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# 3 giorni a Van der Poel vs Van Aert in Anversa
► OUSMANE DEMBÉLÉ è stato premiato come miglior giocatore dell’anno anche dalla FIFA, dopo aver ricevuto il Pallone d’oro. Anche Gigi Donnarumma ha raddoppiato i riconoscimenti come miglior portiere del 2025.
◇ Denzel Dumfries si è fatto operare a Londra alla caviglia sinistra per risolvere definitivamente il problema che lo affligge da un mese. L’Inter torna sul mercato e la Gazzetta racconta che “Norton-Cuffy ha già stregato”, che ci sono “fari accesi anche su Belghali”, ma attenzione perché “piace anche il croato Valincic” e “il sogno proibito resta Palestra”. Per oggi basta così. Anche Gimenez del Milan si darà operare alla caviglia scartando l’ipotesi della terapia conservativa. La stessa scelta è stata fatta a Napoli da Billy Gilmour. Sono tre calciatori di tre nazionali qualificate ai Mondiali.
◇ Il ritorno al Palalido ha messo un vento romantico nelle vele di Milano, capace di battere il Real Madrid in Eurolega per 89-82.
◇ Mikaela Shiffrin vinceva di giorno, vinceva di notte, vinceva sem-p-re [cit.]. Pure a Courchevel dove ha battuto la svizzera Rast e la tedesca Aicher.
◇ Christian Bacico, 20 anni, è stato sospeso in via cautelare dal tribunale nazionale antidoping per la presenza di clostebol rinvenuta durante i controlli.
◇ Paul Doyle, l’uomo che si è lanciato con un mezzo contro i tifosi del Liverpool durante la parata per la vittoria del titolo di Premier League, è stato condannato a 21 anni e sei mesi di carcere.
Se posso farcela lì, posso farcela ovunque
Frank Sinatra, New York, New York
La prima festa del basket a New York dopo cinquant’anni
Eh dunque, sì, come dice quella signora che a un certo punto illumina con la sua voce le barre del cantante più ricco del mondo, non c’è niente che non si possa fare in quella giungla di cemento, dove le grandi luci ispirano – e se puoi perfino avere un sindaco di sinistra, New York, cosa vuoi che sia tornare finalmente a vincere un titolo nel basket dopo oltre cinquant’anni. Non è l’anello, gne gne gne, d’accordo, va bene, non è l’anello, ma se questo trofeo l’hanno sollevato con un certo entusiasmo i Lakers – che hanno più anelli di quante dita possano sommare una persona e mezza, allora puoi sollevarlo senza pudori pure tu, Empire State of Mind, tu che sei ambizione, sogno americano, resistenza e diversità.
Con un parziale di 15-3 all’inizio del quarto-quarto i Knicks hanno smontato l’ultima trincea dei San Antonio Spurs [124-113] e come dice The Athletic c’era proprio bisogno di avere un drappo, uno stendardo nuovo da appendere al tetto del Madison Square Garden, per la prima volta dal 1973. OG Anunoby ha guidato con 28 punti al successo nella Coppa, Jalen Brunson ne ha aggiunti 25 aggiudicandosi il premio di mvp del torneo. Ma la partita ha preso una piega diversa in quella prima parte del quarto-quarto grazie al contributo significativo della panchina. La guardia Jordan Clarkson ha segnato 15 punti, Tyler Kolek ne ha aggiunti 14 e il centro Mitchell Robinson ha dominato al tabellone con 10 rimbalzi offensivi [e 15 totali] in soli 18 minuti.
L’attacco degli Spurs si è arenato nel quarto-quarto, solo 6 punti negli ultimi tre minuti e mezzo, e “la vittoria ha confermato che i Knicks meritano di essere considerati in corsa per il titolo NBA: si tratta della squadra più forte nelle partite importanti, vicina alla vetta della classifica a Est. New York ha chiuso la partita con una forza tale – un quarto-quarto dominato per 35-19 – che non lascia dubbi sul fatto di potersi candidare come una seria pretendente all’anello. Se pensavate che i Knicks fossero troppo sbilanciati, ripensateci. New York non ha vinto la NBA Cup perché Brunson è il miglior marcatore del pianeta. I Knicks non hanno vinto perché Karl-Anthony Towns ha tirato come sappiamo che sia capace di fare. Mikal Bridges non è stato spettacolare. Josh Hart ha giocato partite migliori. I Knicks hanno vinto grazie all’eroismo dalla panchina. Tyler Kolek, una seconda scelta al draft della scorsa stagione, ha segnato in doppia cifra partendo dalla panchina, con Mitchell Robinson che ha dominato Victor Wembanyama ai rimbalzi. Wembanyama non ha avuto la possibilità di prendere buoni tiri, spesso era fuori posizione in difesa. È stato un buon test per le aspirazioni degli Spurs, la risposta è che non sono riusciti a cogliere il momento giusto. Non sono lontani dall’essere pronti per il basket di alto livello, ma hanno ancora molto lavoro da fare”.
