La lettera di odio verso la Juventus scritta da Manlio Cancogni nel 1976

      

  C’è un discreto casino nel calcio italiano. È stata una domenica assurda, quella precedente, con un tentativo di linciaggio in campo dell’arbitro Ciacci a Genova, scontri tra la forza pubblica e la folla a Roma per la partita con la Juventus, otto pullman assaltati da teppisti a Milano. Gli arbitri sono stati contestati anche a Torino e a Cesena. Al campionato saltano le valvole scrive in prima pagina la Gazzetta. Gigi Radice, allenatore del Torino che andrà a vincere lo scudetto, dice che bisogna insegnare ai giocatori che perdere non è una vergogna. Si scoprirà dopo una settimana da foto e immagini che l’arbitro Ciacci è stato colpito non dall’invasore, ma con una gomitata dal sampdoriano Tuttino, involontariamente, mentre bloccava l’invasore a terra. 

Gian Paolo Ormezzano sul Tuttosport che dirige scriverà qualche giorno dopo un editoriale titolandolo L’arbitro ha sempre ragione, su nove colonne. Dice: “Noi pensiamo al personaggio arbitro come ad uno degli ultimi atti di fede esercitabili dall’uomo. Noi sappiamo che ci sono arbitri corrotti ed arbitri fessi, come ci sono uomini, giornalisti corrotti e fessi. Ma pensiamo che il miracolo di un uomo solo di fronte a tanti, di un lavoro decisionale, da pretore alle prese con la jus emergente, mandato comunque sempre avanti, di una ipotesi [e non solo] di sacrificio anche fisico, sia da difendere, da conservare. L’arbitro ha sempre ragione non perché è un Mussolini, ma perché è un pover’uomo con tutti i difetti, è uno come noi. I Mussolini sono quelli che pretendono di sindacare tutto, di esercitare un loro diritto di «giustizia» perché pagano il biglietto [e magari manco l’hanno pagato. o manco sono andati allo stadio], nei riguardi di uno che la domenica offre fatica, sudore, paura: e parliamo, chiaro, soprattutto degli arbitri «minori». Questa lapidazione è profondamente fascista, è il «so tutto io» di chi sta lontano: non è un caso che gli arbitri siano fisicamente più esposti nei paesi più incivili [eufemisticamente detti: più passionali] dove di libertà e buona fede si sa poco o nulla. Se non ci convinciamo che l’arbitro ha sempre ragione, passiamo subito dalla parte di quelli che dicono che l’arbitro ha sempre torto. In queste cose la via di mezzo non c’è. Seguendo una via si gioca ancora a football seguendo l’altra si sfasciano gli stadi”.

Alberto Rognoni sul Guerin Sportivo aggiungerà: “Siamo tutti assassini. Ho già deplorato i «giudici-struzzo», rei di consentire che l’atmosfera del campionato venga ammorbata dallo smog del sospetto. Alla gogna i giocatori che non sanno perdere e si abbandonano a intollerabili manifestazioni di isterismo; alla gogna i dirigenti e i tecnici che si rifugiano sistematicamente nell’alibi sleale del vittimismo. Gravissime responsabilità hanno anche quelle «giacche-nere» che, con arbitraggi scandalosi a senso unico, accreditano la favola [non sempre favola] dei favoritismi; altrettanto colpevoli sono i dirigenti dell’AIA che, per solidarietà di cosca, lasciano impuniti gli arbitri che commettono imperdonabili nefandezze. Alla gogna i teppisti degli stadi; alla gogna anche quelli di noi, giornalisti, che, sudditi della fazione, sobillano le folle alimentando i complessi di vittimismo e di persecuzione”. 

Ma quel giorno è un gran casino perché lo scrittore Manlio Cancogni, bolognese di nascita, genitori della Versilia, quasi sessantenne, tre anni prima premio Strega per Allegri, gioventù, ha scritto una lettera aperta a Gianni Agnelli attraverso le pagine sportive del Corriere della sera. Il titolo non ha bisogno di sommari: “Perché da cinquant’anni odio la sua Juventus”.


