bruges. Dopo l’entusiasmo eccessivo seguito al largo successo di Angers, l’OM è ricaduto bruscamente contro l’avversario più prestigioso affrontato in Europa, ricondotto alla realtà da un Liverpool molto più solido di quello visto in autunno. I Reds avrebbero potuto segnare anche più dei tre gol. Sono stati fermati dalle parate di Rulli. Il sistema di gioco di De Zerbi non ha creato problemi agli inglesi, che hanno pressato bene. Una serata di frustrazione e silenzio al Velodrome, dice L’Equipe. Nelle cattivissime pagelle del giornale francese, ci sono tre 3 per Hobjerg, per De Zerbi e pure per Rulli. Tutti quattro agli altri e una sola sufficienza per Greenwood. Julien Laurens, commentatore di TNT Sports, ha detto che in questa partita De Zerbi ha mostrato tutti i suoi limiti [l’analisi è qui]. Il Times racconta invece del ritorno di Salah dopo la Coppa d’Africa, “in una squadra che non è più così dipendente da lui”. co
▥ A proposito di critiche. A Matthew Syed, opinionista del Times, non vanno giù quelle rivolte al Manchester United dalle sue ex leggende [o forse non ex – leggende si rimane per sempre]. Insomma, il Times dice che “gli ex giocatori dello United non ingannano nessuno: a loro interessano i clic, non il club. Le critiche incessanti da parte di gente come Keane, Neville, Scholes e Rooney sono indegne, soprattutto se si considera come se la cavavano loro nella gestione del club”. Ecco.
BOH | Il PSG non stupisce più
Due sconfitte nelle ultime tre partite e segnali di forza parziali. Dopo la caduta di Lisbona con lo Sporting, Luis Enrique ha difeso però con decisione la prestazione, parlando di migliore partita in trasferta della stagione e attribuendo il risultato alla casualità del calcio. Una lettura che ha diviso gli analisti di Francia. Secondo alcuni ex giocatori che commentano su L’Equipe, il messaggio serve soprattutto a proteggere il gruppo, ma non cancella i limiti evidenti: poca freddezza sotto porta, disattenzioni difensive, assenza dell’a scintilla vista un anno fa. Altri condividono ricordando i gol annullati e come la partita sarebbe potuta cambiare con il PSG in vantaggio. Del resto anche il famoso nonno con il famoso troll sarebbe un tram, per non dire di come riuscirebbe a trasformarsi in un flipper. Tuttavia. Il contro-pressing sta tornando, gli infortunati rientreranno, nel frattempo gli avversari si sono attrezzati. “Il PSG non combatte solo contro se stesso per ritrovare la forza della scorsa stagione, ma anche contro rivali che hanno avuto il tempo di riflettere e adattarsi: aspettano, si chiudono, ripartono, e costringono il PSG a cercare risposte diverse per non restare prigioniero del proprio dominio.” scrive Vincent Duluc.
CRASH | L’inchiesta su Lucas Hernandez
È stata aperta un’inchiesta giudiziaria su Lucas Hernandez e la sua compagna Victoria Triay dopo una denuncia presentata il 14 gennaio da una famiglia colombiana per lavoro dissimulato e tratta di esseri umani. Lo scrive Alban Traquet su L’Équipe. Il difensore del PSG e la modella brasiliana respingono le accuse e parlano di «fiducia tradita», definendo l’azione una risposta giudiziaria a contestazioni infondate.
Secondo la denuncia, dodici membri della stessa famiglia avrebbero lavorato per mesi senza contratti né tutele, svolgendo mansioni domestiche e di sicurezza, pagati in contanti. Gli avvocati dei querelanti parlano di «sfruttamento moderno». Hernandez e Triay sostengono di aver agito senza intento illecito, dichiarano di aver aiutato persone poi rivelatesi scorrette e annunciano una controdenuncia per diffamazione. “In questa storia – sottolinea Traquet- la linea che separa l’assistenza dall’abuso diventa una zona grigia dove la compassione può trasformarsi in accusa, e la fiducia — quando si spezza — lascia dietro di sé solo macerie giudiziarie e reputazioni sospese”.