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Mamdani sindaco, l’Arsenal si è preso pure NY
Non è l’alba dell’America, perché le Americhe sono tante, milioni di milioni. Non è neppure il risveglio di New York perché New York non si era mai assopita, quasi mai New York la sera va a dormire con tutte le facce, tutti i colori, tutti i fusi orari che contiene. Con o senza Donald Trump, sotto la sua torre e sotto tutte le altre, comprese quelle che sono state buttate giù e di nuovo costruite. Ma Zohran Mamdani alla guida della città è l’arrivo di un fioraio in un labirinto di cemento, una testa che porta un’idea, le parole e la luce nel buio del caos.
Bye bye, Las Vegas
Las Vegas ci ha messo decenni a scrollarsi di dosso l’etichetta di città del peccato e presentarsi come un luogo uguale agli altri. Prima con il ghiaccio dei Golden Knights, poi con una franchigia NFL, infine con la NBA che ha portato qui la sua Coppa di metà stagione, immaginando che il deserto illuminato potesse diventare un nuovo centro per il suo rito. E invece – racconta Joe Vardon su The Athletic – l’impressione è che Las Vegas stia già perdendo parte del suo magnetismo, proprio mentre la NBA Cup comincia a funzionare davvero.
Il torneo, voluto da Adam Silver nel 2023 per dare senso e tensione ai primi mesi di stagione regolare, ha trovato pubblico in tv, ascolti in crescita, giocatori coinvolti. «La gente vuole giocare per qualcosa» dice De’Aaron Fox, riducendo la questione all’essenziale: il premio conta, il denaro pure, ma soprattutto conta che le partite significhino qualcosa. Noi invidiamo agli americani i loro play-off, loro invidiano a noi europei le nostre stagioni regolari. Gli allenatori, inizialmente scettici, oggi parlano della Coppa come di un esperimento riuscito.
Eppure, a Las Vegas, qualcosa non torna. L’arena non è sempre piena, l’atmosfera non sempre all’altezza. Per questo la NBA sta valutando alternative: le semifinali sono già state spostate nei palazzetti di casa, la finale forse andrà altrove. Non perché la Coppa sia in discussione. Il paradosso è che Las Vegas non è bocciata. È troppo normale. Troppo neutrale per una competizione che vive di appartenenza e di rumore. Amazon Prime suggerisce addirittura di considerare alcune arene universitarie, lo ha detto Silver , aggiungendo che la NBA ci sta pensando. Phoenix e San Antonio hanno giocata una partita all’Università del Texas in febbraio.
“Il Natale – racconta un paraustiello The Athletic – era nei resoconti pubblicati dal National Geographic e da numerosi altri siti storici una celebrazione volgare e sdolcinata, spesso vietata nelle comunità americane controllate dai puritani nel XVII e XVIII secolo. Quando i tedeschi emigrarono negli Stati Uniti negli anni ’30 dell’Ottocento, portarono con sé abeti e regali per i bambini. Negli anni ’40 dell’Ottocento, Charles Dickens scrisse quel Canto di Natale che ebbe un enorme successo e dopo la Guerra Civile il Congresso fece del Natale la prima festività federale del Paese, come mezzo per promuovere l’unità tra il Nord e il Sud. Alcune cose – a volte persino i concetti più popolari – impiegano tempo per affermarsi. Forse, allora, ci aspettiamo troppo dalla Coppa NBA di Las Vegas, e troppo presto”.
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I temi del giorno
Il piacere per il divertimento di Doué
PSG-Flamengo, la Coppa del vecchio calcio binario
La Coppa Intercontinentale vive da sempre in una terra di mezzo, “marginale nei calendari, centrale nella memoria”. Così la definisce almeno Vincent Duluc su L’Équipe, raccontandola come un oggetto mitologico, sporco di zolfo e storia, cresciuto tra violenza, leggenda e geografia ridotta a due soli continenti. “Un tempo il mondo del calcio era una mappa binaria: Europa e Sud America”, e dentro quella frattura si consumavano finali che sembravano guerre per procura. Duluc rievoca l’arresto di Néstor Combin alla Bombonera nel 1969, sanguinante su una barella, punito dall’Estudiantes del fútbol de la muerte: “Una Coppa che non chiedeva consenso, ma sopravvivenza”.
Poi è venuto il periodo del Giappone, la partita secca, l’illusione della neutralità. Dal 1980 al 2004 la Coppa Intercontinentale è stata un rituale ordinato, molto in mood asiatico, prima che la FIFA allargasse il campo, i continenti e soprattutto il business, generando quella confusione semantica che oggi obbliga tutti a chiedersi che cosa stiamo vedendo stasera, e in che cosa si distingua davvero dal Mondiale per club dell’estate scorsa.
