sabato 10 gennaio 2026
# 1 giorno a Inter vs Napoli
La pallanuoto è uno sport buffo
Alessandro Baricco
La nuova pallanuoto che l’Italia deve re-imparare
Quando tutto è cominciato, quando tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nello sport si è affacciata la pallanuoto, non c’erano porte vere, le regole erano incerte e ancora si poteva affondare l’avversario, ancora si poteva portare la palla sotto il pelo dell’acqua. Il gioco non aveva una forma riconoscibile, era più vicino a una prova di resistenza fisica che a uno sport codificato. Si segnava appoggiando la palla su una piattaforma, o su una barca ferma a bordo campo, e l’idea stessa di azione era confusa. Si giocava in maniera intermittente, spesso il gioco veniva interrotto da lotte prolungate.
In quella prima fase la pallanuoto cercava soprattutto un nome e una grammatica. Prima si chiamava football in acqua, poi rugby in acqua, e solo più tardi avrebbe trovato una definizione stabile. La difesa dominava non perché fosse organizzata, ma perché il caos favoriva chi sapeva resistere di più.
La necessità di mettere ordine ha aperto la seconda fase. Con l’inizio del Novecento e la nascita degli organismi internazionali, le regole hanno cominciato a stabilizzarsi, il numero di giocatori è stato fissato in sette e il campo ha assunto misure riconoscibili. La pallanuoto ha iniziato a diffondersi fuori dalla Gran Bretagna, è arrivata nell’Europa continentale, ha cominciato a costruire un agonismo più simile a quello di oggi. Il gioco, però, restava lento e fortemente fisico. Il possesso non aveva limiti, le squadre potevano congelare la palla, i difensori stavano da una parte e gli attaccanti dall’altra, come i maschi e le femmine all’asilo negli anni Settanta.
In questo contesto è arrivata una delle innovazioni tecniche decisive nella storia del gioco. Il passaggio a secco. Per la prima volta la palla non toccava l’acqua, viaggiava in aria, questo accelerava i tempi, obbligava i difensori a spostarsi. C’era qualcosa di profondamente sovversivo. La tecnica apriva uno spazio nuovo, ma il sistema restava ancorato alla forza e al controllo statico.
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Le analisi
L’uomo che ha tagliato la testa ad Amorim
Nel calcio contemporaneo si può sopravvivere quasi a tutto, tranne che allo scontro con la vera autorità. Ruben Amorim non lo aveva capito. “Ha scoperto che poteva sopravvivere alla sconfitta con il Grimsby, alla sconfitta in una finale europea cruciale contro uno dei peggiori Tottenham della memoria recente. Poteva sopravvivere a un quindicesimo posto, all’inflessibilità tattica, al 32% di vittorie, all’aver definito la sua squadra la peggiore della storia dello United”. A tutto questo sì, spiega Jonathan Liew sul Guardian, allo scontro con il direttore sportivo che fa il mercato: no. È stato travolto non sul terreno che conosce, ma in un’arena diversa, un’arena fatta di influenza e controllo.
“Anche il lettore più distratto coglierà l’ironia: un allenatore che rimproverava i suoi giocatori per aver perso troppi duelli individuali finisce per sgretolarsi sotto il calore bianco e il carisma animale di uno dei direttori sportivi più temuti della Premier League”.
Il potere della Premier è nelle solite mani
Su questo terreno instabile che chiamiamo calcio, dove nulla sembra avere il tempo di sedimentare, dove le panchine diventano provvisorie, le decisioni sono affrettate e le stagioni vengono giudicate prima ancora di essere comprese – dentro questo clima nervoso e questo tempo accelerato, “la vita di un allenatore sembra accorciarsi sempre di più, mentre la pressione per ottenere risultati immediati non è mai stata così alta”. Lo scrive Samuel Okafor sul Guardian a proposito dell’analoga decisione presa al Chelsea, con il corollario di “un passaggio storico”. Liam Rosenior, ex collaboratore del giornale inglese, è diventato il primo tecnico allenatore inglese in un club delle Big Six. Un traguardo che dice molto sul presente del calcio e sulle opportunità negate per decenni”.
Il dato simbolico non basta a spiegare la questione. Okafor scrive che bisogna guardare la distribuzione reale del potere, i numeri che raccontano chi decide e chi resta ai margini. “I dati mostrano un quadro impietoso: nelle posizioni dirigenziali dei club di Premier League solo il 3,2% è occupato da persone etnicamente diverse. Eppure la ricerca dimostra che una leadership diversificata migliora il processo decisionale, favorisce l’innovazione e rappresenta meglio un calcio sempre più globale. Su questa frattura, suggerisce il Guardian, si misurerà la credibilità delle promesse di cambiamento nei prossimi anni.