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Le analisi
La Mercedes parte con tre decimi di vantaggio
Tre decimi di secondo a giro, fanno tre secondi in dieci giri e fanno un GP dominato a ogni GP. Questo è lo scenario nascosto per la prossima Formula uno. Se è pure reale si vedrà. Le regole sui motori, profondamente cambiate quest’anno, abbassano il rapporto di compressione da 18:1 a 16:1. Tuttavia ci sono indiscrezioni secondo le quali i tecnici di Mercedes [e forse quelli di Red Bull] abbiano trovato un escamotage: il rapporto di compressione misurato a temperatura ambiente resta conforme, ma in gara, a pieno regime, torna vicino a 18:1. Gulp. Il vantaggio stimato varia leggermente a seconda della lunghezza del circuito. La FIA discuterà con i team oggi per capire se la chiusura del buco normativo sia possibile, anche se al momento non è chiaro come fare senza favorire chi già ne beneficia. Ne ha scritto Molly Hudson sul Times.
Le altre squadre, Ferrari, Audi e Honda, hanno espresso preoccupazione. Editoriale: e ti credo. Fine dell’editoriale. Il problema è amplificato dal fatto che Mercedes e Red Bull si sono scambiate del personale tra loro, e che Red Bull sta costruendo dei motori propri per la prima volta. Il guadagno di 0,3 secondi può fare la differenza e nessuno vuole iniziare a competere sapendo di avere un evidente svantaggio. La FIA dice di monitorare la situazione, ma la difficoltà nel misurare il rapporto a piena temperatura complica qualsiasi intervento immediato. Altri problemi simili emergeranno sicuramente nelle prossime settimane, soprattutto legati all’aerodinamica e al motore, quando le vetture saranno completamente visibili nei test di Bahrain.
Alcune squadre faticano anche con l’affidabilità dei nuovi propulsori, e questo potrebbe limitare le prove a porte chiuse a Barcellona, prima dell’inizio ufficiale del campionato. Nikolas Tombazis, direttore monoposto della FIA, ha sottolineato che queste discussioni sono normali all’inizio di un ciclo regolamentare, e che l’obiettivo è garantire che le regole siano interpretate e applicate in maniera uniforme. “Quasi ogni materiale cambia con la temperatura. Capire come si comportano sotto pressioni, stress, carichi diversi è letteralmente il nostro lavoro”, ha detto Ben Hodgkinson di Red Bull Powertrains, ricordando che l’innovazione tecnica e la capacità di sfruttare ogni dettaglio delle regole sono parte integrante dello sport. Pare una minacciosa conferma delle indiscrezioni.
Il CIO e Trump non hanno ancora parlato di LA 2028
Ehm, no. In effetti no. Il CIO non ha ancora parlato con Donald Trump. Mancano due anni e mezzo ai Giochi di Los Angeles e tra il comitato olimpico internazionale e la Casa Bianca non è ancora stato scambiato nemmeno un messaggio formale. Kirsty Coventry lo ha confermato e ammesso, evitando di entrare in quelle due-tre trascurabili faccende che oggi avvolgono Washington e il mondo. Il suo ruolo, ha detto, è quello di garantire che tutte le nazioni siano rappresentate ai Giochi, non quello di commentare tensioni internazionali – diamine.
“In un’epoca in cui l’agenda globale è scandita da polemiche su Groenlandia, guerre commerciali e spostamenti di equilibri politici, Coventry ha evocato i valori dell’Olimpiade come un linguaggio in grado di unire, ma senza bisogno di parole condivise” sottolinea Sean Ingle sul Guardian.
Per ora, il contatto ufficiale resta con il vicepresidente J.D. Vance, che Coventry si aspetta di incontrare prima dei Giochi Invernali di Milano‑Cortina del 6 febbraio. Trump è impegnato sul fronte calcistico con i Mondiali e non figura ancora nella lista dei colloqui formali del CIO. Questa distanza diplomatica sullo sfondo del mondo politico, dice il Guardian, suggerisce una questione più ampia: l’Olimpiade non è solo una festa di sport, ma una piattaforma globale dove i valori dell’incontro e della comprensione devono rimanere intatti, anche quando i governi fanno marcia indietro su promesse di collaborazione.