Duluc si è dato una spiegazione, “la storia non cambia nome, cambia cornice” – e se non si è dato una spiegazione, almeno ci ha dato una frase da citare. Dentro questa cornice, a Doha succede qualcosa che alla Francia mancava da sempre. Per la prima volta un suo club gioca una finale di questa Coppa. Il Marsiglia avrebbe dovuto farlo nel 1993, ma lo scandalo di corruzione che seguì la partita con il Valenciennes lo espulse da tutte le competizioni internazionali quell’autunno. Tocca al PSG allora, “con l’aria di essere un pioniere”. Arriva qui dopo aver già spremuto il 2025 fino all’osso: 66 partite, cinque trofei già in bacheca, la possibilità di un sesto. Scrive Duluc che questa squadra sembra aver imparato a convivere con la fatica come con un rumore di fondo.
Il Flamengo arriva al completo, il PSG no. “Ma l’inverno parigino non è così crudele come potrebbe sembrare”. Senza Hakimi, con un Dembélé ancora a metà nonostante il Pallone d’Oro, il PSG è una squadra che si sta avvicinando lentamente a ciò che vuole essere. Duluc elenca le tappe recenti come un apprendistato sul dolore e chiude su Luis Enrique, che rinuncia a ritirare il premio FIFA a ridosso dell’impegno: “Un gesto coerente, quasi didattico”. Le ricompense individuali non contano, “entrare nella storia sì”.
Se la Coppa Intercontinentale parla di storia, Hugo Delom, sempre su L’Équipe, racconta il futuro, anzi il presente che accelera. Ha il volto di Désiré Doué, vent’anni, appena premiato dal Golden Boy di Tuttosport come miglior giovane d’Europa. Ha un rapporto con le partite decisive che non somiglia alla paura, ma a una forma di attrazione. Una persona a lui vicina dice al giornale che non ha alcun tipo di inibizione, sente la pressione, ma lo eccita, gli permette di dare il massimo. A Clairefontaine lo dicono sottovoce e quasi con stupore: nell’ossessione per la vittoria ricorda Mbappé, sono due robot.
La chiave non è il talento evidente, ma il modo in cui gestisce la pressione. Julien Stéphan, suo ex allenatore a Rennes, parla di una combinazione rara di fiducia, stabilità emotiva e maturità fuori scala. Gérald Baticle, allenatore della Under-21 di Francia, aggiunge che in Doué non esistono emozioni negative. “C’è qualcosa di puro nel suo approccio. Sa dove vuole arrivare, conosce la sua strada, quando arriva a una partita, è una sorta di realizzazione che sperimenta”. Delom respinge l’idea del giocatore che sceglie le partite, Doué brilla anche contro avversarie minori, perché “la sua bussola non è l’importanza dell’evento, ma il piacere di esserci”. Dice Baticle che in lui vede sempre sempre sempre la ricerca del divertimento. “Un piacere che nel calcio porta spesso molto lontano”.
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Le analisi
La gita in Arabia della serie A
Nella città dove il tennis da oggi comincia a cercare il suo prossimo maestrino, il calcio italiano è volato per raccogliere un po’ di soldi e per assegnare il primo trofeo della stagione. Luigi Garlando sulla Gazzetta racconta la Supercoppa italiana di Riad non come una parentesi esotica ma come un crocevia emotivo e simbolico della stagione. Siamo così di casa, dice Garlando, che il Cavatappi di Riad non è più un’eccezione, ma un parente lontano che il nostro calcio va a trovare ogni anno. “È la sesta volta infatti, la quinta consecutiva, che la Supercoppa Italiana si gioca all’ombra del Kingdom Centre, l’iconico grattacielo da 300 metri con un arco in cima che sembra fatto apposta per stappare bottiglie gigantesche”.
Garlando dice che “una Supercoppa non salva la stagione di una grande, ma evitare già prima di Natale l’ipotesi degli “zero tituli” alleggerirebbe il cuore”. “Non vale solo una coppa di metallo”, si legge, ma è un’onda lunga di fiducia, rivincite e pressioni che può cambiare il racconto dei mesi successivi.
