Il derby di Parigi, un test di convivenza

 

  Per quasi mezzo secolo, a Parigi, il derby non è esistito. Non era un fatto calcistico, figuriamoci se poteva essere nell’immaginario collettivo. L’ultimo PSG-Paris FC risaliva al dicembre 1978, un pareggio senza eco, liquidato allora come “uno spettacolo triste”, e rimasto congelato in un’epoca di maglie con sponsor improbabili. Il tempo ha fatto il suo lavoro. Ha ingigantito uno dei due club e ha reso l’altro laterale, finché la città si è abituata all’idea che Parigi potesse avere un solo centro gravitazionale.

Nella sera del nuovo incrocio, quarantasette anni dopo, non arriva dunque solo una, ma un test di convivenza. In questi termini la racconta Hugo Delom su L’Équipe, che ricorda quanto sia cambiato in quasi cinquant’anni. Da una parte c’è il PSG, “il mastodonte”, con un budget da 850 milioni, una supremazia costruita dall’era qatariota in poi, una posizione ormai globale. Dall’altra il Paris FC, promosso e rilanciato, “una strana neopromossa nuova ricca», acquistato da Antoine Arnault, tifoso dichiarato del PSG. 

Delom insiste sulla singolarità di questo derby, il più vicino del mondo, con dodici metri di distanza tra gli ingressi, eppure privo di veleno. Ufficialmente non c’è rivalità. Arnault lo ribadisce: «Sono tifoso del PSG da quando avevo 12 anni. Non escludo di tifare per tutt’e due club». E anche il PSG, per voce dirigenziale e tecnica, accompagna il ritorno del Paris FC come una buona notizia per la città, «una bella festa del calcio parigino», sottolineando «gli ottimi rapporti». I ricchi fra loro in genere si capiscono. 

Il nodo non è il presente. L’Équipe dice che in futuro questo equilibrio formale rischia di incrinarsi. Il PSG sa che Parigi è una leva simbolica troppo potente per non osservare da vicino la strategia del vicino, soprattutto considerando la forza del gruppo LVMH e una capacità di attrazione già visibile, con attori, modelle, imprenditori regolarmente invitati sugli spalti di Charléty.

Ma prima ancora del marketing e dei risultati, il vero terreno di confronto potrebbe essere un altro. “La rivalità si giocherà senza dubbio sulla formazione”. Qui il Paris FC ha un credito riconosciuto, una tradizione di lavoro giovanile che finora non poteva promettere un orizzonte di altissimo livello. I nuovi capitali e l’apporto di Red Bull cambiano le prospettive. “Il futuro Messi – sogno rivendicato dal PSG – indosserà prima la maglia azzurra e bianca?”.

ore 20.45  su Sky Sport


COSA SCRIVEVANO IERI

 

Domani il derby di Parigi: ma mancano i campi

C’è voluto del tempo per prendere Parigi, ma adesso il calcio ne ha fatta una delle sue case più luminose. Per i risultati del PSG, ma non solo. Parigi è uno dei più straordinari vivai calcistici d’Europa, eppure vive in una contraddizione permanente: produce talento in quantità industriale e o fa in spazi strettissimi. È il paradosso raccontato stamattina da Hugo Delom  su L’Equipe, alla vigilia del derby di Ligue 1 tra i campioni d’Europa battenti bandiera qatarina e il Paris FC della famiglia Arnault. Una sfida fra ricchi e ricchissimi. L’Equipe racconta allora una capitale dove il calcio nasce ovunque — nei City Stade, nei campetti improvvisati, tra i palazzi — nonostante un numero di infrastrutture nettamente insufficiente rispetto ai praticanti.

Col passare degli anni, e con i successi della Nazionale, l’Île-de-France è stata percepita come “il nuovo Brasile”, una terra in cui “in uno stadio lontano della Seine-Saint-Denis, su un City Stade degli Yvelines o ai piedi di una torre del Val-de-Marne, crescono talenti rari”. Ragazzi che a volte diventano addirittura dei crack.

L’Equipe spiega come questa ricchezza non sia legata solo ai grandi nomi già affermati, ma anche a una miriade di percorsi meno visibili, nati nel cuore di una città che resta sorprendentemente ostile alla pratica sportiva organizzata. “La questione della mancanza di strutture per accogliere i 29.800 tesserati parigini è centrale”, scrive Delom, ricordando che Parigi dispone di appena una trentina di campi per gli oltre due milioni di abitanti concentrati in nove arrondissement.

A eccezione dell’impianto simbolico ai piedi della Torre Eiffel, “tutti gli stadi sono collocati in prossimità dei boulevard periferici”. Philippe Surmon, presidente del distretto calcistico di Parigi, dice: «Parigi ha il rapporto più basso tra popolazione e infrastrutture sportive. Con più stadi potremmo accogliere il doppio dei tesserati». Il problema, aggiunge, è strutturale: «Dobbiamo fare i conti con la mancanza di spazi disponibili».

Nonostante questo, il calcio parigino vive e resiste. I praticanti — per metà bambini e adolescenti — sono distribuiti in 130 club, una costellazione che va oltre le due realtà di Ligue 1. Accanto a loro si sono affermati poli cittadini alternativi, sostenuti da una pratica quotidiana, spesso compressa negli orari e negli spazi, ma costante. Il calcio a Parigi, dice L’’Equipe, non è comodo né abbondante, casomai è affollato. Proprio per questo continua a produrre talento. E mentre nuovi equilibri si preparano a ridisegnare la mappa della formazione nella regione, resta un dato essenziale è che “proprio in questa città densa, satura, imperfetta, tanti futuri professionisti hanno imparato a giocare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.