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L’Inghilterra ha il cricket che si merita
Nei campi di cricket inglesi, tra campi perfetti delle scuole private e cartelli che dicono “no ball games” agli housing estates, si muove un circo viaggiante. La nazionale parte per lo Sri Lanka, Zak Crawley riaprirà la battuta dopo due anni di inattività e Brendon McCullum pensa che la squadra sia pronta a ripartire dopo la dolorosa sconfitta con l’Australia negli Ashes. È stato il tema più presente sui giornali nelle settimane scorse.
“La natura sa guarire, anche nello sport come nella vita”. Chi filosofeggia qui è Jonathan Liew, sul Guardian. Con le ferite degli Ashes ancora fresche, Harry Brook si scusa per un colpo subito, Rob Key per la tournée da dimenticare, McCullum promette di riflettere, e tutte queste dichiarazioni che provengono dalla nazionale – dice Liew – sono “un modo elegante di chiedere scusa senza dirlo”.
Ma la storia recente del Bazball mostra quanto l’inglese medio ami l’illusione – dice Liew. Bazball è il soprannome con cui si indica lo stile di gioco adottato dalla nazionale con Brendon McCullum coach e Ben Stokes capitano. Il termine viene da Baz [soprannome di McCullum, ex giocatore neozelandese] e ball. In sostanza si caratterizza per una mentalità offensivista. I battitori inglesi cercano di segnare rapidamente punti, anche a rischio di perdere dei wickets e molto più audacemente rispetto allo stile tradizionale conservativo del cricket inglese. McCullum incoraggia i giocatori a rischiare, provare colpi creativi e prendere decisioni audaci senza timore di sbagliare. In poche parole, Bazball è il tentativo di trasformare il cricket lento e prudente in uno sport più dinamico, emozionante e spettacolare. Se vi dice qualcosa in termini calcistici, non sbagliate. Ma “quando cammini alla Bazball e parli alla Bazball, allora probabilmente dei anche pronto a perdere alla Bazball” sottolinea Liew.
Il punto è un altro. L’educazione e il denaro tracciano i confini del futuro. Solo quattro dei giovani dell’Under-19 provengono da scuole non private. Il denaro promesso per il cricket pubblico non è mai arrivato, mentre alcune franchigie accumulano profitti enormi e altre squadre languono sotto misure finanziarie straordinarie. “Il cricket inglese resta una metafora del paese stesso: spogliato, vuoto, con campi pubblici perfetti e divieti ovunque, una popolazione che si disinteressa lentamente, annoiata dagli esperti” scrive Liew. Forse Bazball ha già esalato l’ultimo respiro. Ma se la verità fa male, dice Liew, perché rompere l’illusione? “In fondo – conclude – un paese ottiene la squadra di cricket che merita”.
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Dai campi
La prigionia di Emma Raducanu
Emma Raducanu ha smarrito quel fuoco che la rese un fenomeno giovanile. Si presentò sulla scena da imbucata, quando a 18 anni da qualificata sconfisse la campionessa olimpica Belinda Bencic e corse fino al titolo degli US Open 2021. Era audace e pura. Luminosa. Oggi, alla quinta stagione completa, la sua carriera sembra in stallo. Tranne che a Wimbledon nel 2024, non ha mai più raggiunto la seconda settimana di uno Slam. È passiva in campo, casca in un eccesso di analisi e i consigli esterni la rendono incapace di tornare libera di testa e di braccio. Ogni partita è un calcolo anziché un’esplosione di talento – dice Olivier Brown sul Telegraph dopo l’uscita di scena al secondo turno.
Il distacco dai suoi allenatori è evidente, Francis Roig, decimo coach della sua ancora fresca carriera, appare più un fantasma che un punto di riferimento. Raducanu non lo guarda nemmeno durante le partite. Ammette di non sentirsi pronta a restare con la testa dentro una partita per tutto il tempo, una frase che rivela come la pressione mediatica, le aspettative e le distrazioni commerciali abbiano eroso la fiducia in sé stessa. Il paragone con coetanee come Iga Swiatek è impietoso. La polacca mostra ferocia fisica e mentale, Raducanu scivola tra le scuse che pare Mazzarri. C’era il vento, non stavo bene, l’inverno è stato rigido.
Il talento rimane straordinario, ma la leggerezza e il coraggio che la resero fenomenale si sono smorzati. La sua ricerca di varietà e perfezione ha rotto la spontaneità. I colpi aggressivi sono imprigionati nei dubbi. La pressione di sponsor e media ha trasformato il suo percorso in una serie di compromessi. “È difficile vedere – si legge sul Telegraph – come una carriera così precoce possa essere governata senza bruciare ogni scintilla di quel talento puro, eppure lei continua a navigare in un limbo tra il presente e il ricordo di New York”.