Paolo Tomaselli sul Corriere della sera trova che sia un piccolo osservatorio privilegiato sul rapporto sempre più stretto tra il calcio europeo e l’Arabia Saudita. Il suo racconto parte da una serie di dettagli — la scaramanzia degli hotel, i campi d’allenamento giudicati troppo duri, il timore degli stadi mezzi vuoti — per fare il punto sul quadro economico e politico che sostiene l’evento. Con i suoi 23 milioni di montepremi e i 9,5 alla vincente, la Supercoppa resta soprattutto un affare finanziario, capace di far dimenticare calendari congestionati e classifiche con l’asterisco. Ma Tomaselli mostra come l’Arabia non sia più una semplice sede esotica, “da periferia del pallone ne è diventato in pochi anni il motore”, grazie a investimenti strutturali, accordi con la Fifa e un ruolo centrale nei grandi eventi globali. “Se Vision 2030 era il nome iniziale del piano, oggi è più corretto parlare di Vision 2034”, non solo calcio, ma soft power, diritti tv, turismo e diplomazia internazionale. Un piano nel quale la Supercoppa italiana è un tassello provvisorio: oggi centrale, domani forse superfluo. Tomaselli chiude lasciando una sensazione: quest’Arabia che il calcio italiano ha spesso guardato con diffidenza, potrebbe col tempo persino essere rimpianta.
Paolo Condò, ancora sul Corriere della sera, aggiunge nella sua analisi che “un trofeo è un trofeo, ma la sola Supercoppa potrebbe bastare forse al Bologna, a patto di confermare il piazzamento europeo. O magari al Milan — che è lo strano campione uscente, con le rimonte su Juve e Inter e il sigaro di Conçeicao — ma in parallelo a una solida qualificazione Champions. Questo è il motivo per cui Napoli e Inter saranno le più nervose delle due serate, stanche in definitiva delle aspettative che suscitano da agosto. Conte vede una luce in fondo al tunnel col rientro ormai vicino di Lukaku, che non è soltanto un uomo ma una filosofia di gioco. Fin qui molto apprezzato dal punto di vista dialettico, perché è chiaro e non cerca scuse, a Chivu in settimana è slittata la frizione quando se l’è presa con chi vedeva l’Inter ottava: faccia i nomi please, che gli ritiriamo la tessera. Non li farà perché nessuno s’è mai sognato di sparare una simile scemenza, e dunque il suo era un messaggio a uso interno, si additano i giornalisti fuori quando non puoi prendertela con gli oppositori in casa. Mah”.
meduse
Le motivazioni della sentenza sugli ultrà di Milano
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Rosario Di Raimondo su Repubblica racconta e mette a fuoco il sistema di potere criminale costruito dagli ultrà di Milan e Inter così come emerge dalle motivazioni della sentenza che ha portato a 16 condanne per un totale di 90 anni di carcere.
Il pezzo ricostruisce un mondo in cui le curve non sono più solo tifo organizzato, ma associazioni a delinquere strutturate, con ramificazioni mafiose, gestione violenta del consenso e affari milionari: biglietti, parcheggi, estorsioni, intimidazioni alle società, rapporti opachi con dirigenti costretti spesso ad “agevolare” per evitare problemi. La Curva Nord viene descritta come controllata con metodi mafiosi, con la ‘ndrangheta inserita nei vertici e una capacità intimidatoria tale da condizionare direttamente l’Inter.
Di Raimondo segue la linea della giudice Rossana Mongiardo, che parla di “controllo violento della Curva” e di un sistema capace di generare flussi enormi di denaro – “una singola spartizione da almeno 260 mila euro” – parte dei quali finivano alle cosche. Sul fronte rossonero emerge la figura di Luca Lucci, leader della Sud, descritto come dotato di “una mentalità sopraffina e allo stesso tempo di un’intelligenza spietata”, a capo di un gruppo pronto “a difendere il potere conquistato anche con l’uso delle armi”.
Il racconto si allarga ai collegamenti con il mondo dello spettacolo, tra bodyguard, amicizie vip, spedizioni punitive e mediazioni private, mostrando come calcio, affari e violenza fossero parte di un unico ecosistema. Inter, Milan e Lega Serie A sono state riconosciute parti civili, i club sono impegnati a dimostrare di aver “reciso i rapporti tossici con il tifo malato”.
batman e robin Del Piero e Yildiz
Fabio Riva su La Stampa racconta come la Juve sta provando a costruire una nuova bandiera in Yildiz, senza forzature, legando il proprio passato al talento che rappresenta il futuro. Del Piero resta un riferimento eterno, capace ancora di trainare immaginario e merchandising; Yildiz è il designato, non solo per quello che fa in campo ma per ciò che può diventare. Non una successione automatica, ma una scommessa delicata, resa più fragile dai mesi recenti in cui il rinnovo sembrava lontano e le sirene straniere credibili. Il punto di svolta, racconta Riva, è stato tecnico e ambientale: con l’arrivo di Spalletti, Yildiz è stato liberato da compiti che ne limitavano l’estro e collocato in una posizione che gli permette di incidere “ad ampio raggio”, partendo da esterno ma entrando nel cuore del gioco. La stratregia è palese in un paio di foto. “In un primo scatto Alessandro Del Piero, campione senza tempo, con addosso la maglia che ne celebra la carriera, pezzo forte della Collection che il club ha creato con Adidas, parla con Kenan Yldiz, erede designato, poggiato all’architrave di un caminetto. Nell’altro, il gioiello turco ammira un quadro che ritrae Alex dopo un gol, esultante con la linguaccia che gli ha “rubato”. Non è casuale che la società bianconera accosti i suoi eroi”.