Un giocatore alla Klopp per il nuovo Guardiola
Sull’altra sponda di Manchester, però, non sembra mutato il potere totale di Pep Guardiola. Si vede proprio dal mercato e si vede sempre più spesso a gennaio. Anno dopo anno, il suo rapporto con la sessione di riparazione assomiglia sempre meno a una misura d’emergenza e sempre più a un’abitudine. Il Manchester City non compra per tappare buchi ma per cambiare le sue sfumature di celeste. Così si spiegano i 72 milioni per Antoine Semenyo, un acquisto che non risponde a un’assenza nella rosa. Perché lui, perché adesso, e soprattutto: che City è diventato, se sente il bisogno di lui?
“Savinho, Jérémy Doku e Oscar Bobb – ha scritto la rivista francese So Foot – hanno finito per logorare la pazienza di Pep Guardiola.
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La scostumatezza del calcio secondo Valdano
Non serve uno stadio per capire che l’irrazionalità può prendere il comando. Basta aprire le pagine della cronaca mondiale. Ma il calcio è il luogo in cui questa irrazionalità si mette in scena in modo amplificato, Una rappresentazione morale, spesso scomoda. Così dice Jorge Valdano nella sua rubrica del sabato su El Pais – alla fine delle sue lunghe vacanze di Natale. Torna, e – ops – c’è il Clasico.
“Il calcio è un simulacro della vita che esaspera le goffaggini. Non è il posto ideale per far avanzare gli ideali più alti, perché quando la passione prende il comando non si ferma davanti all’etica. È un ambito in cui l’astuzia ha sempre goduto di prestigio e in cui diventiamo arbitrari quando dobbiamo difendere la tribù a cui apparteniamo”.
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Discussioni
Il lassismo verso l’alcol dentro la Nazionale inglese di cricket
C’è un piccolo grande psicodramma n corso in Inghilterra e non lo possiamo trattare con snobismo e sufficienza. La Nazionale ha perso le Ashes con l’Australia. Esatto: è cricket. È inutile fare quella faccia. Il cricket è alle Olimpiadi del 2028 e l’Italia si è qualificata per i prossimi Mondiali. Dunque: sbirciamo.
L’analisi più interessante è quella Michael Vaughan sul Telegraph. Dice che la sconfitta non è stata un incidente, ma l’esito prevedibile di un ambiente che ha perso la misura. Non è una questione di talento o di coraggio, ma di confini che non stati tracciati e di dettagli lasciati scivolare finché sono diventati delle cisti. Il problema è culturale. L’ambiente della squadra è diventato troppo permissivo, troppo libero. I giocatori inglesi hanno sempre bevuto una birra, e non è questo il punto. Ma c’è un tempo e un luogo. Invece ci sono stati episodi recenti di giocatori pizzicati ubriachi la sera prima della partita. Le grandi squadre, sostiene Vaughan, non controllano tutto, ma sono ossessive su ciò che è controllabile. L’Inghilterra, invece, ha dato l’impressione opposta.
È un classico esempio di cattiva gestione dei one-percenters – così dice. Le squadre di alto livello curano ogni minimo dettaglio. Questa Inghilterra no. Affronta avversari che preparano tutto, che analizzano e sanno cambiare registro. L’Inghilterra fa sempre la stessa cosa, ed è stata smascherata. Il campo e la preparazione fisica sono stati un problema evidente. Quando la serie è entrata nei momenti decisivi, il limite è diventato mentale.
“Ci sono stati momenti in cui sembrava che l’Inghilterra potesse prendere il controllo, ma quando contava davvero sono mancate disciplina e solidità mentale. L’Australia le aveva. Le grandi squadre si fondano su comportamento coerente, preparazione e fondamentali forti. L’Inghilterra ha faticato perché è troppo “sciolta”. E la realtà è che sotto questa gestione non abbiamo vinto nulla”.
Vaughan scrive che il linguaggio stesso del cricket inglese si è deformato. Tecnica e pazienza sono diventate parole sospette, quasi reazionarie, salvo poi tornare decisive quando il livello sale.
“È una verità scomoda che i tre hundred segnati in questo tour siano arrivati da giocatori di grande tecnica. Per anni in Inghilterra la tecnica è stata trattata come una parolaccia. Eppure per affrontare bowling di livello mondiale serve tempo, difesa, solidità. Jacob Bethell ha mostrato come si gioca il Test cricket: ha dominato difendendo, lasciando la palla, aspettando il momento giusto”.
Il quadro che emerge non è quello di una squadra senza qualità, ma di un sistema che ha confuso la libertà con il lassismo e l’audacia con la superficialità. Vaughan invita a riconoscere il fatto che il pubblico vede tutto. I risultati, gli atteggiamenti, le ripetizioni degli stessi errori. Perciò datevi una regolata e posate quelle birre sul tavolo.