Un enigma, insomma. Forse capace ancora di picchi straordinari, ma intrappolata tra ciò che era e quel che potrebbe essere. O forse – ormai – poteva.
Il barbecue degli australiani per tramandare la memoria
Ogni primo venerdì di Wimbledon, a pochi passi dall’All England Club, una casa privata si riempie di volti che appartengono a epoche diverse dello stesso sport. Lo chiamano l’Aussie Barbecue e viene organizzato da Tennis Australia: una festa, certo, ma soprattutto un rito. Lo racconta Simon Cambers sul Guardian, osservando come tra una birra e una stretta di mano il tennis australiano continui a parlarsi da una generazione all’altra.
Una grandezza irripetibile. Negli anni Cinquanta e Sessanta gli australiani dominavano gli Slam con uomini e donne e con una continuità che oggi appare lontanissima anche solo da sfiorare. Da mezzo secolo manca un campione di casa all’Australian Open maschile, e l’ultimo Wimbledon vinto da un australiano risale a Lleyton Hewitt, nel 2001. A parte Sam Stosur e Ash Barty, la tradizione vincente si è assottigliata. La memoria no.
Così succede che a Wimbledon, ex campioni, allenatori e giocatori in attività si mescolino, e quasi sempre il filo porta alla Coppa Davis, pilastro identitario del tennis australiano. Tony Roche racconta di come quel senso di appartenenza si trasmettesse viaggiando insieme, da ragazzi, accanto ai grandi. Todd Woodbridge e Allan Stone ricordano episodi minimi — una palla scambiata, un invito a palleggiare — capaci di segnare una carriera. Il testimone di guida della squadra è passato da Roche a Hewitt, e adesso Hewitt lo sta cedendo ad Alex de Minaur. Una questione di atteggiamento, di cultura condivisa e di esempio quotidiano.
“In mezzo a un tennis sempre più individuale e globale – scrive Cambers – l’Australia continua a credere che il talento da solo non basti: serve una memoria collettiva che si tramandi nei gesti piccoli, nei racconti ripetuti, in quelle serate in cui il passato non è nostalgia ma istruzione per il futuro”.
Con Sedgman e Rosewall ormai oltre i novant’anni, con Laver e Roche entrati negli ottanta, il passaggio è inevitabile. Ma per chi guarda da vicino, la linea non si è spezzata: ha solo cambiato mano.
Gli Europei di pallanuoto: Italia in semifinale
Il 13-10 sulla Croazia ha tolto il tappo al Settebello, alla ricerca di un riscatto dopo i due settimi posti nei tornei internazionali più recenti. Nell’ultima giornata della seconda fase è arrivata la qualificazione per la semifinale: domani contro la Serbia. “All’alba di un nuovo ciclo, con un gruppo rivoluzionato, il Settebello dimostra di esserci già” ha scritto Franco Carrella sulla Gazzetta dello sport. L’Italia è arrivata a Belgrado con quattro esordienti, una età media abbassata di un paio di anni (24,6) rispetto ai Mondiali di Singapore. “Se c’era bisogno di segnali positivi sulla strada per Los Angeles 2028 – scrive Carrella – sono arrivati eccome. Anche le novità regolamentari che rendono tutto più frenetico (campo ridotto a 25 metri, possesso palla da 30” a 28”, superiorità numerica da 20” a 18”), ormai sono pienamente assorbite”.
Una piccola comunicazione sulla newsletter ▬▬▬▬▬▬▬
Il prossimo passo di Slalom
La newsletter che stai leggendo sta per migrare su Substack, la piattaforma di riferimento del settore. I tempi non saranno brevissimi ma non saranno neppure lunghissimi.
Nei prossimi giorni, mi occuperò io del trasferimento degli indirizzi email: non dovrai fare nulla se desideri non fare nulla.
Naturalmente, se lo avvertirai come un disturbo o se sentirai che questo spazio non ti interessa più, potrai cancellarti in qualsiasi momento, con un clic. Nessun automatismo opaco, nessun vincolo.