judge dredd Gianluca Mancini
Gli spintoni di lunedì e il faccia a faccia di Gianluca Mancini con Fabregas hanno spinto Marco Ciriello sulla Gazzetta a riflettere su una figura che resiste nel calcio contemporaneo, e forse solo nel calcio: l’atleta che scambia l’agonismo con il dominio del territorio, la vigilanza con la leadership, la presenza fisica con il gioco. “Alcuni calciatori si convincono così tanto dell’appartenenza da dimenticare il pallone”, scrive Ciriello, descrivendo questi profili come “galli da combattimento”, wrestler più che calciatori, interpreti di una trance identitaria che trasforma il campo in un ring.
Il pezzo distingue due maschere di questo agonismo deformato: quello appariscente, teatrale, incarnato da Mancini, e quello subdolo, verbale e intimidatorio, visto nel caso di Folorunsho – incredibilmente graziato dalla giustizia sportiva per le sue frasi sessiste e gli insulti alla madre di Hermoso, a pochi giorni di distanza dal segno rosso sulla faccia nella giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. In entrambi i casi, Ciriello smonta la retorica giustificativa dell’agonismo e mostra come queste esplosioni paghino simbolicamente. “La rivendicazione caratteriale è meglio di un assegno circolare”, perché costruisce un eroe immediato per la propria curva e un nemico per tutte le altre. Ciriello rigetta la nostalgia tossica che invoca Materazzi o Chiellini come alibi storico, contrapponendo a questa violenza recitata a un’idea più antica e silenziosa di autorevolezza, quella di chi difende con qualità. “Ad Agostino Di Bartolomei bastavano lo sguardo e il pallone”
rockerduck Claudio Lotito
Alessandro F. Giudice raccoglie la suggestione evocata da Lotito di una Lazio al Nasdaq e la riporta a terra, nel luogo dove finiscono i sogni quando incontrano le regole. La sua analisi sul Corriere dello sport-stadio racconta che certe cose non si fanno con un colpo di teatro ma con un percorso tecnico e selettivo: “Il Nasdaq non è una passerella simbolica ma un mercato con regole rigide, tempi lunghi e pretese di trasparenza assoluta”, scrive Giudice, spiegando che una quotazione americana richiede strutture manageriali, governance rafforzata, bilanci trimestrali e un business plan credibile per investitori globali.
Giudice spiega cos’è il Nasdaq [“la seconda borsa mondiale dopo Wall Street, abitata dai giganti hi-tech”] e perché per entrarci bisogna attraversare in cammino di bilanci trimestrali, controlli sui conflitti di interesse, strutture manageriali robuste. Non basta essere già quotati in Italia, “la vigilanza americana è assai più rigorosa” e chiede una trasformazione culturale prima ancora che finanziaria. Una quotazione non è un’operazione di immagine, ma una promessa al mercato. Serve dire agli investitori come e perché guadagneranno. L’esempio del Cadice, che ha portato al Nasdaq non il club ma una controllata immobiliare-tecnologica, serve proprio a chiarire che “il mercato americano finanzia progetti, non passioni”. Se la Lazio ha davvero un’idea di crescita strutturata, il Nasdaq può essere una leva. Altrimenti resta una campanella che suona a vuoto.
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Dai campi
LA VIDA TOMBOLA
3. L’effetto Palalido su Milano
Le vittorie consecutive che segnano il vero ritorno di Milano. Il successo sul Real Madrid al Palalido [89-82] non è solo una questione di prestigio, ma la conferma di un cambio di passo con Peppe Poeta in panchina. Roberto De Ponti sul Corriere della sera celebra il luogo e le atmosfere antiche: “Magari non sarà più quel Palalido, quello dello spogliatoio 5 per l’Olimpia e gli ospiti invece in fondo a destra, quello dove il custode Zagaria aspettava sbuffando che l’allenamento finisse per spegnere le luci e chiudere le porte, sacramentando con i tiratardi che si fermavano a tirare oltre il dovuto, facendo finta di niente però se il tiratardi in questione era Bill Bradley. Oggi si chiama Allianz Cloud, le seggiole sono stilose e il restyling ha trasformato il vecchio palazzetto in un impianto stiloso. E nemmeno il pubblico sembra quello di un tempo, con ampi spazi vuoti in una tribuna che contiene a malapena 5 mila spettatori e spiccioli. Eppure qui dentro respiri la storia, il ritorno (forzato, certo, ma comunque ritorno) nella casa dei padri. Dove i tifosi, quando tifano, si sentono eccome”.
