Cosa è diventata la Francia prima del Maggio francese

 

  Il 10 gennaio nel 1966 è un lunedì e l’Inter è tornata da sola in testa alla classifica. Ha vinto 3-1 in casa della Lazio. Helenio Herrera ha rimesso Domenghini al centro dell’attacco e quello ha segnato un magnifico gol. Mazzola ha fatto il suo dopo aver scartato tre avversari e i giornali scrivono che la Lazio ha lasciato troppa libertà a Suarez. Così l’Inter ha staccato Milan e Napoli, fermate sul pareggio in casa da Vicenza e Sampdoria. Sembra oggi. Sembra oggi pure perché la domenica successiva c’è Inter-Napoli. 

Al San Paolo nasce il mito di Battara, portiere della Sampdoria che nei racconti leggendari dei padri anni Settanta assumerà i contorni di una specie di Yashin che ce l’aveva con il Napoli. Le sue imprese verranno racchiuse sotto il segmento: cacciava la scienza contro il Napoli. In Partenope cacciare non è solo allontanare ma anche tirar fuori. Cacciare la scienza significa mostrare il proprio sapere o una propria arte meravigliando, da una condizione di assoluta improbabilità. 

In effetti l’archivio del Corriere della sera restituisce dopo sessant’anni il titolo: “Sivori è grande, ma Battara un gigante”, a dimostrazione del fatto che si fa male a pensare che tutti i padri siano dei contaballe come quello di Big Fish. 

[disclaimer: Non si tratta di autofiction ma di quello che Luciano Floridi ha definito “capitale semantico” – la vera posta in gioco della seconda rivoluzione digitale, “la capacità generativa di creare, curare, generare e trasmettere significato, attraverso le informazioni che si hanno” – quelle che possiedi tu e solamente tu. Floridi sostiene che nell’era dell’IA si salverà chi saprà nutrire il suo capitale semantico – che Vita sintetizza così: “La canzone che ascoltavi a ripetizione quando eri teenager, la lezione di geografia alle elementari durante la quale hai imparato che esiste il fiume Po, le differenze tra la metropolitana di Milano e quella di New York”].

Alla fine di Bologna-Juventus c’è stata invece una rissa con tre espulsi dopo un gol di Cinesinho viziato da un fallo di mani. L’Italia è uscita da 24 ore di freddo e neve dalla Liguria all’Umbria, ma l’altra grande notizia di sport sui giornali di quel mattino è la vittoria dell’Ignis Varese nella Coppa Intercontinentale a Madrid, su Real, Corinthians e Jamaco. Sulla scena della politica estera Mosca ribadisce all’Inghilterra – attraverso un incontro fra ambasciatori – la richiesta del ritiro delle forze americane dal Vietnam. L’Africa somma una serie di colpi di Stato uno dietro l’altro. Ce ne sono stati quattro in quaranta giorni: nel Congo, nel Dahomey [oggi Benin], nella Repubblica Centrafricana, nell’Alto Volta [oggi Burkina Faso]. In Italia, il congresso del PSDI a Napoli propone il 1° maggio come data per celebrare la riunificazione con il PSI. 

Ma in questo viaggio dentro l’anno in cui stava cominciando inconsapevolmente il Sessantotto, spicca la domanda storica, sociale, […. – spazio a piacere per un terzo aggettivo a scelta] di Virgilio Titone sul Corriere della sera. Che cos’è la Francia oggi? Arriva dalla lettura del libro di Denis W. Broga [Lo sviluppo della Francia moderna] ma soprattutto attraverso una lunga linea di osservazioni che spiegano come il paese sia arrivato a essere quel che è nel 1966, uno Stato fortissimo, una società complessa, un’identità mai pacificata.

“La sconfitta del 1870 e la fine della Comune segnano l’inizio di una nuova storia. La Francia perde definitivamente la sua supremazia sul continente europeo, ma insieme a questa sconfitta se ne accompagna un’altra: quella di Parigi. Fino ad allora la capitale era stata qualcosa di più di una città: da un lato la Francia stessa, dall’altro quasi la sua anti-Francia, una forza opposta a quella di un Paese agricolo, di contadini laboriosi e di borghesi ligi alla tradizione”.

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Parigi, centro simbolico e politico, non smette però di essere il luogo dove la Francia prende coscienza di sé, anche nei momenti di rottura estrema. “Quella che era stata vinta era la Francia dell’imperatore. Ma la Repubblica, questo nome sacro, non conosceva la sconfitta. Come la Convenzione, che aveva osato sfidare i re alla testa dei loro eserciti, Parigi continuava a incarnare l’idea di una legittimità che non si arrende”.

La Francia che emerge da questo lungo Ottocento non è un Paese diviso da classi impermeabili, ma da ambienti, mondi sociali che convivono e si fronteggiano senza dissolversi. “Parigi appare come una vasta assemblea in cui tutti parlano e tutti hanno un posto. Nei piccoli come nei grandi comuni, ognuno occupa una posizione in una gerarchia di valori sociali e umani che nessuna dottrina rivoluzionaria è mai riuscita a cancellare: l’operaio resta fedele al suo ceto come il contadino, il borghese o il duca”.

Così nasce una singolare continuità: un’economia moderna che conserva forme antiche, una società che cambia senza spezzarsi. “Anche l’industria – scrive Titone – fino a tempi recenti, mantiene la forma dell’azienda familiare trasmessa di padre in figlio. Case di commercio plurisecolari convivono con idee radicali e anticlericali, perché fedeltà al passato ed entusiasmo per il nuovo non sono opposti, ma nascono dalla stessa radice: la presenza viva dello Stato e di una società organica”.

Per Titone, insomma – pare di capire oggi – il vero asse della storia francese non è il conflitto di classe, ma la tensione costante tra spazi sociali. E qui c’è il Sessantotto che si annida [come lo sporco nella réclame di Dual: capitale semantico]. 

“Tutta la storia della Francia moderna può ricondursi non allo scontro tra classi, ma al contrasto e al comporsi di società opposte: la campagna e la città, Parigi e la provincia, quartieri contro quartieri. Le idee non sono astratte: esprimono gruppi umani concreti”.

Dopo il 1945, però, questo equilibrio inizia a incrinarsi. Non per una rivoluzione, ma per una lenta disgregazione. “Le vecchie società si avviano a dissolversi. Alle folle spontanee si sostituiscono organizzazioni sindacali rigidamente disciplinate; l’intellettuale perde prestigio; la campagna si svuota; l’azienda familiare appare superata. Milioni di immigrati entrano nel tessuto sociale, producendo una Francia senza radici, fatta di déracinés”.

Eppure, conclude Titone seguendo Brogan, questa trasformazione non cancella del tutto ciò che la Francia è stata. “In milioni di francesi vive ancora, pur modificata, l’anima antica della Francia: quella di un popolo in cui lo Stato e la società non sono mai stati astrazioni, ma realtà storiche profonde”. È da questa stratificazione — più che da una rottura netta — che nasce la Francia contemporanea, dice, con i suoi due volti: ordine e conflitto, Stato e società, memoria e disgregazione. Daniel Cohn-Bendit si è iscritto a sociologia all’università di Nanterre. 

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