Colgo l’occasione per dirti con un minimo di chiarezza preventiva che a regime questa newsletter tornerà a essere a pagamento, come alla sua nascita e fino all’interruzione del maggio 2023. Una parte dei contenuti resterà free sul sito, un’altra parte sarà premium per i sostenitori di questo progetto di racconto che si sta espandendo – come avrai notato – anche ad altri ambiti della cultura di massa.
Non è una svolta improvvisa né una posa ideologica. È una scelta di realtà.
Intorno a Slalom cresce un mercato in cui contenuti, tempo, competenze e attenzione producono valore. Far finta che Slalom possa stare fuori da questa dinamica — come se fosse un hobby o un’eccentricità — non ha più senso, nel rispetto prima di tutto di chi legge e vuole scegliere a cosa dedicarsi. Per te significa riconoscere che quanto arriva nella tua mail ha un peso, un’intenzione e una cura. Per Slalom significa provare ad allargare il parco delle firme e dei contributi, stare sui social con una continuità professionale, muovere un passo verso una nuova fase aziendale.
Quando scatterà il passaggio, lo saprai senza forzature. Ma se fin da ora ritieni di non volere che la tua mail sia trasferita su Substack, puoi comunicarlo a digital@loslalom.it e lo staff provvederà a fermare la migrazione e l’invio mattutino.
Nel frattempo, grazie per aver letto fin qui — e per il tempo che scegli di dedicare ogni mattina a Slalom.
Un saluto, Angelo
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Opinioni
Beckham contro Beckham
In un intervento per il Guardian, Marina Hyde prende posizione sullo scontro pubblico tra Brooklyn Beckham e i suoi genitori, David Beckham e Victoria Beckham, utilizzandolo come caso esemplare di una patologia più ampia, la trasformazione sistematica della vita privata in merce, quando il brand precede la relazione.
Hyde sostiene che la Brand Beckham abbia costruito la propria fortuna monetizzando ogni aspetto dell’intimità familiare, inclusa l’infanzia dei figli, e che l’esplosione di Brooklyn rappresenti il conto presentato a distanza di anni. Il suo attacco su Instagram viene letto come un atto di rottura contro una logica interiorizzata fin dall’origine: «Per la mia famiglia la promozione pubblica e le sponsorizzazioni vengono prima di tutto. Il brand Beckham viene prima. L’“amore” familiare si misura da quanto pubblichi sui social o dalla rapidità con cui molli tutto per presentarti a una foto di famiglia».
Non uno sfogo adolescenziale, ma la presa di parola di una ragazza cresciuta come un prodotto. Hyde ricostruisce così il percorso. La gravidanza di Victoria venduta ai media, le prime foto di Brooklyn cedute alle riviste, la casa, il matrimonio, la quotidianità trattata come contenuto editoriale. La gestione dell’immagine è stata sempre più sofisticata, fino alla simbiosi con i social network, dove l’affetto è diventato gesto pubblico, tag, storytelling – tutta quella roba là. “Erano maestri – scrive il Guardian – nel non limitarsi a dire ai figli che li amavano, ma nel fotografarli, taggarli e inviare quel messaggio d’amore attraverso i social”.
Un modello redditizio, ma instabile. Non è in discussione l’amore dei Beckham per i figli. Anzi, Hyde insiste sulla sincerità dei sentimenti. Il punto riguarda l’ambiente creato: un sistema dove crescere risulta difficile, perché ogni relazione è filtrata dal valore promozionale. Quando una famiglia coincide con un’impresa, prima o poi qualcuno resta fuori ruolo. Brooklyn, in questo schema, è diventata la variabile ingestibile.