Ora il bilancio è di 9-7, con i madrileni agganciati in classifica e la fiducia ritrovata dopo un avvio incerto. Una squadra ritrovata: prima il tiro [10/17 da tre nel primo tempo], poi la difesa, che nella ripresa ha spento l’attacco del Real nei momenti chiave. Dentro questa striscia c’è il risveglio di uomini finora marginali, come Guduric [22 punti] e Nebo. C’è il Fenerbahçe all’orizzonte, ieri sera battuto in casa dal Panathinaikos – nella partita fra le ultime due vincitrici del torneo.
Guduric ha preso 9 in pagella da Backdoor Podcast: “Ci sono sempre un paio di errori da matita rossa ma partita da leader puro con le giocate giuste al momento giusto.
1. L’ultimo secondo di Trento
Un secondo. È tutto qui il senso della partita di Trento in Eurocup. A un secondo dalla fine del supplementare, DJ Steward è andato in lunetta e ha trasformato il tiro libero che ha chiuso il 91-90 sul Budućnost. Un secondo che ha deciso una gara rimasta in equilibrio dall’inizio alla fine, fatta di strappi mai definitivi, continui ribaltamenti e nervi tesi. Trento aveva provato a scappare [+6 all’intervallo], il Budućnost aveva risposto tornando avanti nel terzo-quarto, poi ancora punto a punto fino al supplementare. In mezzo, la fisicità montenegrina a rimbalzo e nei recuperi, compensata dall’Aquila con una difesa perimetrale feroce che ha tenuto gli ospiti a poco più del 26% da tre. Backdoor Podcast ha dato 7.5 a Niang e Jones, ma 4 a Battle, “poco genio e tanta sregolatezza”.
12.000 Perugia contro il tifo brasiliano
I tifosi dell’Arena Guilherme Paraense, il fattore ambientale che Perugia vuole evitare a tutti i costi al Mondiale dei club di pallavolo. Vincere contro Osaka non è solo una questione di classifica, ma di percorso: arrivare primi nel girone significa non doversi giocare la semifinale contro il Sada Cruzeiro in casa sua, dentro un palazzetto pieno e ostile. La prima vittoria agevole contro lo Swehly è servita a scaldare le mani, a ritrovare Ben Tara e lasciare che Giannelli prendesse in mano il gioco senza sforzi inutili. Ma è stato poco più di un prologo. Ora il torneo entra nella sua zona di verità: il livello si alza, gli errori pesano, il pubblico conta. E quei 12.000 sono l’argomento decisivo che spinge Perugia a considerare la partita di oggi con Osaka già uno spareggio. “Osaka – spiega il Corriere dello sport-stadioi – che ha demolito il Sada con i 19 punti di Tomita e i 13 del cubano Lopez, innescati dalla regia dell’ex Piacenza Antoine Brizard”.
E la Virtus nelle arene di Belgrado
Il Partizan ha vissuto una stagione di scosse continue. Partito 3-2, è deragliato dopo l’infortunio di Carlik Jones, scivolando fino al 4-9 e arrivando alle dimissioni di Željko Obradović. La reazione c’è stata: vittorie contro Bayern e soprattutto nel derby contro la Stella Rossa, rimontata da -16 [44-60] fino al 79-76 finale. Duane Washington [25 punti] è stato il volto della svolta, con il supporto di Bonga [16+11 rimbalzi] e Tyrique Jones [15+8]. I numeri però restano critici: quinto peggior attacco di Eurolega [113 punti per 100 possessi] e quarta peggior difesa [119 concessi]. L’assenza di Carlik Jones pesa ancora, Milton e Calathes sono chiamati a salire di livello, mentre il vero nodo resta Jabari Parker, finora lontano dal rendimento atteso.
La Virtus Bologna arriva a Belgrado con un’identità più chiara ma altrettante contraddizioni. In casa è stata quasi perfetta [7 vittorie su 8 in Eurolega, battute anche Real, Monaco e Panathinaikos], mentre fuori fatica molto di più. Il record europeo è 7-8, con due sconfitte consecutive tra Eurolega [Hapoel Tel Aviv] e serie A [Milano]. La squadra di Ivanović è l’ottava difesa del torneo [115 punti concessi], ma il quarto peggior attacco [112 segnati]. Carsen Edwards resta il terminale offensivo principale, con forti oscillazioni lontano da Bologna; Vildoza e Morgan garantiscono creazione, Smailagić aggiunge tiro [9,3 punti di media, 43% da tre] e motivazioni speciali nel ritorno a Belgrado. Una sfida tra fragilità offensive e orgoglio difensivo, per entrambe decisiva per restare agganciate alla corsa verso la seconda fase.