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Cancogni scrive perché “tengo ad informarla che nel prossimo giugno celebrerò con pochi amici le mie nozze d’odio con la Juventus. Nozze d’odio e d’oro. È infatti dal giugno del 1926 che questo sentimento che, contrariamente all’amore, si nobilita col tempo, mi s’accese per la prima volta nell’animo [ero un bambino] leggendo della sua squadra. E da allora non è più cessato. E anzi va ravvivandosi [benché io non faccia il tifo per nessuna altra squadra, o meglio lo faccia solo per chi si batte con la Juventus]”. 

Dopo aver confessato un analogo sentimento per l’Inter un decennio prima,  spiega la genesi del sentimento. Cancogni arriva all’odio per la Juventus per accumulo, per sedimentazione lenta, e tutto comincia da un episodio minimo, quasi casuale, nel 1926, quando il calcio entra per la prima volta nella sua vita. È un bambino, legge di nascosto un giornale sottratto al padre. Juventus e Bologna hanno appena pareggiato una semifinale della Lega Nord: 2-2. È la finale di fatto del campionato, perché la vincente del Nord affronterà l’Alba Roma, molto più debole. In quella pagina di giornale Cancogni legge due cose che lo orientano per sempre: al Bologna è stato annullato un gol per un sospetto fuorigioco, e la Juventus viene descritta come la squadra “più forte, insuperabile”.

Un riflesso istintivo lo porta a stare dalla parte di chi sembra penalizzato. Non è ancora l’odio di cui parla, ma una buona dose di diffidenza. La sensazione che attorno alla Juventus esista una specie di aura, una protezione preventiva, una superiorità data per acquisita. Bologna, al contrario, gli appare come il luogo della virtù autentica e del gioco. Questa opposizione infantile — il potere contro il merito — non lo abbandonerà più.

Negli anni successivi quella sensazione trova conferme sempre più robuste. Tra il 1931 e il 1935 la Juventus vince cinque scudetti consecutivi. Cancogni usa parole durissime. Lo racconta come un regime, usando volutamente il lessico politico. Per lui la Juventus non domina soltanto: schiaccia, avvilisce, educa all’obbedienza. “Chi può dimenticare lo storico quinquennio di infamia dal ’31 al ’35, durante il quale il calcio italiano giacque prostrato e avvilito sotto i piedi della tiranna di Torino, fra il plauso ed il consenso di Italia tutta?”.

Gli episodi che rievoca non servono tanto a dimostrare torti arbitrali quanto a costruire una narrazione simbolica: non sono i singoli fatti che contano, ma una certa idea che al potente vada sempre tutto bene, anche quando sembra sul punto di cadere. 

A questo punto l’odio smette definitivamente di essere sportivo e diventa antropologico. Cancogni se la prende soprattutto con chi tifa Juventus non per amore, ma per adesione. Racconta di un amico calabrese, “era di Reggio Calabria, ma tifava per la Juve. Perché? Perché è la più forte, mi rispose calmo, dandomi una lezione precoce di Realpolitik. Come lui erano la maggioranza degli italiani”.

Così nasce la sua idea più radicale. La Juventus non ha bisogno di corrompere. Non perché sia moralmente superiore, ma perché il sistema le va incontro spontaneamente. “I potenti non hanno bisogno di corrompere. Gli arbitri e gli altri la favorirebbero ugualmente, per una viscerale spinta, una spontanea preferenza. È bello per i vili stare al fianco del potente, nella sua ombra”. 