Giulia Merlo su Domani ha scritto: “In Gran Bretagna, del resto, chiamarsi Windsor o chiamarsi Beckham non fa poi troppa differenza. Entrambe famiglie regnanti, una sui sudditi e l’altra sui fan, la prima residente a Buckingham Palace, la seconda a Beckingham Palace, come ironizzavano i tabloid negli anni Duemila, entrambe con gli stessi problemi dietro i sorrisi delle foto patinate. … Dopo la tempesta i Windsor hanno ostentato austero silenzio, seguendo il mantra della regina Elisabetta «never complain, never explain»; i Beckham si sono fatti da sé e non hanno gli anticorpi della nobiltà, sono abituati a mostrare tutto di loro – dalle serie Netflix ai social – e il loro pubblico difficilmente potrà accettare il silenzio di chi in passato ha sempre raccontato tutto, o almeno finto di farlo. L’epilogo è incerto: Harry ha tentato il primo disgelo, chissà se sarà lo stesso per Brooklyn. La sua emancipazione è passata per l’uccisione mediatica della sua famiglia ma, smaltita l’ira iconoclasta, dovrà constatare di non essere poi molto diverso da loro nell’utilizzo dei social e che allora forse il problema non era la narrazione social, ma chi la controllava. L’effetto, comunque, è lo stesso: dopo quella dei Windsor, anche la favola dorata dei Beckham si è infranta, mostrando che in fondo ogni famiglia è davvero infelice a modo suo”.
Il Guardian collega invece il caso Beckham a una cultura digitale che ha normalizzato l’esposizione continua, svuotando l’idea stessa di privacy, con una tribù di bambini trasformati in contenuto prima ancora di poter esprimere il loro consenso, e un mucchio di genitori convinti che la visibilità equivalga alla connessione, mentre le piattaforme prosperano su un lavoro emotivo – ovviamente non retribuito.
“Viviamo in un’epoca di slittamenti pericolosi: dal privato al pubblico, dal vivere al commerciare, dall’idea di noi stessi come soggetti dotati di libero arbitrio a quella di prodotti inconsapevoli e non pagati”.
L’eventuale comunicato di riconciliazione dei Beckham verrà probabilmente scritto con parole autentiche, osserva Hyde, ma anche quell’autenticità appare compromessa, ridotta a una qualità spendibile. Brooklyn, scrive il Guardian, non rappresenta l’anomalia. È il sintomo più visibile di un sistema che ha smarrito il confine tra la vita e il mercato.
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Interpreti
Hans Herrmann, l’uomo che sopravvisse due volte
Hans Herrmann aveva promesso alla moglie che, se avesse vinto Le Mans, si sarebbe ritirato. Nell’estate del 1970 partì da Stoccarda senza crederci davvero: era il suo quattordicesimo tentativo a 42 anni e sembrava più vicino al tramonto che all’impresa. Ma sotto una pioggia incessante, in una corsa così dura che solo sette macchine arrivarono al traguardo, mantenne la testa per dodici ore e vinse. Mantenne anche la parola.
Quella vittoria con la Porsche 917K, condivisa con Richard Attwood, fu l’atto finale di una carriera che aveva attraversato Formula 1, grandi classiche e gare di durata. Così lo ricorda Richard Williams sul Guardian: Herrmann è morto a 97 anni, aveva corso 19 Gran Premi, arrivando terzo con la Mercedes nel 1954, ma il suo territorio naturale erano le prove di resistenza: Targa Florio, Sebring, Daytona, Mille Miglia. E soprattutto Le Mans.
Era famoso per essere sopravvissuto a incidenti spettacolari. Nel 1959, all’Avus di Berlino, la sua BRM decollò a quasi 300 all’ora per un guasto ai freni: senza cinture, venne sbalzato fuori dall’abitacolo. “Sapevo di essere morto”, disse. Si rialzò con qualche ferita. Ancora più leggendario l’episodio della Mille Miglia 1954, quando infilò la Porsche sotto una sbarra ferroviaria abbassata pochi istanti prima dell’arrivo di un treno.
“Herrmann apparteneva a un’epoca in cui il coraggio non era una virtù astratta ma una necessità quotidiana: si correva sapendo che l’errore, o la meccanica, potevano non concedere una seconda possibilità, e proprio per questo ogni arrivo al traguardo aveva il peso di una sopravvivenza”.
Nato in una famiglia di ristoratori, passato per la guerra e per il mercato nero prima di arrivare alle corse, fu notato da Porsche e poi da Mercedes, guidando accanto a Fangio e Kling nel ritorno delle Frecce d’Argento. L’arrivo di Stirling Moss e un grave incidente a Monaco lo spinsero fuori dal grande giro della Formula 1, ma non dalla competizione. Tornò a vincere, a lungo, nelle gare che misurano più la resistenza che la velocità. Dopo il ritiro fondò un’azienda di accessori per auto e continuò a frequentare i circuiti come memoria vivente di un’altra epoca. A Le Mans aveva chiuso il cerchio. Vincendo una volta sola, quando non se lo aspettava più.