Giorgio Burreddu sulla Gazzetta sottolinea l’elemento ambientale. “Rossa, infernale, mistica. Lasciate ogni speranza. Nella bolgia di Belgrado è meglio entrarci con la presunzione giusta. Niente caos calmo: Belgrado è un muro che salta e ti fa tremare i polsi.Se i campioni li vedi dal coraggio, questa contro il Partizan allora è proprio la partita giusta. Calma: Edwards fin qui ha fatto il diavolo a quattro, a proposito di inferni. Non è un battesimo del fuoco, le Vu Nere sanno che cosa c’è dentro al magma di quell’arena. Ma certo l’approccio al Partizan servirà da antipasto per la sfida di venerdì contro la Stella Rossa”.
ore 20.30 su Sky Sport
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Interpreti
L’uscita di scena di John Cena: cosa verrà dopo di lui
John Cena ha scelto di uscire di scena come ha sempre vissuto il ring, controllando il tempo, il ritmo e il racconto delle cose. Dopo più di vent’anni nel wrestling, 17 titoli mondiali e un personaggio costruito sull’idea di non arrendersi mai, ha chiuso cedendo a Gunther. Una resa solo apparente, perché “la sua ultima serata non è stata un addio, ma un passaggio di testimone”.
Nel suo show d’addio, Saturday Night’s Main Event, Cena non ha messo sé stesso al centro della s-cena. Ha fatto qualcosa di più radicale, ha trasformato il suo commiato in una vetrina per NXT, il territorio di sviluppo della WWE. NXT da anni è “il luogo che mette in risalto i talenti neri”. Quasi tutti i match hanno visto protagonisti wrestler afrodiscendenti, un segnale che va oltre la serata e che, come scrive David Dennis Jr su Andscape, “segna un territorio finora inesplorato per la WWE e per il wrestling in generale”.
Dal 2012 NXT è un laboratorio, una palestra e un banco di prova assieme. Ma è anche già stato “un esperimento riuscito” dimostrando che il pubblico risponde con lo stesso trasporto e la stessa devozione agli atleti neri. Big E, Sasha Banks, Bianca Belair sono passati da qui prima di diventare campioni globali. E quando la NXT si è reinventata nel 2021, lo ha fatto “liberandosi di stereotipi e cliché”, scegliendo cioè personaggi complessi e credibili, accompagnati da un’estetica hip-hop che non era decorazione ma identità.
Tutto questo è successo mentre il roster principale della WWE arrancava. “Da tre anni non c’è un campione mondiale nero tra gli uomini”, racconta Andscape, e le presenze nei grandi eventi sono diventate rare. Un’assenza così evidente da costringere Paul Levesque, il responsabile creativo, a rispondere pubblicamente alle critiche.
La serata di Cena ha ribaltato l’immagine. Cody Rhodes contro Oba Femi ha aperto lo show, e “Femi non sembrava un ospite, ma qualcuno che apparteneva a quel ring”. Nigeriano, ex specialista del peso, fisico dominante e carisma naturale. Poi Sol Ruca, con la sua Soul Snatcher, una mossa che da sola racconta cosa vedremo in futuro [qui in 9 secondi su TikTok], e la coppia Je’Von Evans–Leon Slater, con Evans già descritto come un fenomeno generazionale. Senza contare Trick Williams e Ricky Saints, “gli ultimi quattro campioni NXT sono stati neri, un fatto senza precedenti nelle grandi federazioni”.
C’è una poesia ulteriore nel fatto che tutto questo sia avvenuto per l’ultima di Cena. La sua ascesa è passata in questi anni anche da un personaggio che attingeva apertamente alla cultura nera, “il Doctor of Thuganomics, un gioco consapevole, comico e rispettoso, sul confine tra appropriazione culturale e omaggio”. Ora quel cerchio si chiude restituendo spazio e centralità a chi quella cultura la vive per davvero. Non mancano i nomi dopo di lui, non manca la risposta del pubblico. La WWE ha davanti una possibilità storica, dice Andscape, “abbracciare davvero la sua prossima generazione e superare decenni di soffitti di vetro narrativi”. Sabato è stato l’inizio. Vedremo cosa verrà dopo.
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STANCHEZZE
«Questi americani mi hanno già rotto. Mirano a cambiare tutto, sembra che non vada bene niente di quello che abbiamo costruito. Vogliono togliere dai conteggi ufficiali i titoli vinti nelle categorie inferiori, contano solo quelli in MotoGp. Così mio figlio Marco, i Gresini o i Nieto sparirebbero. Vogliono cancellare la storia».