Quando il fascismo cade, anche la Juventus sembra per un momento ridimensionarsi. Ma è una parentesi. Col tempo torna sul trono, e per Cancogni il cerchio si chiude. Il legame tra potere economico e squadra è esplicito, riconosciuto, quasi ostentato. Due poteri che non si fronteggiano ma si sommano, rendendo ancora più difficile opporsi. “Come allora – conclude con parole di pietra – anche oggi il regime della gran favorita genera un irrespirabile conformismo generale, un ripugnante servilismo, un’insopportabile complicità. Senza contare che un tempo solo pochi sapevano che dietro la Juve c’era il suo illustre nome. Oggi lo san tutti. Per cui le due cose si identificano. Due podestà, due esperienze consumate, due canizie, direbbe il Manzoni, si trovano non a fronte, ma alleate. E chi può resistere davanti a tale concorso di potenza? Gli italiani si piegano ossequienti. E naturalmente anche gli arbitri, ecc. ecc. Corruzione? Non scherziamo. I potenti, le ho detto, non ne hanno bisogno. Quanti arbitri si contenterebbero, non dico di stringerle la mano, ma addirittura di offrirle un aperitivo”. 


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Il Corriere della sera, proprietà Rizzoli, era appartenuto alla famiglia Agnelli fino a un anno e mezzo di prima. La polemica dura giorni. Claudio Gorlier replica: “Molti juventini come me si sentono inermi – scrive – e si difendono come possono. Non userò armi sleali, rammentando Togliatti che si informava premurosamente della partita della Juve o se la vedeva allo stadio, tacerò del veto posto da Vittorio Mussolini, presidente della Lazio, al trasferimento del piemontese Piola alla Juve. O della partita di Coppa dei campioni comprata contro la Juve dal Real Madrid. O delle condanne senza appelli, per cui un Longobucco in qualsiasi squadra è un terzino aggressivo, e nella Juve un assassino. Mi accontenterò di constatare, senza urla di gioia, che il calcio sceglie i suoi mecenati con meno raffinatezza di Ludovico Ariosto. A Roma palazzinari, a Milano i petrolieri e i prestanome, a Torino il neocapitalismo”.

Gorlier ha l’ardire di aggiungere che “la Juventus rassomiglia ai romanzi di Flaubert ieri, e ai romanzi di Butor oggi: procede secondo una architettura calcolata, oggettiva, antisentimentale, aliena dal lazzo strappalacrime. Magari la si maledice per la sua fredda impersonalità, ma alla fine si scopre che tutto sommato, oltre che vincente, è pure bella”. 

È qui che Cancogni va su tutte le furie.

Chiama il Corriere, chiede di replicare e il giorno appresso scrive: “Ho amato Flaubert, l’ho studiato attentamente [e chi di noi non l’ha fatto! ] lo considero il piccolo maestro di noi piccoli autori; quello che ci ha insegnato un metodo sicuro e che ci indica la via per non sbagliare. Tanto che, più o meno tutti, siamo capaci di fabbricare un buon libretto. Ma detto questo, permettimi di esclamare anche un bel sonoro merde à Gustave! A questo catenacciaro ante litteram della letteratura, difensivista per scelta, per volontà [per natura si sarebbe lasciato disastrosamente andare] per volontaria distruttiva autolimitazione. Flaubert non dà sorprese. Ogni suo prodotto funziona benissimo, anche se le sue prestazioni non sono mai eccelse, mai esaltanti. Come la Fiat. … Il nostro è un paese di prudenti, di sedentari, di piedipiatti, di familiott, di sacrestani, di melensi; di gente che vuole lo stipendio garantito dallo Stato [lo vogliono anche i giornalisti e gli artisti, figuriamoci!], che a vent’anni pensa già alla pensione. Che quando viaggia per il mondo, appena sbarca manda la cartolina a casa. E ti pare che si debba consigliare come correttivo Flaubert, che debba contentarsi di una Juve! Ma diamogli perdio uno Stevenson, un Twain, un Kipling, un Withman, un Melville! E come squadra uno di quegli scatenati stolti undici del Nord che ai buttano all’arrembaggio e le buscano”.  

È buffo che nel frattempo abbia festeggiato le nozze d’oro la lettera d’odio di Manlio Cancogni alla Juventus. Nel 1982 sarà uno degli scrittori inviati al Mundial ‘82 [per Il Giornale], nel 2000 avrebbe pubblicato il romanzo Il mister, la storia di uno Zoran che incanta con il suo stile, evidentemente Zeman. 


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