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Oggi
Rybakina vs Gracheva, due modi di lasciare la Russia
AUSTRALIAN OPEN, TERZO TURNO
DI SANDRA CASSANDRA
Elena Rybakina e Varvara Gracheva arrivano allo stesso torneo dopo aver lasciato lo stesso punto di partenza, ma il loro percorso si è svolto su tempi diversi. Rybakina ha lasciato la Russia prima che fosse necessario farlo. Il suo cambio di bandiera è stato una scelta pragmatica, quasi silenziosa, dettata da strutture, sostegno e possibilità. Il passaporto kazako la rese protagonista del più beffardo paradosso politico nel tennis recente: vincere Wimbledon nell’anno del bando alle giocatrici russe – lei che è nata a Mosca. Non ha mai costruito un racconto attorno a quel passaggio. Ha continuato a giocare come se l’identità fosse una questione privata, e non un manifesto. Il suo distacco è stato tecnico prima che di coscienza.
Gracheva ha preso la decisione più tardi, quando ogni cambio di passaporto è stato letto e commentato. Il trasferimento in Francia e il cambio di nazionalità non riguardano solo il gioco in sé, ma il modo di stare dentro le tensioni internazionali. La sua uscita dalla Russia è stata una presa di posizione, un atto pubblico, con tutto il peso che comporta. Da allora il suo tennis appare più diretto, come se si fosse liberata di una parte del rumore.
Hanno due storie simili ma che non si somigliano. Non ci si lascia mai allo stesso modo. Una ha attraversato il confine senza voltarsi. L’altra ha dovuto guardarlo in faccia prima di andarsene.
Il ciclismo alla Moneyball sulle terre sottratte agli aborigeni
Quando nel 1834 fu firmato il Foundation Act, che dichiarava tutte le terre dell’Australia meridionale «incolte e disabitate», gli Aborigeni furono di fatto espropriati. Questa sottrazione dei territori, unita all’epidemia di vaiolo lungo il fiume Murray dagli stati orientali, seguita da epidemie di morbillo, influenza e raffreddore comune, portò a una rapida scomparsa del popolo Peramangk. Con loro andò perduta gran parte della conoscenza della loro cultura. Nei primi anni dell’insediamento, coloni e aborigeni si erano guardati reciprocamente con una certa curiosità e i rapporti erano stati per lo più pacifici. I coloni impiegavano gli aborigeni come manodopera nelle loro fattorie ma l’opinione sulle loro capacità era molto bassa perché erano del tutto estranei all’etica protestante del lavoro.
In risposta alle pressioni dei filantropi inglesi, si decise che gli aborigeni dovessero essere avvicinati alla civiltà britannica. Furono annunciati programmi per fornire istruzione, cibo e assistenza medica. Ma restò in vigore la politica che permetteva la vendita pubblica di tutte le terre della colonia. I Peramangk dovettero andarsene. Con l’espansione dell’agricoltura all’europea, il cibo divenne sempre più scarso, costringendo gli aborigeni a mettersi in fila per ricevere le loro razioni. Nel 1850 malattie e malnutrizione ridussero la fertilità e aumentarono la mortalità infantile, gli aborigeni della Nazione Ngarrindjeri si trovarono in una situazione disperata. Del popolo Peramangk restarono poche tracce, oltre ad alcuni strumenti e pitture rupestri rinvenute nei pressi di Nairne e di Native Valley.
Matthew Smillie era arrivato in Australia meridionale da Leith, in Scozia, nel 1839 e aveva acquistato immediatamente 4.000 acri di verde terra e ondulata a nord di Monte Barker, parte di quella che oggi è conosciuta come Hay Valley. Il terreno comprendeva The Valleys, dove costruì la sua residenza, e l’area su cui oggi sorge la città di Nairne. Non coltivò personalmente la terra, ma invitò altri coloni a praticare l’agricoltura in affitto. Dimostrò grande lungimiranza quando fece utilizzare una parte del terreno per fondare un villaggio. Gli diede il nome di Nairne in onore del cognome da nubile di sua moglie, Elizabeth Corse Nairne. Donò alla comunità una porzione di terra — oggi è sede dei campi da tennis e del Matthew Smillie Park — da usare come mercato. Donò inoltre un’altra area di terreno, accanto a Nixon Street e lungo il Nairne Creek, da destinare a cimitero della comunità. Lì fu sepolto alla sua morte, il 12 marzo 1847, appena otto anni dopo il suo arrivo a Nairne.