PAOLO SIMONCELLI intervistato dal Corriere della sera
La russa Amina Zaripova allenerà Sofia Raffaeli a Fabriano
«Ho quattro figli, uno dei quali vive in Argentina, dove studia cinema, gli altri tre sono a Mosca con mio marito. La Russia è dentro di me, è il luogo della mia anima. Leggo tanti autori russi, il mio romanzo del cuore è Il Maestro e Margherita di Bulgakov, adoro le Fiabe di Puškin, ascolto Čajkovskij, Stravinskij, cerco di portare in palestra, negli esercizi, le suggestioni di quel mondo. Con la Ginnastica Fabriano lavoreremo su tanti temi musicali, ogni attrezzo si adatta meglio all’uno o all’altro stile, dal classico al folk, dal pop alla musica tradizionale».
➣ Cosa pensa del progressivo ritorno alle gare degli atleti russi e bielorussi, e non solo nella ginnastica?
«Credo sia giusto che tutti i migliori atleti del mondo si confrontino sempre, in ogni gara, su ogni pedana, in ogni campo di gara. Solo così si cresce: confrontandosi con tutte le nazionali migliori, nessuna esclusa». – intervista di cosimo cito, Repubblica
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Oggi
Raymond van Barneveld
La partita più interessante al Mondiale di fraccette mette di fronte oggi Raymond van Barneveld e Stefan Bellmont. Van Barneveld non è solo un veterano, un ex campione, ma uno dei padri emotivi delle freccette moderne, l’uomo che ha portato l’Olanda dentro un mondo che fino a quel momento era quasi esclusivamente britannico. È passato attraverso ritiri, una depressione dichiarata, ritorni annunciati e smentiti, una carriera che sembrava finita più volte di quante lui stesso saprebbe contare. Ogni sua partita al Mondiale non è mai normale, ma sempre una domanda aperta su cosa rimanga di un campione quando il corpo non obbedisce più come prima. Bellmont, svizzero, è il suo contraltare preciso. Un giocatore solido e ordinato, senza clamori.
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Il Teleco-Slalom
Comincia la Next Gen
PRIZMIC VS BASAVAREDDY
È una partita che sembra nascere da due educazioni al tennis di natura opposta. Prizmic porta in campo un tennis di fatica e densità, colpi pesanti, traiettorie cariche, una fisicità che cerca le righe. Il suo gioco vive di pressione continua e di scambi logoranti, quasi pare che vogliano educare l’avversario alla rudezza. Basavareddy è un bel tipino raffinato, almeno in quelle tre-quattro volte che s’ è intravisto. Gioca con ordine e chiarezza. Ha un servizio pulito, sceglie bene i tempi delle sue cosine da fare, ha la capacità di star dentro il punto senza irrigidirsi. Non forza il gesto. È la partita più interessante della giornata d’apertura della Next Gen.
ore 12 su Sky Sport
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L’ultimo scroll
Siracusa
51 giorni a Milano
Il fuoco della Sicilia a Sud-Est
Sulla mappa quotidiana del viaggio della torcia, c’è una costellazione di autori che abbandona la natura fisica dell’incendio, per fare del fuoco un elemento metafisico e primordiale. Per Elio Vittorini, siracusano, il fuoco è calore umano e fermento civile. In Conversazione in Sicilia, Silvestro soffre di astratti furori, una specie di un fuoco freddo, un’indignazione che non riesce a divampare. Il suo fuoco è la transizione dall’apatia all’impegno. È la scintilla che deve tornare ad accendere un uomo per renderlo capace di soffrire insieme al dolore del mondo.
Siracusa ci parla pure di Enzo Maiorca, che fu un divo pop nell’Italia anni Settanta con le sue immersioni subacquee, ma pure un lucido descrittore delle sue avventure negli abissi. Per quanto possa apparire paradossale, c’era fuoco anche in lui. Nelle pagine della sua autobiografia, il fuoco gli brucia nei polmoni durante l’apnea, come una fame d’aria che diventa un incendio interiore. Maiorca descrive spesso il sole di Siracusa che infuoca lo specchio di mare prima dell’immersione, un contrasto tra il rogo della superficie e il freddo blu del fondo.
Quando la fiaccola passerà da Comiso, i pensieri saranno tutti per Gesualdo Bufalino. In Diceria dell’untore, il fuoco è quello della tisi che divora i corpi dei malati nel sanatorio della Rocca. Un fuoco barocco e funebre. Bufalino gioca con l’intermittenza e con il bagliore di un fiammifero che illumina il buio della morte. La sua Sicilia è “un’isola di luce”, il fuoco è l’intelligenza che brilla un istante prima di spegnersi nel nulla.
E di passaggio a Modica, non si potrà dimenticare che Salvatore Quasimodo è nato qui. Il fuoco è quello ancestrale della terra greca. Nelle sue poesie, il fuoco è la luce del giorno che ferisce l’uomo prima che l’ombra lo colpisca [Ed è subito sera]. Il fuoco che non illumina per consolare, ma per definire i contorni della solitudine.
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