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Interpreti
Francesca Jones e l’ultima crociata
L’avversario più duro per Francesca Jones è stato spesso il suo corpo. Solo nel 2024 ha giocato 20 tornei, sette si sono conclusi con un ritiro a partita in corso e un altro con un ritiro a torneo iniziato. Significa che in quasi il 40% degli eventi, il fisico non le ha permesso di giocare a tennis. Una fragilità che ha una radice precisa, una diagnosi con cui Jones convive dalla nascita e che ha inciso sul suo sviluppo atletico negli anni in cui le altre giocatrici costruivano continuità e forza.
Jones è nata con una rara condizione genetica, l’Ectrodactyly Ectodermal Dysplasia, che le ha lasciato tre dita e un pollice per mano e sette dita nei piedi. Questa condizione ha inciso sulla sua vita quotidiana e sulla carriera sportiva, costringendola a numerosi interventi chirurgici mentre le coetanee maturavano fisicamente.
A lei si dedica Tumaini Carayol sul Guardian perché ii risultati recenti hanno preso la forma di una svolta. Jones ha vinto due tornei WTA 125, ha raggiunto una semifinale WTA 250 e ha scalato la classifica fino a entrare tra le prime-70. Un risultato notevole, considerando le difficoltà superate, anche se il percorso resta fragile e poco lineare. A Auckland ha battuto Emma Navarro ma ha dovuto ritirarsi ai quarti. “Jones ha trascorso gli anni della formazione alla Sánchez Casal Academy di Barcellona – racconta Carayol – imparando lo spagnolo e adattandosi alla cultura locale. Ancora oggi passa molto tempo lì. Il suo tennis riflette quell’imprinting: grande uso del topspin, pazienza negli scambi, disponibilità alla fatica e alla lotta prolungata da fondo campo. Non a caso, a differenza di molte connazionali, la terra battuta è la sua superficie preferita”.
Fuori dal campo, Jones non coincide con l’immagine eroica o tragica che spesso accompagna storie come la sua. È una personalità più complessa, fatta di apertura e controllo, leggerezza e intensità. “Lontano dal campo è gentile, socievole, una delle giocatrici più accessibili del circuito, ma anche profondamente indipendente e intensa. Con la maturità ha imparato a cercare un equilibrio diverso, comprendendo che rilassarsi e concedersi momenti di distacco può avere un effetto positivo anche sul suo tennis”. Il Guardian la indica come “una delle più grandi storie sportive del momento. Con un po’ di fortuna potrebbe dirsi appena cominciata”.
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La Macchina del tempo
Cosa è diventata la Francia prima del Maggio francese

Il 10 gennaio nel 1966 è un lunedì e l’Inter è tornata da sola in testa alla classifica. Ha vinto 3-1 in casa della Lazio. Helenio Herrera ha rimesso Domenghini al centro dell’attacco e quello ha segnato un magnifico gol. Mazzola ha fatto il suo dopo aver scartato tre avversari e i giornali scrivono che la Lazio ha lasciato troppa libertà a Suarez. Così l’Inter ha staccato Milan e Napoli, fermate sul pareggio in casa da Vicenza e Sampdoria. Sembra oggi. Sembra oggi pure perché la domenica successiva c’è Inter-Napoli.
Al San Paolo nasce il mito di Battara, portiere della Sampdoria che nei racconti leggendari dei padri anni Settanta assumerà i contorni di una specie di Yashin che ce l’aveva con il Napoli. Le sue imprese verranno racchiuse sotto il segmento: cacciava la scienza contro il Napoli. In Partenope cacciare non è solo allontanare ma anche tirar fuori. Cacciare la scienza significa mostrare il proprio sapere o una propria arte meravigliando, da una condizione di assoluta improbabilità.
In effetti l’archivio del Corriere della sera restituisce dopo sessant’anni il titolo: “Sivori è grande, ma Battara un gigante”, a dimostrazione del fatto che si fa male a pensare che tutti i padri siano dei contaballe come quello di Big Fish.
[disclaimer: Non si tratta di autofiction ma di quello che Luciano Floridi ha definito “capitale semantico” – la vera posta in gioco della seconda rivoluzione digitale, “la capacità generativa di creare, curare, generare e trasmettere significato, attraverso le informazioni che si hanno” – quelle che possiedi tu e solamente tu. Floridi sostiene che nell’era dell’IA si salverà chi saprà nutrire il suo capitale semantico – che Vita sintetizza così: “La canzone che ascoltavi a ripetizione quando eri teenager, la lezione di geografia alle elementari durante la quale hai imparato che esiste il fiume Po, le differenze tra la metropolitana di Milano e quella di New York”].
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Il Teleco-Slalom
Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30.
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