Stanotte a Nairne arriva invece la terza tappa del Tour Down Under, la prima corsa World Tour dell’anno. Ci sono sei dei primi-50 al mondo, con Adam Yates alla prima uscita dopo il ritiro del suo gemello Simon. Se Mameli vi ruggisce dentro, ditegli che ci sono pure Simone Velasco, Andrea Bagioli e Edoardo Zambanini.
Su queste strade australiane si è aperto un nuovo ciclo triennale del ranking UCI e con esso la corsa micidiale per non retrocedere e per restare tra le 18 squadre World Tour. L’Équipe racconta come tra corse monumento, giri minori e prove apparentemente periferiche, la lettura del calendario sta diventando matematica: scegliere dove correre, con chi, e perché. Alcune squadre hanno trasformato questa logica in metodo. L’Astana, per esempio, ha costruito la propria risalita privilegiando gare come il Tour di Turchia o il Tour of Taihu Lake, più redditizie in rapporto allo sforzo, affidandosi a un lavoro di raccolta dati e simulazioni. Altre, come Tudor o Decathlon-CMA CGM, rivendicano scelte più “sportive”, accettando di sacrificare punti pur di inseguire vittorie di peso e visibilità.
“Come in una partita di scacchi giocata su tre anni – dice L’Equipe – ogni squadra muove i propri pezzi tra calcolo e ambizione, sapendo che una vittoria minore può valere più di una grande giornata sprecata, e che il rischio più grande non è perdere, ma scegliere la corsa sbagliata”.
Dati, modelli predittivi e software dedicati entrano sempre più spesso nei pullman delle squadre. Non è ancora Moneyball, ma ci si avvicina. La Lidl-Trek ha investito in un software predittivo capace di simulare l’intera stagione, prevedendo come diverse combinazioni di calendario e uomini possano incidere sul totale punti. Non per rinunciare alle grandi corse, ma per evitare buchi di settimane in cui si corre molto e si raccoglie pochissimo.
ore 1.30 su Discovery+
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Il Teleco-Slalom
Chi può battere Sébastien Ogier
“Quattordici anni senza un errore eliminatorio, su strade che non perdonano nulla. Al rally di Monte-Carlo, Sébastien Ogier non accumula soltanto vittorie: costruisce una continuità che resiste al ghiaccio, alla neve, alla tentazione di forzare. In un rally fatto per punire l’eccesso, la sua forza resta il controllo”. Così dice stamattina Maxime Malet su L’Equipe, alla partenza del Mondiale di rally, e che partenza con la più suggestiva fra le tappe. Ogier ha accumulato su queste strade oltre 4.300 chilometri cronometrati, nessuna uscita di strada decisiva, nessuna scelta fatale. Su tredici partecipazioni, nove vittorie e quattro secondi posti. Le previsioni meteo sono instabili e pochi rally come Monte-Carlo richiedono attenzione quotidiana, capacità di adattamento e gestione del rischio.
Questa attitudine di Ogier viene ribadita dal copilota Vincent Landais, che descrive a L’Equipe una guida priva di improvvisazioni. Una lezione appresa anche nei momenti di maggiore tensione, come l’uscita evitata per poco nell’edizione precedente, quando il gelo aveva sorpreso gli equipaggi dopo il passaggio degli apripista. Adrien Fourmaux, oggi in Hyundai, ricorda il duello del 2025, quando una strategia aggressiva sugli pneumatici aveva messo Ogier sotto pressione fino all’ultima prova speciale. Ma la costanza a Monte-Carlo, osserva Fourmaux, pesa più dei colpi tattici. L’unico ad averlo realmente preceduto sul traguardo negli ultimi anni, escluso Sébastien Loeb, è Thierry Neuville, vincitore nel 2020 e nel 2024. Anche lui insiste sull’importanza della prudenza: forzare diventa superfluo. La vera sorpresa – dice L’Equipe – sarebbe una corsa denza Ogier come riferimento.
ore 16 e 20.30 su Sky Sport e DAZN
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